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lunedì, 23 giugno 2008

Bonnie "Prince" Billy + Bob Corn - Live in Ravenna - 16 giugno 2008



16 GIUGNO 2008
BONNIE PRINCE BILLY + BOB CORN
LIVE IN RAVENNA


Introduzione: Milano-Ravenna, Ravenna-Madonna dell’Albero.
Madonna dell’albero è un paese di poche case che sgocciola da Ravenna. Uscendo da uno svincolo su una statale provinciale ci si trova subito su una via affiancata da villette, piccoli bar e circoli ricreativi, ma soprattutto l’immancabile balera romagnola. Siamo sul tardo pomeriggio, cerchi il locale dove dovrebbe svolgersi il concerto. Noti un anziano a pochi metri di distanza che si allontana dal bar fidelizzato; accosti, doppie frecce ma non ce n’è realmente bisogno, qui sembra tutto deserto, chiedi dove si trova il locale. “Non so”. Un posto dove si svolgono concerti di una certa importanza, non dovrebbe passare inosservato… “Io non so niente”. Imperterrito. Nel suo sguardo leggi un misto di terrore e sberleffo.
Noti un parcheggio a pochi metri di distanza, ne predi possesso come di una poltrona libera in un locale affollato, un trono, con la differenza che qui è tutto tranne che affollato, consulti la cartina stampata da Google Maps tre ore e mezza fa prima di partire. Google Maps non può sbagliare.
Alzi lo sguardo, noti il locale a pochi metri di distanza. Forse hai guidato troppo. Intorno, il vuoto. Sono le sei del pomeriggio. Devi tirare le dieci.

Bob Corn
Bob Corn è un cantautore. O, ancora meglio, un folk singer. Te lo dice già l’aspetto. Lunga barba, sguardo acuto, capelli arruffati. Hai la conferma quando si siede, imbraccia la chitarra acustica e tesse una serie di brevi ballate autunnali, ma che si stagliano perfettamente contro il sole offuscato di questa lunatica primavera. Un suono cristallino, pochi versi essenziali delineano le situazioni un po’ surreali e un po’ malinconiche  raccontate da Tiziano, questo il vero nome di Bob Corn, come introduzione alle canzoni. Avere una maglietta rossa in mezzo ad una folla di persone vestite di nero, e trovare una ragazza con le scarpe rosse. Scusarsi timidamente se un brano può sembrare troppo lungo. Piccole cose che rendono affine una musica, grande un personaggio. E per grande avete capito cosa intendo. Spegnere l’amplificazione e suonare attraversando la folla per farsi sentire meglio. Lasciare un palco già scaldato di poesia folk a Bonnie “Prince” Billy.

Bonnie “Prince” Billy

Il cosiddetto main act, la portata principale insomma. Sono in cinque sul palco, si dispongono a semicerchio, e Will Oldham, quasi a sottolineare una natura apparentemente schiva, prende posizione in fondo a destra. E da lì non si muoverà per tutto il concerto, non cercherà mai un posto al centro, non farà nulla per sviare l’attenzione dagli ottimi musici che lo accompagnano e che rispondono ai nomi di Emmett Kelly (chitarra elettrica), Josh Abrams (contrabbasso), Micheal Zerang (percussioni) e Jennifer Hutt, bella e brava, come dicono in tv, al violino. Una formazione che già potrebbe dir molto sulle modalità scelte dal leader, che leader non sembra, per affrontare la tipica revisione dal vivo del suo repertorio. La scaletta proposta questa sera vede susseguirsi soprattutto brani dagli ultimi tre dischi, “Lie Down In The Light”, le cover di “Ask Forgiveness” e il precedente lp “The Letting Go”. Personalmente apprezzo molto la scelta di dare spazio agli ultimi lavori, che spesso vengono bistrattati dal pubblico in nome di una minore ricerca di suoni “alternativi” rispetto ai dischi Palace. Queste canzoni hanno tutta la stoffa dei classici, e vengono riproposti in modo abbastanza fedele agli originali da questo ensemble folk altrettanto classico e raffinato. Con l’aiuto dei quattro musicisti l’autore ci tiene a dare accento alle svolte più corali di certe composizioni (“Other’s gain”, “Where is the puzzle”, “You remind me of something”), oppure a intessere momenti più intimi ma dal sapore quasi teatrale (“You want that picture”, “Bad news” “What’s missing is”) in duetto con la voce femminile del gruppo. Altre volte ancora lascia spazio alla band perché possa divagare con parentesi strumentali dal retrogusto blues o quasi etnico grazie a percussioni quali djambè e tamburello (“Strange form of life” “Lie Down in the light”, “I called you back”).
Inevitabilmente i momenti più apprezzati dal pubblico, come sempre molto caldo di fronte ad uno spettacolo così sincero e spontaneo, sono quelli in cui Oldham snocciola diverse perle inaspettate come “Master and everyone”, completamente riarrangiata, “Viva ultra”, la splendida e amara “Wolf among wolves”, e ancora “Ohio river boat song” e “I am a cinematographer” viste alla luce degli arrangiamenti Nashville del disco “Greatest Palace Music”. I minuti più coinvolgenti e condivisi sono quelli della leggendaria “I see a darkness”, riconosciuta dal primo accordo, un bisbiglio nel parterre si sparge e si trasforma in un lento sussurro che accompagna la voce di Will Oldham per tutta la canzone. Non è uno di quei brani da cantare tutti insieme a squarciagola. Oldham è fatto così, e il pubblico sa che è sufficiente mormorare uno dei testi più notturni e intrisi di malinconia di tutti gli anni ‘90. Sono istanti in cui ognuno è da solo con la voce del cantautore, e se ti concentri sulla tua solitudine sembra di scrutarla, questa oscurità, di tenerla frusciante tra le mani. Tenebra presto lasciata da parte per far spazio alla vivace cover di R. Kelly “The world’s greatest” e chiudere in modo epicamente sommesso con “The lion lair” nel secondo bis.

Ancora una volta la spontaneità, la naturalezza e la semplicità si rivelano scelte accurate ed essenziali per portare avanti un genere così antico, possiamo dire, come il folk di matrice americana e, risalendo la corrente, irlandese, con superba classicità ed eleganza delle forme, e della sostanza chiaramente, senza rinunciare però a stupire grazie alla contaminazione con linguaggi alternativi che superano il blues, il cantautorato, il jazz o l‘approccio “indie” e che appartengono ad una back region musicale collettiva, una terra di suoni che riconosciamo istintivamente pur senza averla mai visitata. Con Will Oldham, che si riconferma Principe del genere, questa terra non ci limitiamo a visitarla: la viviamo.

LINKS
My Holly Home
FoolTribe / Bob Corn
Foto, setlist e altro
postato da: feelglass alle ore 09:03 | link | commenti (4) | commenti (4)(popup)
categorie: folk, indie, cantautori, bonnie prince billy, new acoustic, bob corn
martedì, 03 giugno 2008

Bonnie Prince Billy - Lie Down In The Light (2008)



BONNIE PRINCE BILLY
LIE DOWN IN THE LIGHT
Classicità danzante, folk spontaneo


Seguire percorsi di montagna. Vedere dove vanno a parare. Seguire questo folk che da lo-fi è diventato elettrico sporco, poi blues, poi oscuro, e ancora essenziale, unico, quasi elettronico, intraprendendo infine (quale fine poi?) la strada della classicità. Vedere dove va a parare. Forse finisce che ci ritroviamo un nuovo Johnny Cash, o forse un altro John Denver. Certo con Will Oldham non si può mai star sicuri di nulla, con la mole di ep, inediti, live che rilascia ogni anno. Anche se bisogna ammettere che dopo il precedente lp “The Letting Go” ha intrapreso un percorso uniforme, quel percorso di montagna accennato all’inizio, quel sentiero spruzzato di foglie secche che scricchiolano e si frantumano sotto i nostri passi pesanti e curiosi di vedere cosa si nasconde dietro ogni curva, dietro ogni asperità montana, insomma curiosi di vedere dove va a parare questo Will Oldham.

Questa volta la strada si apre e procede all’insegna del folk, come già accennavo, più classico, amabile, cantabile, con duetti tipici quanto una villetta di legno e intonaco bianco, con violini che contrappuntano la chitarra ritmica e gli arpeggi veloci e cristallini. Ti ritrovi a pensare “tutto qua?”, poi al secondo ascolto ti accorgi che se tutto sta in queste voci, in queste melodie, il ritorno di Will Oldham sulle scene è una benedizione, non che si sia mai allontanato, addirittura è in partenza per un tour europeo che lo vedrà impegnato lungo giugno e luglio. Chissà se passando da Ravenna (16/6) gli verrà in mente la sua estate nel sud-est degli States, oppure se qualcosa gli potrà suggerire la malinconia di De Andrè, o la surrealità felliniana. L’ascolto di “Lie Down In The Light” porta a divagare, dona ali di marzapane alle nostre menti fanciullesche, perciò sarà meglio tornare sul sentiero, e non ti devi stupire se brividi di dolcezza ti sorprendono all’apertura leitmotivica di “So Everyone”, alla sofisticata semplicità con cui si intrecciano le voci e i controcanti. Mentre ti lasci trasportare da queste onde di carezze intense ti sembra di credere che non esista ballata d’amore più classica e ispirata di questa, se non che ti fai cogliere dalle medesime fantasie all’ascolto di “You Want That Picture”, e nelle stesse nuvole dense di sciroppi dolci-amari si galleggia durante altri brani.

Come da tradizione, non mancano riflessioni solitarie più o meno ritmate, più o meno essenziali quali “For Every Field There’s A Mole” (“Per ogni campo c’è una talpa”, come dargli torto?), che si tinge di fiati jazzati, e “Willow Trees Bend”, molto vicina agli arpeggi in stile Nick Drake e all’album “Master And everyone”. Quello che certamente manca è un po’ di azzardo, un po’ di cime tempestose e tenebre rarefatte come nelle precedenti prove, ma anche il nostro tormentato cantautore del Kentucky forse una goccia di tranquillità e di sentimenti raccolti, solari o lievemente malinconici se li merita, ché d’altra parte la strada per la gloria o per il cambiamento o per dovunque voglia andare a parare il Bonnie non è detto che debba a tutti i costi passare per la tragedia o l’oscurità. E allora ci regala (si fa per dire, il caro Will non ha ancora abbracciato la politica free, aggratis insomma, di altri esimi colleghi) brani con accenni di delicatezza appena slowcore (“What’s missing is”), perle cosparse di steel guitars, pennate sicure e impennate vocali (“Where’s the puzzle”), minuti apparentemente ripetitivi (la title track) almeno finché non arriva uno scacciapensieri a fare ciò per cui è stato progettato, ovvero scacciare i cattivi pensieri, fino alla lieta chiusura (“I’ll Be Glad”) con tanto di organo, cori, e ancora una spontaneità struggente e danzante, ovvero la pasta di cui è fatto questo dischetto gemello  di “Ease down the road”, questo sentiero, questa classicità dove Oldham sembra voler andare a parare.

LINK SUL WEB:
Bonnie Prince Billy
The Royal Stable
Palace Fr
My Holly Home
postato da: feelglass alle ore 10:18 | link | commenti | commenti (popup)
categorie: folk, indie, cantautori, bonnie prince billy
mercoledì, 30 gennaio 2008

Bonnie "Prince" Billy - Wilding in the west (2008)



BONNIE "PRINCE" BILLY
WILDING IN THE WEST
il maestro elettrico e tutti gli altri


Se dal punto di vista studio la recente discografia del cantautore di Louisville assume delineamenti folk sempre più essenziali o appena contaminati da elementi orchestrali o blues puliti e raffinati, ma mai leziosi, il versante live invece sembra riempire quel bisogno di sporcizia ed elettricità fracassona che Will Oldham si porta dietro sin dagli ultimi Palace.

Fratello minore di "Summer in the southeast" (2005), questo "Wilding in the west" ci presenta un set di brani piuttosto insolito: a infoltire le stupefacenti riletture di pezzi tratti da "Master and everyone" e "The letting go" ci sono recuperi di lati b, tre brani nuovi scritti insieme a Neil Micheal Hagerty. Quando la chitarra elettrica smette di infuriare subentrano l'organo e i contrappunti vocali di Dawn McCarthy e Paul Oldham; in "The gator" le percussioni preparano il temporale sulfureo di "Master and everyone", sicuramente una delle prove live più sconcertanti degli ultimi tempi; tra le nuove creature colpisce soprattutto la breve "Naked lion", costruita su estranianti controtempi e sferzanti alternanze di basso e organo. Con "Weaker soldier" si calmano le acqua e si torna sui sentieri ciottolati di "Ease down the road", fino alla classica chiusura con il medley folk-rock "Is it the sea/My home is the sea", in cui convergono quanto di meglio ha sempre avuto da offrire il nostro, ovvero dolcezza, rabbia e disperazione. Parafrasando le parole di questa stessa canzone, quando siamo sotto il suo sguardo non sappiamo più nulla, e siamo pazzi di gioia, e con la brezza marina nei nostri polmoni siamo a casa.

VIDEO LIVE
Then the letting go
Wai
My home is the se
postato da: feelglass alle ore 08:30 | link | commenti | commenti (popup)
categorie: bonnie prince billy
lunedì, 19 novembre 2007

Bonnie "Prince" Billy - Ask Forgiveness EP (2007)



BONNIE "PRINCE" BILLY - ASK FORGIVENESS
Riletture minime


Ormai il cantautore del Kentucky ci ha abituato a tutto: cascate di capolavori folk (“Master and everyone”, “Ease down the road”, “Then the letting go”), torrenti lo-fi prima che fosse moda (la discografia a nome Palace), collaborazioni sperimentali (Matt Sweeney, Tortoise, David Pajo), perle di struggente oscurità (“I see a darkness”), impetuosi duetti con le sue adepte (Pink Nasty, Scout Niblett, Dawn McCarthy) e molto altro. Con questo “Ask forgiveness” Will Oldham domanda perdono, per cosa non so, e ci consegna otto rivisitazioni di altri artisti. Non è la prima volta che l’autore affronta delle cover. Dal vivo è sua abitudine presentare qualche standard dell’America rurale, brani tratti da numi tutelari (Dylan, Springsteen, Cash, PJ Harvey, Cohen) ma anche ripescaggi improbabili, da Mariah Carey ai Cranberries, da Madonna ai Led Zeppelin, da Bob Marley ai Beach Boys. L’anno scorso aveva già visto la pubblicazione di “The brave and the bold”, disco di cover non eccelse elaborate con le già citate tartarughe post-rockeggianti di Chicago.

In questo EP siamo su altri sentieri e anche su altra qualità. Abbandonati i barocchismi condivisi con i colleghi Tortoise e i brividi islandesi dell’ultimo LP, il Bonnie torna ad incisioni dai tratti essenziali pur senza la crudezza rupestre degli anni Palace. Il repertorio come di consueto spazia dovunque: abbiamo il Dylan mancato Phil Ochs, Don Frankie (Sinatra), R. Kelly (pure lui?), un metallone (true? boh!) di nome Danzig, la stella del nord Bjork, i Mekons e Mickey Newbury. Chi conosce il genere ha già capito cosa aspettarsi: poche pennate sulla chitarra acustica completate da cenni di organetto, violino, campanelli cristallini, echi femminili. Agli altri voglio solamente dire che la voce di Will Oldham è la più espressiva, emozionante, intensa e sincera di tutto il cantautorato americano degli ultimi 10/15 anni. E se vi interessa non solo la voce ma anche l’autore, allora provate a pescare a caso dal mucchio di dischi che ho citato all’inizio e scoprirete che qui stiamo parlando del più grande erede del folk sghembo, capace di spaziare dalla ballata al post-rock, mantenendo intatta la sua posizione su quel labile confine tra intimismo e classicismo, tra orecchiabilità e ricerca, tra poesia e divulgazione della tradizione. Oldham sa parlare a tutti, e solo lui riesce a farlo in quel modo. Quale, scopritelo voi, e iniziate concedendovi l’ascolto della sua “I see a darkness” riletta da Johnny Cash su “American Recordings III”, brano in cui l’autore ha l’onore di duettare con uno dei suoi maestri.

Se Bob Dylan e Nick Drake erano e continuano ad essere imprescindibili, a loro da molto tempo si è aggiunto Bonnie “Prince” Billy, e queste interpretazioni, più l’unico brano autografo “I’m loving the street”, ne sono l’ennesima conferma. Non rimane che inchinarsi al principe e rabbrividire per la voce e la scrittura che, tra meraviglie e scivoloni, sta salvando la semplicità e la purezza della canzone. Non esagero dicendo che abbiamo davanti l’anima limpida e plumbea di una certa America: prendete e ascoltatene tutti.

postato da: feelglass alle ore 10:18 | link | commenti (1) | commenti (1)(popup)
categorie: folk, indie, cantautori, bonnie prince billy
martedì, 20 febbraio 2007

Sodastream: call it a day

PARTENZE E ARRIVI

Se l'espressione "call it a day" significa proprio "fermarsi", allora vuol dire che i nostri amici australiani sono giunti alla fine di un lungo viaggio.

Dal sito dei Sodastream: "After 10 years, Sodastream have decided to call it a day. A massive thankyou to all our fans, everyone that has come to our shows, and all the people who have helped us out along the way. We will miss you."

Grazie a voi per 10 anni di canzoni irraggiungibili, suoni delicati, melodie che stringono il cuore. In bocca al lupo per il futuro.

Per un gruppo che ritorna, un altro che se ne va... non per fare filosofia spicciola, ma così va la vita.

Ci rifaremo il morale il 24 aprile al Transilviania live di Milano:

postato da: feelglass alle ore 14:14 | link | commenti (3) | commenti (3)(popup)
categorie: smashing pumpkins, bonnie prince billy, sodastream
domenica, 03 settembre 2006

Bonnie "Prince" Billy - The Letting Go (2006)



THE LETTING GO

ovvero una stagione tra l'estate, l'autunno, la bassa America e l'alta Islanda

Strano ritrovarsi già a recensire un nuovo disco di Bonnie "Prince" Billy. In media ne fa uscire uno e mezzo all'anno. Per non parlare delle collaborazioni e degli E.P.!

Strano cercare di capire dove si situa questa opera, forse in uno spazio ideale tra il mid-west (o il south-east della sua estate?) e l'Islanda, dove effettivamente è stato registrato con le attente cure di Valgeir Sigurdsson, già produttore di Bjork.

Strano personaggio questo Bonnie "Prince" Billy, poeta dai mille nomi, un po' trasandato, un po' lupo, leggermente ubriaco. La sua penna e la sua chitarra danno alla luce composizioni sincere e intime, fuori dal tempo, fuori da questo tempo indie, difficili da inserire in rinascita folk, new acoustic, low-fi e simili. I percorsi della sua voce, del suo scrivere sembrano incastonati tra le montagne, i ghiacciai e i laghi delle sue copertine, quelle foto in cui non si capisce dove finisce l'estate e inizia l'autunno, o un'altra stagione, una stagione tutta sua, la stagione di Will Oldham.

Dove finisce "Ease down the road" inizia "The letting go", il banjo lascia spazio ad orchestre delicate, talvolta sferzanti, mai manieristiche. L'autore punta meno su motivi orecchiabili e filastrocche perdute e riparte con un cantautorato più lento, malinconico e sereno allo stesso tempo. Il sentiero iniziato con "After i made love to you" prosegue con gli intrecci vocali di "No bad news", ma è solo un esempio che ben rappresenta il tono dell'album, costante senza essere ripetitivo. La voce di Oldham è quella del lupo innamorato dell'usignolo, le sue storie sembrano una virata acustica delle favole di Oscar Wilde, di Esopo, dei Grimm o di Andersen. Un lupo tra i lupi, un uomo tra gli uomini, per usare le sue stesse parole. Il crescendo orchestrale di "Cursed sleep" ci riporta all'eterna inquietudine dell'artista, con "Cold & wet" ascoltiamo un lamento provenire da qualche città fantasma del vecchio west, nella suprema "God's small song" riecheggiano spettri di ghiaccio, "I called you back" è un dolcissimo inseguirsi di tromba, chitarra slide e pianoforte...

...ma non voglio insistere nella descrizione delle canzoni, non cercherò di afferrarne principi costruttivi e anelli deboli: voglio solo invitarvi a raggiungere le montagne più vicine, sdraiarvi su un prato e mentre cala il buio si avvicina settembre,lasciar scivolare in voi la magia della favola del lupo e dell'usignolo, del loro volo tra angoscia e amore...

...strano essere trasportati in quella stagione sospesa magicamente tra l'estate, l'autunno, la bassa America e l'alta Islanda, vero?

Multimedia, ovvero un po' di cose da ascoltare e guardare
Se siete appassionati del barbuto o solo curiosi, vi consiglio di ascoltare "No Bad News", "God's Small Song" e "I Called You Back" oppure di dare un'occhiata ai video di "Cursed Sleep", anche live, e "The Letting Go (part one)" (un'insolita pubblicità).

Feel-Glass aka Dune Buggy
postato da: feelglass alle ore 09:31 | link | commenti (2) | commenti (2)(popup)
categorie: bonnie prince billy