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lunedì, 03 dicembre 2007

Brian Eno - Before and after science (1977)



BRIAN ENO – BEFORE AND AFTER SCIENCE
La scienza dei suoni al servizio del pop

Era una calda serata di giugno quando feci la conoscenza di Brian Eno. Sorseggiava da un bicchiere mentre discorreva con alcuni giornalisti nell’atrio del teatro. Sono sicuro fosse qualche infuso etnico e ricercato. Quando mi venne incontro, gli presentai la mia copia in vinile di “Low” (Bowie/Eno). Scrisse la versione abbreviata del suo nome e con una freccia la collegò al corrucciato setto nasale del Duca Bianco. Brian Eno è come lo immaginate: un signore inglese dalle movenze tranquille e raffinate, dal sorriso gentile, dal temperamento apparentemente meno eclettico di quanto dia a vedere nelle sue opere.

Certo non possiamo immaginare come fosse in quel lontano 1977, mentre lavorava ai primi due capitoli della saga berlinese con Bowie e si accingeva a pubblicare l’ultimo LP della sua tetralogia “rock”. Il termine rock chiaramente è del tutto arbitrario e criticabile, ma può risultare utile per distinguere i cosiddetti dischi di “canzoni” suonati con la fidata sbilenca combriccola (Manzanera, Fripp, Phil Collins, Percy Jones, Moebius-Roedelius) da quelli di composizioni strumentali e sperimentazioni di ogni sorta; come nelle tre opere precedenti e i capolavori con i Roxy Music, il compositore piega la forma canzone alle sue esigenze sonore e avanguardistiche attraverso un approccio trasversale, obliquo, per usare un termine caro all’autore, un atteggiamento musicale che forse prende spunto più dall’ambito della performance e del minimalismo che non da quello del rock evoluto. Leggermente meno sperimentale del predecessore “Another green world”, “Before and after science” trova nella suddivisione bipartita un fattore che lo accomuna ai lavori con Bowie: nel primo lato si succedono brani dalle caratteristiche più agitate, dalle intuizioni jungle di “Kurt’s rejoinder” (dedicata all’artista Dada Kurt Schwitters) al post-punk “King’s lead hat” (anagramma di Talking heads), dalle geometrie distorte dell’apertura al pop sghembo di “Backwater”, mentre nella seconda parte le composizioni diventano più estatiche, i ritmi non si limitano a rallentare ma procedono progressivamente verso la dilatazione assoluta dei suoni. Qualcuno userebbe l’aggettivo “zen” ma sarebbe poco adeguato per descrivere l’appassionata e insieme distaccata stasi che traspira da classici quali “By this river” e “Spider and I”. Alcune strutture create da Eno, ad esempio “Julie with…”, “Thru hollow hands” e “Energy fools the magician” (potrebbe stare incastonata nella seconda metà di “Heroes”), regalano suggestioni di immobilità, ma si tratterebbe sicuramente di un’impressione causata da qualche sfasamento temporale: io percepisco piuttosto un moto rallentato e rarefatto, come quello dell’Orologio del Lungo Presente, meccanismo realmente esistente studiato per scoccare con i millenni invece che con le ore.

Nella traccia finale la musica si fa ambiente (environmental, se si vuole usare terminologia à la page), mi soffermo a immaginare l’ambiente in cui Bowie e Eno lavorano insieme e i tetti su cui i due amici si concedono un momento di letargica quiete per osservare il cielo sopra Berlino, un cielo in cui purificarsi, distaccarsi dal terreno e galleggiare all’infinito.


 


postato da: feelglass alle ore 10:59 | link | commenti (3) | commenti (3)(popup)
categorie: elettronica, brian eno
venerdì, 23 novembre 2007

Roxy Music - For Your Pleasure (1973)



ROXY MUSIC – FOR YOUR PLEASURE
 
Blu notte. In lontananza le luci dello skyline. In primo piano una fatale Amanda Lear tiene al guinzaglio una non meno feroce pantera nera. E in modo altrettanto ruggente si apre il secondo album dei Roxy Music, per alcuni superiore al precedente, sicuramente considerato da molti uno dei più alti livelli di raffinatezza raggiunti dall’art-rock.

Siamo nel 1973. Le strade di Londra brillano di lustrini, i ragazzi fanno a gara a chi si trucca meglio, il fulmine di Aladdin Sane (Bowie) campeggia (nel senso di “camp”) su tutte le riviste giovanili e musicali più in voga, anche un tossico metropolitano come Lou Reed si piega allo scintillio modaiolo, mentre personalità come Neu, Genesis, Faust e Mike Oldfield si apprestano a cambiare per sempre il suono della musica pop attraverso sperimentazioni in campo prog, kraut, new wave ed elettronico. Intanto da oltreoceano giungono perle in campo rock e cantautorato come “Knocking on heaven’s door” di Dylan e l’esordio col botto di Springsteen e Tom Waits (in questo caso il botto è quello del tappo di una bottiglia di buon vino). Siamo nel 1973, c’è gente che vola immersa nei colori della psichedelia londinese, e c’è gente che fluttua nel blu scuro dei Roxy Music.

 

“For you pleasure” è l’ultimo album in cui il gusto classicheggiante di Bryan Ferry si mescola all’approccio trasversale di Brian Eno per affrescare la notte con suoni morbidi e morbosi, soffusi e confusi, tesi e sospesi, il tutto sostenuto dalle impronte pur flessibili del chitarrista Phil Manzanera e del sassofonista Andy MacKay. E certo non bastano queste poche coordinate per dare l’idea di un viaggio nell’oscurità più patinata e decadente del rock inglese. Non basta raccontare le vibranti increspature di “Beauty queen” o perché in “Strictly confidential” c’è quanto di più amaro possa uscire dai contrappunti vocali tra Bryan Ferry e coro, tra percussioni marcianti e chitarre stridenti; non basta parlare dello slancio compulsivo di “Editions of you” o della struggente catarsi in coda alla tetra seduzione di “In every dream home a heartache” (dedicata ad una bambola gonfiabile); si potrebbe anche spiegare che in “The bogus man” la marzialità kraut si unisce ad un grottesco profumo di magia da club di terz’ordine, o che in “Grey lagoons” scopriamo un’insospettabile apertura come riverberi lunari su onde lacustri, ma anche queste vaghe rappresentazioni non basterebbero ancora a trasmettervi le essenze che rendono questo LP una sfumatura unica e indispensabile in un’ideale discografia fatta di colori notturni. Basta immergersi nella conclusiva title-track per sognare di sprofondare in una notte vellutata e sospesa per sempre nel 1973, in un vicolo tra un night club e l’uscita sul retro di un cinema dove proiettano classici anni ’50.

 
FOR YOUR PLEASURE
 

“For your pleasure in our present state
part false part true like anything
We present ourselves

The words we use tumble
all over your shoulder
Gravel hard and loose

There all night lying
with your dark horse hiding
Abhorring such extremes

You're rubbing shoulders with the stars at night shining so bright
Getting older but you'll wake up soon and fight
In the morning things you worried about last night
will seem lighter I hope things will turn out right”
Old man through every step a change you watch me walk away
Tara tara...."

postato da: feelglass alle ore 09:53 | link | commenti (1) | commenti (1)(popup)
categorie: roxy music, brian eno
martedì, 05 settembre 2006

Brian Eno - Taking Tiger Mountain (By Strategy) (1974)



Suoni fuori posto,
ovvero come catturare la tigre di montagna con la strategia obliqua


Che Brian Eno fosse un genio l'avevamo già capito dai tempi dei Roxy Music e dal modo in cui reinventava il loro suono alle spalle di Bryan Ferry. Avvenne poi che proprio Ferry ebbe a noia quel movimento alle spalle e dopo varie e furiose litigate invitò Eno all'uscita d'emergenza, cosicchè i Roxy Music non furono più gli stessi e il genio dell'elettonica si incamminò non da solo, ma in buona compagnia (Phil Collins, Phil Manzanera, Robert Wyatt ed Andy MacKay furono con lui) verso una strada che lo portò ad un rinnovamento artistico più importante di quanto mai fecero i Roxy negli anni seguenti. Quest'uomo ha il merito (e la colpa) di aver "inventato" la musica ambient ed aleatoria, ed è per dischi come "Music For Airports" o "Discreet Music" che viene ricordato, ma prima di "annoiarci" con lunghe suite strumentali e sperimentazioni più o meno ardite, e soprattutto prima di produrre gli U2, ha pubblicato una tetralogia "rock", se così si può definire (e non si può) che affronta in modo speculativo e personale i vari generi che dal glam portano all'ambient.

Oggi parliamo di "Taking Tiger Mountain (By Strategy)", secondo album solista di Eno, uscito nel 1974. L'elemento rock è ancora ben presente ma viene ridicolizzato di continuo e Eno utilizza tutti gli strumenti a disposizione per ironizzare sulla sua funzione: le canzoni continuano a sfuggire da una struttura fissa, siamo sorpresi dalle improvvise entrate di cori e ispirazioni sinfoniche, i sintetizzatori lavorano in modo preciso su chitarre slide… questo è solo parte di ciò che potremo trovare nelle dieci canzoni. La voce di Eno è la prima cosa che continua a cambiare: prima è altissima ("Back In The Judy's Jungle"), poi tombale ("The Great Pretender"); se in alcuni brani abbiamo movimenti solenni e d'ispirazione orientale ("The Fat Lady Of Limbourg", "China My China"), in "The Third Uncle" ci troviamo frastornati da un punk incendiaro e robotico. In un solo disco ci spostiamo dalla ninnananna di "Put A Straw Under Baby" al valzer sintetico di "Put A Straw Under Baby" e ancora alla dolcezza corale… sempre di "Put A Straw Under Baby"! Secondo logica potremmo dire che il messaggio di Eno sia quello che il pop-rock come lo conoscevamo sta terminando le sue funzioni vitali e che l'unico modo per dargli energia è infondergli la linfa dell'elettronica e dello sconvolgimento compositivo e metodico (le cosiddette strategie oblique)… ma viene da chiedersi se dopo il trattamento si tratta ancora di rock. Il recensore e il critico non si deve assumere la responsabilità, e l'arroganza, della risposta: ci pensa già l'artista inglese con "The True Wheel", brano che riassume tutte le sonorità e le suggestioni dell'album. Sappiamo di essere ad una svolta.

Diventa inutile parlare di tutto ciò che precede e segue il lavoro di Eno (l'iconoclastia punk, il tecnicismo prog, il disimpegno dance, il minimalismo ambient e la collaborazione con Bowie ed Iggy Pop) quando tutte le domande e le angosce di questo panorama musicale di estremi cambiamenti sfumano nella leggerezza pianistica di "Taking Tiger Mountain", la poesia zen che chiude questo capolavoro. Se con "tigre di montagna" intendiamo qualcosa come un'immaginazione embrionale, che ancora non esiste, e non intendo una chimera e un'utopia, ma che realmente può esistere ed esisterà e si trasformerà, allora possiamo dire che l'eccentrico Brian Peter George St. John le Baptiste de la Salle Eno con le sue strategie oblique ha catturato questo qualcosa in una rete che sfugge ad ogni definizione ed incasellamento musicale.

da "Put A Straw Under Baby"

"Let the corridors echo,
As the dark places grow
Hear Superior's footsteps
On the landing below.
There's a place in the orchard
Where no-one dare go
The last one who went there
Turned into a crow"

Multimedia, ovvero un po' di cose da ascoltare e da guardare
Mother Whale Eyeless
Put A Straw Under Baby
Dal momento che non ho trovato video relativi a queste "canzoni", ho deciso di linkarvi i Roxy Music con Eno in una vecchia esecuzione live di "Ladytron" (com'era giovane e buffo Ferry... e verso i 3:20 potete vedere un bell'Eno leopardato!) e una scena del film Velvet Goldmine dove la mitica "Baby's On Fire" di Eno viene eseguita dagli attori Jonathan Rhys Meyers (nei panni di Brian Slade, una specie di Bowie) e Ewan McGregor (che interpreta Curt Wilde, cioè Iggy Pop/Lou Reed) con il supergruppo "The Venus In Furs".

Feel-Glass aka Dune Buggy
postato da: feelglass alle ore 08:10 | link | commenti (4) | commenti (4)(popup)
categorie: brian eno