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lunedì, 23 giugno 2008

Bonnie "Prince" Billy + Bob Corn - Live in Ravenna - 16 giugno 2008



16 GIUGNO 2008
BONNIE PRINCE BILLY + BOB CORN
LIVE IN RAVENNA


Introduzione: Milano-Ravenna, Ravenna-Madonna dell’Albero.
Madonna dell’albero è un paese di poche case che sgocciola da Ravenna. Uscendo da uno svincolo su una statale provinciale ci si trova subito su una via affiancata da villette, piccoli bar e circoli ricreativi, ma soprattutto l’immancabile balera romagnola. Siamo sul tardo pomeriggio, cerchi il locale dove dovrebbe svolgersi il concerto. Noti un anziano a pochi metri di distanza che si allontana dal bar fidelizzato; accosti, doppie frecce ma non ce n’è realmente bisogno, qui sembra tutto deserto, chiedi dove si trova il locale. “Non so”. Un posto dove si svolgono concerti di una certa importanza, non dovrebbe passare inosservato… “Io non so niente”. Imperterrito. Nel suo sguardo leggi un misto di terrore e sberleffo.
Noti un parcheggio a pochi metri di distanza, ne predi possesso come di una poltrona libera in un locale affollato, un trono, con la differenza che qui è tutto tranne che affollato, consulti la cartina stampata da Google Maps tre ore e mezza fa prima di partire. Google Maps non può sbagliare.
Alzi lo sguardo, noti il locale a pochi metri di distanza. Forse hai guidato troppo. Intorno, il vuoto. Sono le sei del pomeriggio. Devi tirare le dieci.

Bob Corn
Bob Corn è un cantautore. O, ancora meglio, un folk singer. Te lo dice già l’aspetto. Lunga barba, sguardo acuto, capelli arruffati. Hai la conferma quando si siede, imbraccia la chitarra acustica e tesse una serie di brevi ballate autunnali, ma che si stagliano perfettamente contro il sole offuscato di questa lunatica primavera. Un suono cristallino, pochi versi essenziali delineano le situazioni un po’ surreali e un po’ malinconiche  raccontate da Tiziano, questo il vero nome di Bob Corn, come introduzione alle canzoni. Avere una maglietta rossa in mezzo ad una folla di persone vestite di nero, e trovare una ragazza con le scarpe rosse. Scusarsi timidamente se un brano può sembrare troppo lungo. Piccole cose che rendono affine una musica, grande un personaggio. E per grande avete capito cosa intendo. Spegnere l’amplificazione e suonare attraversando la folla per farsi sentire meglio. Lasciare un palco già scaldato di poesia folk a Bonnie “Prince” Billy.

Bonnie “Prince” Billy

Il cosiddetto main act, la portata principale insomma. Sono in cinque sul palco, si dispongono a semicerchio, e Will Oldham, quasi a sottolineare una natura apparentemente schiva, prende posizione in fondo a destra. E da lì non si muoverà per tutto il concerto, non cercherà mai un posto al centro, non farà nulla per sviare l’attenzione dagli ottimi musici che lo accompagnano e che rispondono ai nomi di Emmett Kelly (chitarra elettrica), Josh Abrams (contrabbasso), Micheal Zerang (percussioni) e Jennifer Hutt, bella e brava, come dicono in tv, al violino. Una formazione che già potrebbe dir molto sulle modalità scelte dal leader, che leader non sembra, per affrontare la tipica revisione dal vivo del suo repertorio. La scaletta proposta questa sera vede susseguirsi soprattutto brani dagli ultimi tre dischi, “Lie Down In The Light”, le cover di “Ask Forgiveness” e il precedente lp “The Letting Go”. Personalmente apprezzo molto la scelta di dare spazio agli ultimi lavori, che spesso vengono bistrattati dal pubblico in nome di una minore ricerca di suoni “alternativi” rispetto ai dischi Palace. Queste canzoni hanno tutta la stoffa dei classici, e vengono riproposti in modo abbastanza fedele agli originali da questo ensemble folk altrettanto classico e raffinato. Con l’aiuto dei quattro musicisti l’autore ci tiene a dare accento alle svolte più corali di certe composizioni (“Other’s gain”, “Where is the puzzle”, “You remind me of something”), oppure a intessere momenti più intimi ma dal sapore quasi teatrale (“You want that picture”, “Bad news” “What’s missing is”) in duetto con la voce femminile del gruppo. Altre volte ancora lascia spazio alla band perché possa divagare con parentesi strumentali dal retrogusto blues o quasi etnico grazie a percussioni quali djambè e tamburello (“Strange form of life” “Lie Down in the light”, “I called you back”).
Inevitabilmente i momenti più apprezzati dal pubblico, come sempre molto caldo di fronte ad uno spettacolo così sincero e spontaneo, sono quelli in cui Oldham snocciola diverse perle inaspettate come “Master and everyone”, completamente riarrangiata, “Viva ultra”, la splendida e amara “Wolf among wolves”, e ancora “Ohio river boat song” e “I am a cinematographer” viste alla luce degli arrangiamenti Nashville del disco “Greatest Palace Music”. I minuti più coinvolgenti e condivisi sono quelli della leggendaria “I see a darkness”, riconosciuta dal primo accordo, un bisbiglio nel parterre si sparge e si trasforma in un lento sussurro che accompagna la voce di Will Oldham per tutta la canzone. Non è uno di quei brani da cantare tutti insieme a squarciagola. Oldham è fatto così, e il pubblico sa che è sufficiente mormorare uno dei testi più notturni e intrisi di malinconia di tutti gli anni ‘90. Sono istanti in cui ognuno è da solo con la voce del cantautore, e se ti concentri sulla tua solitudine sembra di scrutarla, questa oscurità, di tenerla frusciante tra le mani. Tenebra presto lasciata da parte per far spazio alla vivace cover di R. Kelly “The world’s greatest” e chiudere in modo epicamente sommesso con “The lion lair” nel secondo bis.

Ancora una volta la spontaneità, la naturalezza e la semplicità si rivelano scelte accurate ed essenziali per portare avanti un genere così antico, possiamo dire, come il folk di matrice americana e, risalendo la corrente, irlandese, con superba classicità ed eleganza delle forme, e della sostanza chiaramente, senza rinunciare però a stupire grazie alla contaminazione con linguaggi alternativi che superano il blues, il cantautorato, il jazz o l‘approccio “indie” e che appartengono ad una back region musicale collettiva, una terra di suoni che riconosciamo istintivamente pur senza averla mai visitata. Con Will Oldham, che si riconferma Principe del genere, questa terra non ci limitiamo a visitarla: la viviamo.

LINKS
My Holly Home
FoolTribe / Bob Corn
Foto, setlist e altro
postato da: feelglass alle ore 09:03 | link | commenti (4) | commenti (4)(popup)
categorie: folk, indie, cantautori, bonnie prince billy, new acoustic, bob corn
sabato, 21 giugno 2008

F punto - intervista



INTERVISTA
F PUNTO, MAESTRO TARAMELLI E C3PO
18 GIUGNO, MILANO

myspace f punto


F punto, o semplicemente F, è un giovane cantautore milanese di cui per motivi di sicurezza non possiamo rivelare il nome. Insieme alla chitarra acustica e agli occhiali da sole porta anche l’armonica e dal vivo si fa accompagnare da C3PO, schermo proiettore che ora sarebbe indicato come vintage ma che noi preferiamo dire “di estetica e nascita risalente a tre o quattro decenni fa, forse più”. C3PO, di cui F detiene i diritti sul nome da prima di G. Lucas, che salutiamo, sapientemente guidato dal suo padrone e collega di band, il sunnominato F soggetto di questa intervista, trasmette al pubblico immagini ingrandite, più o meno sfuocate, più o meno chiare, degli oggetti che gli vengono posti nella sua scoperta pancia meccanica, oggetti che nell’immaginario collettivo di F sono ascrivibili al contesto descritto nelle sue canzoni. A questo punto vi chiederete che genere di canzoni suona F. Prima di dirvelo citiamo anche la presenza, accanto al monitor e all’autore, del Maestro Taramelli, diplomato in clarinetto e suonante lo stesso strumento, più l’organetto, più il flauto. Una presenza elegante ed essenziale che arricchisce i brani di melodie e sonorità di provenienza classica, levigate, gentili, evocative. F ha prodotto un album s/t, ovvero che porta il suo stesso nome, F punto, appunto, un piccolo scrigno che contiene sette canzoni dai toni quotidiani e surreali, semplici ma non poi così tanto. C’è chi dice che l’autore si richiama a Ivan Della Mea, De Gregori, io dico che la via trovata da lui è un ottimo modo per creare un ponte tra un cantautorato classico di matrice anni ’70 (vintage?) e un approccio sì lo-fi, indie, underground, internet-era-oriented, e tutto quello che volete, ma preciso e, cosa più importante, non alla ricerca di facili mode da myspace e street/viral marketing giovanilistico o snobismi da blog 2.0.

Ho avuto modo di scambiare due chiacchiere con i musicisti, F e l’uomo armato, ovvero Taramelli, aimè C3PO ancora non è dotato di parola, o non la parola comunemente intesa dagli esseri umani, bensì una parola forse altrettanto comunicativa sebbene ancora soggetta all’intervento umano. Certo che, con tutti gli anni che possiede, se dovesse parlare, quante cose avrebbe da raccontare, C3PO. Per ora però credo sia altrettanto interessante ascoltare ciò che F ha da dirci, nelle sue canzoni e nelle sue risposte.



Mescoli cantautorato ed elettronica minima, lo-fi. E’ una scelta precisa o una necessità?

F: “Il sottosuolo. Il mio album ha visto la luce da una produzione avvenuta in uno studio sottoterra, e questo ha influito sui suoni, sull’approccio, sulle modalità di produzione. Sulla nostra pagina in internet puoi vedere alcune foto del nostro studio, abbiamo prodotto tutto in analogico, senza computer, e questo ascoltando l’album si sente, per questo sembra così a bassa definizione”.

Taramelli:”Non bisogna dimenticare la potenzialità delle tubature. E’ molto importante.”



I tuoi testi analizzano la realtà quotidiana, la quotidianità dei rapporti (madre, amore, famiglia…) con una luce surreale. Cosa ti spinge a questa forma di scrittura?

F: ”La surrealtà è una condizione che vivo, che viviamo realmente, è inserita in un sistema incoerente. Tutti i giorni, per come il sistema è fatto, ci ritroviamo a vivere in situazioni surreali. Per sistema ovviamente intendo un sistema di segni, noi abbiamo un’educazione semiotica!”


Taramelli: “io ho studiato filosofia e matematica, non posso che essere d’accordo con questa visione, ma mi dissocio da tutto il resto!”


Com’è nato il tuo album?

F: “il mio album è nato in un lungo arco di tempo, prima suonavo con altre persone in un gruppo rock italiano, poi ho cambiato genere e mi è venuto naturale dirigermi verso questo sottosuolo; il mio album è stato prodotto da Federico Dragogna, chitarrista dei Ministri. La collaborazione con Maestro Taramelli è iniziata soltanto recentemente. Penso che la parola sottosuolo possa descrivere bene il mio repertorio”

Taramelli: “La mia formazione è stata al conservatorio, devo dire che per me la musica si ferma al 1750, anno della morte di Bach…”


F: “Sì, io vorrei sottolineare che il Maestro usa violenza verso gli animali dando come nome i suoi gatti “Glenn” e “Gould”… tu adesso immagina questi Glenn e Gould che miagolano…”


Taramelli: “Io ci tengo a dire che mi dissocio dalle opinioni del mio collega!”



Quando ho ascoltato la prima volta la vostra musica è stato al Miami, sabato 7 giugno. La cosa che mi ha colpito e mi ha spinto ad ascoltarvi è il fatto che non avete suonato su alcun palco ma, tra uno stand di libri underground e uno di abbigliamento indie-emo, avete ricostruito uno spazio intimo ideale in cui suonare, quasi la cameretta spesso citata nei tuoi brani; chitarra elettrica, tastiera, microfono e fiati elettronici arrivavano direttamente in sei o sette cuffie passando attraverso un piccolo mixer. Notevole anche l’idea di creare il cd al momento per chi lo volesse acquistare, masterizzandolo e scrivendo copertina e tracklist con una vecchia macchina da scrivere

F: “L’idea del live in cuffia ci è piaciuta molto da subito, penso che sia sempre interessante cercare un contatto diverso, ancora più diretto e particolare con le persone, in questo caso mettendo in scena una via di mezzo tra l’ascolto solitario, personale e la dimensione collettiva del live. Presto avremo l’autorizzazione per suonare come artisti di strada, allora porteremo questo progetto di live in cuffia per le strade, sui mezzi pubblici, nelle piazze.”



Cosa ne pensi di tutto questo gran parlare di indie in Italia, questo modo di essere, o di fare, alla luce del fatto che comunque la musica indipendente è sempre esistita e il termine risorge periodicamente lungo i decenni?

F: “Penso che almeno metà sia fuffa, sia atteggiamento. A me non piace questo termine e l’atteggiarsi in quel modo. Non condivido il modo di fare di molti gruppi italiani in questo momento. Se ho scelto di suonare così e di propormi così è perché la mia via ora è questa, non ha a che vedere con le mode, i myspace, l’essere esibiti et similia”.

Allora in bocca al lupo per i prossimi concerti e progetti, che siano live standard o in un’altra dimensione semiotica. Ringraziamo moltissimo i due musicisti e C3PO per la loro disponibilità e per lo splendido concerto.
postato da: feelglass alle ore 10:24 | link | commenti (1) | commenti (1)(popup)
categorie: folk, indiepop, indie, cantautori
lunedì, 09 giugno 2008

VENDO RADIOHEAD 17 GIUGNO TRIBUNA PREZZO NORMALE

Come da oggetto, causa altro concerto vendo

2 BIGLIETTI (34 € x 1)

RADIOHEAD ARENA CIVICA MILANO

17 GIUGNO

TRIBUNA

Se possibile scambio con 2 biglietti Sigur Ros o REM, sempre Milano.
postato da: feelglass alle ore 11:50 | link | commenti | commenti (popup)
categorie:
martedì, 03 giugno 2008

Bonnie Prince Billy - Lie Down In The Light (2008)



BONNIE PRINCE BILLY
LIE DOWN IN THE LIGHT
Classicità danzante, folk spontaneo


Seguire percorsi di montagna. Vedere dove vanno a parare. Seguire questo folk che da lo-fi è diventato elettrico sporco, poi blues, poi oscuro, e ancora essenziale, unico, quasi elettronico, intraprendendo infine (quale fine poi?) la strada della classicità. Vedere dove va a parare. Forse finisce che ci ritroviamo un nuovo Johnny Cash, o forse un altro John Denver. Certo con Will Oldham non si può mai star sicuri di nulla, con la mole di ep, inediti, live che rilascia ogni anno. Anche se bisogna ammettere che dopo il precedente lp “The Letting Go” ha intrapreso un percorso uniforme, quel percorso di montagna accennato all’inizio, quel sentiero spruzzato di foglie secche che scricchiolano e si frantumano sotto i nostri passi pesanti e curiosi di vedere cosa si nasconde dietro ogni curva, dietro ogni asperità montana, insomma curiosi di vedere dove va a parare questo Will Oldham.

Questa volta la strada si apre e procede all’insegna del folk, come già accennavo, più classico, amabile, cantabile, con duetti tipici quanto una villetta di legno e intonaco bianco, con violini che contrappuntano la chitarra ritmica e gli arpeggi veloci e cristallini. Ti ritrovi a pensare “tutto qua?”, poi al secondo ascolto ti accorgi che se tutto sta in queste voci, in queste melodie, il ritorno di Will Oldham sulle scene è una benedizione, non che si sia mai allontanato, addirittura è in partenza per un tour europeo che lo vedrà impegnato lungo giugno e luglio. Chissà se passando da Ravenna (16/6) gli verrà in mente la sua estate nel sud-est degli States, oppure se qualcosa gli potrà suggerire la malinconia di De Andrè, o la surrealità felliniana. L’ascolto di “Lie Down In The Light” porta a divagare, dona ali di marzapane alle nostre menti fanciullesche, perciò sarà meglio tornare sul sentiero, e non ti devi stupire se brividi di dolcezza ti sorprendono all’apertura leitmotivica di “So Everyone”, alla sofisticata semplicità con cui si intrecciano le voci e i controcanti. Mentre ti lasci trasportare da queste onde di carezze intense ti sembra di credere che non esista ballata d’amore più classica e ispirata di questa, se non che ti fai cogliere dalle medesime fantasie all’ascolto di “You Want That Picture”, e nelle stesse nuvole dense di sciroppi dolci-amari si galleggia durante altri brani.

Come da tradizione, non mancano riflessioni solitarie più o meno ritmate, più o meno essenziali quali “For Every Field There’s A Mole” (“Per ogni campo c’è una talpa”, come dargli torto?), che si tinge di fiati jazzati, e “Willow Trees Bend”, molto vicina agli arpeggi in stile Nick Drake e all’album “Master And everyone”. Quello che certamente manca è un po’ di azzardo, un po’ di cime tempestose e tenebre rarefatte come nelle precedenti prove, ma anche il nostro tormentato cantautore del Kentucky forse una goccia di tranquillità e di sentimenti raccolti, solari o lievemente malinconici se li merita, ché d’altra parte la strada per la gloria o per il cambiamento o per dovunque voglia andare a parare il Bonnie non è detto che debba a tutti i costi passare per la tragedia o l’oscurità. E allora ci regala (si fa per dire, il caro Will non ha ancora abbracciato la politica free, aggratis insomma, di altri esimi colleghi) brani con accenni di delicatezza appena slowcore (“What’s missing is”), perle cosparse di steel guitars, pennate sicure e impennate vocali (“Where’s the puzzle”), minuti apparentemente ripetitivi (la title track) almeno finché non arriva uno scacciapensieri a fare ciò per cui è stato progettato, ovvero scacciare i cattivi pensieri, fino alla lieta chiusura (“I’ll Be Glad”) con tanto di organo, cori, e ancora una spontaneità struggente e danzante, ovvero la pasta di cui è fatto questo dischetto gemello  di “Ease down the road”, questo sentiero, questa classicità dove Oldham sembra voler andare a parare.

LINK SUL WEB:
Bonnie Prince Billy
The Royal Stable
Palace Fr
My Holly Home
postato da: feelglass alle ore 10:18 | link | commenti | commenti (popup)
categorie: folk, indie, cantautori, bonnie prince billy
lunedì, 02 giugno 2008

10 anni di Smashing Pumpkins



2 giugno 1998 - 2 giugno 2008
SMASHING PUMPKINS - ADORE


E con oggi fanno 10. Grazie. Infinite volte, non solo 10.

I've faced the fathoms in your deep
Withstood the suitors quiet siege
Pulled down the heavens just to please you
Appease you
The wind blows and I know

I can't go on, digging roses from you grave
To linger on, beyond the beyond
Where the willows weep
And whirlpools sleep, you'll find me
The coarse tide reflects sky

And the night mare rides on, and the night mare rides on
With a december black psalm
And the night mare rides on
What i fear is lost here
The wind blows and I know

All you have to do is run away
And steal yourself from me
Become a mystery to gaze into
You're so cruel in all you do
But still I believe, I believe in you

So may you come with your own knives
You'll never take me alive
With all the force of what is true
Is there nothing I can do?

I can't go on, digging roses from you grave
To linger on, beyond the beyond
Where the willows weep
And whirlpools sleep, you'll find me

And the night mare rides on, and the night mare rides on
With a december black psalm
And the night mare rides on

I've faced the fathoms in your deep
Withstood the suitors quiet siege
Pulled down the heavens just to please you
To hold the flower I can't keep

(behold! the night mare)
postato da: feelglass alle ore 17:43 | link | commenti (1) | commenti (1)(popup)
categorie: smashing pumpkins, billy corgan
lunedì, 07 aprile 2008

Cinestesia



8 APRILE 22.15

SPAZIOMUSICA/CINESTESIA
presents
BLUESFORCE
in
THE MANXMAN
(L'isola del peccato)

Che altro? Cassonetto differenziato per l'isola del peccato! No... non era così...

1929. Hitchcock, un nome una garanzia. Ultimo film muto del regista famoso per venir spedito in gattabuia da piccolo ogni volta che combinava marachelle (non dico balle, è tutto vero!).

Il film parte da questo dilemma:
"che beneficio ha un uomo se per guadagnarsi il mondo intero, deve sacrificare l'anima?".
ma anche da questo:
"Sapete cosa facciamo noi sull'isola del peccato quando la situazione si fa veramente pericolosa?"

Una storia d'amore con tipico il-triangolo-no che sfocia in frutto del peccato, tratta da un romanzo di Hell Caine (che nome brutal-death), già oggetto di un adattamento teatrale e di un film del 1916; questa pellicola ricorda molto the ring (vinci per me, 1927), che ovviamente non ha niente a che fare con quello della bambina emo che esce dalla vhs malefica...

... e il resto lo scoprirete domani se verso le diecieunquarto venite allo SpazioMusica di Pavia (via Faruffini) ad ascoltare gli ormai intramontabilmente leggendari BluesForce che rimusicano la terzultima pellicola muta. E la mia immancabile presentazione imbarazzata.

Vi aspettiamo

Feel-Glass
postato da: feelglass alle ore 09:17 | link | commenti (5) | commenti (5)(popup)
categorie: cinema, bluesforce
mercoledì, 19 marzo 2008

Arthur C. Clarke (1917-?)

postato da: feelglass alle ore 13:35 | link | commenti (2) | commenti (2)(popup)
categorie: varie, cinema
domenica, 02 marzo 2008

Sanremo 2008

SENZA PAROLE

Certe cose lasciano senza parole. Sentire "FIGA...ro!" tra un Supergiovane e un Servi della gleba è sempre una sorpresa, ma vederli con quei costumi e quel suono sul palco dell'Ariston è assolutamente... cosmico.
Bravi, bravissimi! Specialmente Mangoni, eterno grande assente.
postato da: feelglass alle ore 09:31 | link | commenti (5) | commenti (5)(popup)
categorie: elio, youtube
mercoledì, 20 febbraio 2008

Davide Van De Sfroos - Pica (2008)



DAVIDE VAN DE SFROOS
"PICA", UNA MINIERA DI STORIE


Al grido di “pica!” (“picchia”) Davide Van De Sfroos segue i percorsi rocciosi dei minatori e affronta le abissali profondità di storie con la s minuscola, semplici e sempre più grandi dell’altra storia, quella che impariamo sui libri e che spesso ha la S maiuscola. Dopo le oscure magie di “Akuaduulza” il cantautore del Lario sembra tornare con i piedi per terra, una terra rocciosa e grezza come quella frantumata dal “Minatore del Frontale”, composita come il cajun, bagnata dalle acque folk che lambiscono i pilastri de “El Puunt”, nelle quali si lancia il “Cimino” per fuggire ai finanzieri, o solcata dai legni del “Costruttore di Motoscafi”.

“Pica” cammina su un sentiero forse abbandonato molto tempo fa o forse mai, e tutti i forse sono motivati dal fatto che con Van De Sfroos non si può essere mai sicuri, con queste canzoni inserite in un continuum fuori dal nostro abituale concetto di tempo ed evoluzione. Queste ballate, queste feste tradizionali, questi amori inquieti sono incastonati in un loro tempo che non scorre tranne che per i protagonisti reali, i soggetti che ispirano l’autore. Lo spazio del “Furestee”, delle onde e delle montagne descritte vive in un’immaginazione collettiva parallela e intrecciata al semplice spazio dove abitualmente inseriamo il concetto di memoria, memoria storica o folclore. La consapevolezza e la realtà che traspira da questi quattro accordi è la stessa di “E semm partii”, è quella di chi siamo e di chi siamo stati, è quella dell’italiano che deve essere costantemente afferrato per i capelli per non dimenticare, e per fortuna c’è qualcuno che a volte lo fa al posto nostro e ci presenta la tavolozza dei ricordi davanti agli occhi, come in un film, su una pellicola di chitarre acustiche, violini, fisarmoniche, per non parlare del banjo e dell’organo, che ci aiutano ad afferrare una memoria altrui relativamente trascurata, sto parlando degli amori alluvionati di “New Orleans”, città dove Davide ha suonato e raccontato qualche anno fa, e nei loro volti ha ritrovato gli stessi solchi della sua gente, la coda frusciante di un disco di vinile, il finale live di “Loena de Picch”. Ad ascoltar bene puoi sentire i racconti esagerati dei nonni, “la leggenda che conserva integri i fatti”, sgualciti margini omerici dove all’esperienza si mescola un gusto per l’epica rustica del bar di piazza (ma senza la presunzione di Ligabue), dove alla calda elettricità di un “Cavaliere senza morte” di retaggio medievale subentra un’orchestra e una lirica mai ascoltate prima nelle opere del cantautore. Se nei tratti de “Lo sciamano” e in quelli reggae de “La Grigna” fa capolino il fervido animismo di “Akuaduulza” è solo perché l’uomo poggia i piedi su una natura che merita di essere celebrata come protezione per l’anima lacustre ed elemento cui la scienza trae i primi passi, l’alchimia che collega Faust a chi la vita invece l’ha bevuta subito e in fretta, come “L’Alain Delon de Lenn” o i protagonisti di “40 passi”, coscienze sbriciolate all’ombra del Duomo di Milano, e sguardi ormai annacquati sul fondo di un bicchiere di vino, quello di troppo. Questo disco è l’ennesima conferma che Davide Van De Sfroos sa come narrare di tutti e dopo le formule magiche di “Retha Mazur” resta solo qualcosa che non può essere raccontato, ed è il silenzio che rimane nella stanza alla fine dell’ultimo solco, dell’ultimo volto, dell’ultima foglia. E’ la stessa voglia di pioggia che galleggia sotto “Le Nuvole” di De Andrè.

“E adèss che canzon te canti, che la chitàra l’ha purtada via el fioemm
E adess che canzon te soni, che la mia trumba l’ha bufàda via el veent
Le nostre lacrime sul Mississipi son difficili da far vedere
Le nostre urla dentro l’uragano e queste assenze da lasciar tacere
E come mai piovono aghi da lassù e siamo bambole voodoo
Trafitte in ogni punto ormai…”

(“e adesso che canzone ti canto, che la chitarra se l’è portata via il fiume
E adesso che canzone ti suono che la mia tromba l’ha spazzata via il vento”)


MEDIA
Il minatore di Frontale
La ballata del Cimino live
Il minatore live
Il costruttore di motoscafi live

WEB
Cauboi
Van De Sfroos official

Feel-Glass
postato da: feelglass alle ore 18:12 | link | commenti (5) | commenti (5)(popup)
categorie: folk, cantautori, davide van de sfroos, musica in dialetto
mercoledì, 13 febbraio 2008

The Smashing Pumpkins Live At Datchforum, Assago, Milano, 02.02.2008


THE SMASHING PUMPKINS - ZEITGEIST TOUR 2008
DATCHFORUM, ASSAGO, MILANO
02.02.2008


La band di Chicago che negli anni ’90 ha infiammato il cuore di migliaia di adolescenti torna in Italia con una nuova formazione, un nuovo disco da presentare e soprattutto una rinnovata energia che purtroppo abbiamo visto mancare a Billy Corgan durante il progetto Zwan e la parentesi solista. Dei componenti originali rimangono solo il leader e il batterista Jimmy Chamberlin, ma i nuovi membri non fanno certo rimpiangere gli originali: la voglia di suonare e di regalare nuove e vecchie palpitazioni ai fans è la medesima di tanti anni fa, e, cosa più notevole, l’operazione non ha il sapore di nostalgia.
Accanto ai singoli tratti in modo uniforme da tutta la loro carriera (tra questi “Today” e “Tonight tonight” scatenano un vero delirio e “Tarantula” è già un classico) c’è spazio per alcune sorprese che hanno reso questo evento ancora più speciale e degno di essere vissuto in tutta la sua potenza. Billy Corgan, vestito con una lunga gonna a balze argentata e seguito dai compagni, entra puntuale e apre il concerto con la psichedelia spaziale di “Porcellina of the vaste oceans” e l’amara dolcezza di “Behold! The nightmare”, ma entra nel vivo regalando brividi ai fans più affezionati attraverso la commovente performance di “Mayonaise” e continua a sorprendere con perle come “Lily (My one and only)”, “Wound”, “Drown”, “My blue heaven”, cover di un brano degli anni ’20, e l’irriconoscibile “Daydream”, canzone che nel primo disco della band era affidata alla voce dell’ex bassista D’Arcy.

A rendere il suono della band assolutamente nuovo e caratteristico sono alcune nuove jam che spiazzano il pubblico con un muro di suono compatto e inedito, fatto di ipnotiche e intense progressioni di ottave alternate a duetti chitarristici tra Billy e il nuovo Jeff Schroeder. Tra queste lunghe suite è un dovere citare la devastante “United States”, sicuramente il brano migliore di "Zeitgeist", che vede il leader entrare in una assurda trance costellata di rabbia e scomposti teatrini rock e “Cash car star”, unico brano scelto dall’ultimo album “Machina II” (distribuito gratuitamente su internet nel 2000, molto prima dei Radiohead), in quest’occasione combinato con cover degli Uriah Heep e dei Buffalo Springfield. Per far riprendere i fans dallo stordimento i Pumpkins propongono alcuni momenti più intimi scegliendo di rileggere in chiave acustica “Perfect”, la leggendaria “1979” (pochi minuti di cantautorato in cui Billy Corgan, da solo sul palco, sembra lasciarsi andare ad una malinconia del decennio precedente), “That’s the way”, ultimo singolo di "Zeitgeist", e “The rose march”, delicata ballata del recente EP “American Gothic”. Anche se personalmente mi ha convinto meno, è stata molto apprezzabile la scelta di presentare dal vivo alcuni brani dell’ultimo periodo sconosciuti ai più perché non presenti nella tracklist della versione standard di Zeitgeist (“Stellar”) oppure perché composti durante il tour americano del 2007 (“Superchrist” superflua, “I don’t mind” ripetitiva). Tra le pecche mi sembra onesto segnalare la presenza di alcuni dei brani meno ispirati di “Zeitgeist” come “Come on (let’s go)” e “Bring the light”.
Il resto è impeccabile, dalla presenza scenica del leader all’illuminotecnica che sottolinea in modo epico e fragoroso le situazioni più emozionanti di questo live. Non possiamo che augurare alla band di continuare su questo percorso fatto di ispirazione e potenza sonora e sperare che tornino presto in Italia per altre due ore e mezza di rapimento, canti a squarciagola, ricordi sussurrati e sano caos hard-rock.

Feel-Glass

SETLIST

01. Porcelina Of The Vast Oceans
02. Behold! The Night Mare
03. Bring The Light
04. Tonight, Tonight
05. Mayonaise
06. Try, Try, Try
07. Superchrist
08. (Come On) Let's Go
09. Stellar
10. Perfect
11. Lily (My One And Only)
12. The Rose March
13. Today
14. Tarantula
15. Stand Inside Your Love
16. Ava Adore
17. Drown
18. Bullet With Butterfly Wings
19. 1979
20. That's The Way (My Love Is) [acoustic]
21. My Blue Heaven
22. The Everlasting Gaze
23. Cash Car Star (Easy Living [Uriah Heep] + Foreplay [Boston] + For What It's Worth [Buffalo Springfield] + Wasted Years [Iron Maiden tease])
24. Daydream [electric]
25. Wound
26. United States
Encore:
27. I Don't Mind
28. Cherub Rock

WEB
BillyCorgan.it
SmashingPumpkins.com

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postato da: feelglass alle ore 18:26 | link | commenti | commenti (popup)
categorie: smashing pumpkins