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lunedì, 23 giugno 2008

Bonnie "Prince" Billy + Bob Corn - Live in Ravenna - 16 giugno 2008



16 GIUGNO 2008
BONNIE PRINCE BILLY + BOB CORN
LIVE IN RAVENNA


Introduzione: Milano-Ravenna, Ravenna-Madonna dell’Albero.
Madonna dell’albero è un paese di poche case che sgocciola da Ravenna. Uscendo da uno svincolo su una statale provinciale ci si trova subito su una via affiancata da villette, piccoli bar e circoli ricreativi, ma soprattutto l’immancabile balera romagnola. Siamo sul tardo pomeriggio, cerchi il locale dove dovrebbe svolgersi il concerto. Noti un anziano a pochi metri di distanza che si allontana dal bar fidelizzato; accosti, doppie frecce ma non ce n’è realmente bisogno, qui sembra tutto deserto, chiedi dove si trova il locale. “Non so”. Un posto dove si svolgono concerti di una certa importanza, non dovrebbe passare inosservato… “Io non so niente”. Imperterrito. Nel suo sguardo leggi un misto di terrore e sberleffo.
Noti un parcheggio a pochi metri di distanza, ne predi possesso come di una poltrona libera in un locale affollato, un trono, con la differenza che qui è tutto tranne che affollato, consulti la cartina stampata da Google Maps tre ore e mezza fa prima di partire. Google Maps non può sbagliare.
Alzi lo sguardo, noti il locale a pochi metri di distanza. Forse hai guidato troppo. Intorno, il vuoto. Sono le sei del pomeriggio. Devi tirare le dieci.

Bob Corn
Bob Corn è un cantautore. O, ancora meglio, un folk singer. Te lo dice già l’aspetto. Lunga barba, sguardo acuto, capelli arruffati. Hai la conferma quando si siede, imbraccia la chitarra acustica e tesse una serie di brevi ballate autunnali, ma che si stagliano perfettamente contro il sole offuscato di questa lunatica primavera. Un suono cristallino, pochi versi essenziali delineano le situazioni un po’ surreali e un po’ malinconiche  raccontate da Tiziano, questo il vero nome di Bob Corn, come introduzione alle canzoni. Avere una maglietta rossa in mezzo ad una folla di persone vestite di nero, e trovare una ragazza con le scarpe rosse. Scusarsi timidamente se un brano può sembrare troppo lungo. Piccole cose che rendono affine una musica, grande un personaggio. E per grande avete capito cosa intendo. Spegnere l’amplificazione e suonare attraversando la folla per farsi sentire meglio. Lasciare un palco già scaldato di poesia folk a Bonnie “Prince” Billy.

Bonnie “Prince” Billy

Il cosiddetto main act, la portata principale insomma. Sono in cinque sul palco, si dispongono a semicerchio, e Will Oldham, quasi a sottolineare una natura apparentemente schiva, prende posizione in fondo a destra. E da lì non si muoverà per tutto il concerto, non cercherà mai un posto al centro, non farà nulla per sviare l’attenzione dagli ottimi musici che lo accompagnano e che rispondono ai nomi di Emmett Kelly (chitarra elettrica), Josh Abrams (contrabbasso), Micheal Zerang (percussioni) e Jennifer Hutt, bella e brava, come dicono in tv, al violino. Una formazione che già potrebbe dir molto sulle modalità scelte dal leader, che leader non sembra, per affrontare la tipica revisione dal vivo del suo repertorio. La scaletta proposta questa sera vede susseguirsi soprattutto brani dagli ultimi tre dischi, “Lie Down In The Light”, le cover di “Ask Forgiveness” e il precedente lp “The Letting Go”. Personalmente apprezzo molto la scelta di dare spazio agli ultimi lavori, che spesso vengono bistrattati dal pubblico in nome di una minore ricerca di suoni “alternativi” rispetto ai dischi Palace. Queste canzoni hanno tutta la stoffa dei classici, e vengono riproposti in modo abbastanza fedele agli originali da questo ensemble folk altrettanto classico e raffinato. Con l’aiuto dei quattro musicisti l’autore ci tiene a dare accento alle svolte più corali di certe composizioni (“Other’s gain”, “Where is the puzzle”, “You remind me of something”), oppure a intessere momenti più intimi ma dal sapore quasi teatrale (“You want that picture”, “Bad news” “What’s missing is”) in duetto con la voce femminile del gruppo. Altre volte ancora lascia spazio alla band perché possa divagare con parentesi strumentali dal retrogusto blues o quasi etnico grazie a percussioni quali djambè e tamburello (“Strange form of life” “Lie Down in the light”, “I called you back”).
Inevitabilmente i momenti più apprezzati dal pubblico, come sempre molto caldo di fronte ad uno spettacolo così sincero e spontaneo, sono quelli in cui Oldham snocciola diverse perle inaspettate come “Master and everyone”, completamente riarrangiata, “Viva ultra”, la splendida e amara “Wolf among wolves”, e ancora “Ohio river boat song” e “I am a cinematographer” viste alla luce degli arrangiamenti Nashville del disco “Greatest Palace Music”. I minuti più coinvolgenti e condivisi sono quelli della leggendaria “I see a darkness”, riconosciuta dal primo accordo, un bisbiglio nel parterre si sparge e si trasforma in un lento sussurro che accompagna la voce di Will Oldham per tutta la canzone. Non è uno di quei brani da cantare tutti insieme a squarciagola. Oldham è fatto così, e il pubblico sa che è sufficiente mormorare uno dei testi più notturni e intrisi di malinconia di tutti gli anni ‘90. Sono istanti in cui ognuno è da solo con la voce del cantautore, e se ti concentri sulla tua solitudine sembra di scrutarla, questa oscurità, di tenerla frusciante tra le mani. Tenebra presto lasciata da parte per far spazio alla vivace cover di R. Kelly “The world’s greatest” e chiudere in modo epicamente sommesso con “The lion lair” nel secondo bis.

Ancora una volta la spontaneità, la naturalezza e la semplicità si rivelano scelte accurate ed essenziali per portare avanti un genere così antico, possiamo dire, come il folk di matrice americana e, risalendo la corrente, irlandese, con superba classicità ed eleganza delle forme, e della sostanza chiaramente, senza rinunciare però a stupire grazie alla contaminazione con linguaggi alternativi che superano il blues, il cantautorato, il jazz o l‘approccio “indie” e che appartengono ad una back region musicale collettiva, una terra di suoni che riconosciamo istintivamente pur senza averla mai visitata. Con Will Oldham, che si riconferma Principe del genere, questa terra non ci limitiamo a visitarla: la viviamo.

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My Holly Home
FoolTribe / Bob Corn
Foto, setlist e altro
postato da: feelglass alle ore 09:03 | link | commenti (4) | commenti (4)(popup)
categorie: folk, indie, cantautori, bonnie prince billy, new acoustic, bob corn
sabato, 21 giugno 2008

F punto - intervista



INTERVISTA
F PUNTO, MAESTRO TARAMELLI E C3PO
18 GIUGNO, MILANO

myspace f punto


F punto, o semplicemente F, è un giovane cantautore milanese di cui per motivi di sicurezza non possiamo rivelare il nome. Insieme alla chitarra acustica e agli occhiali da sole porta anche l’armonica e dal vivo si fa accompagnare da C3PO, schermo proiettore che ora sarebbe indicato come vintage ma che noi preferiamo dire “di estetica e nascita risalente a tre o quattro decenni fa, forse più”. C3PO, di cui F detiene i diritti sul nome da prima di G. Lucas, che salutiamo, sapientemente guidato dal suo padrone e collega di band, il sunnominato F soggetto di questa intervista, trasmette al pubblico immagini ingrandite, più o meno sfuocate, più o meno chiare, degli oggetti che gli vengono posti nella sua scoperta pancia meccanica, oggetti che nell’immaginario collettivo di F sono ascrivibili al contesto descritto nelle sue canzoni. A questo punto vi chiederete che genere di canzoni suona F. Prima di dirvelo citiamo anche la presenza, accanto al monitor e all’autore, del Maestro Taramelli, diplomato in clarinetto e suonante lo stesso strumento, più l’organetto, più il flauto. Una presenza elegante ed essenziale che arricchisce i brani di melodie e sonorità di provenienza classica, levigate, gentili, evocative. F ha prodotto un album s/t, ovvero che porta il suo stesso nome, F punto, appunto, un piccolo scrigno che contiene sette canzoni dai toni quotidiani e surreali, semplici ma non poi così tanto. C’è chi dice che l’autore si richiama a Ivan Della Mea, De Gregori, io dico che la via trovata da lui è un ottimo modo per creare un ponte tra un cantautorato classico di matrice anni ’70 (vintage?) e un approccio sì lo-fi, indie, underground, internet-era-oriented, e tutto quello che volete, ma preciso e, cosa più importante, non alla ricerca di facili mode da myspace e street/viral marketing giovanilistico o snobismi da blog 2.0.

Ho avuto modo di scambiare due chiacchiere con i musicisti, F e l’uomo armato, ovvero Taramelli, aimè C3PO ancora non è dotato di parola, o non la parola comunemente intesa dagli esseri umani, bensì una parola forse altrettanto comunicativa sebbene ancora soggetta all’intervento umano. Certo che, con tutti gli anni che possiede, se dovesse parlare, quante cose avrebbe da raccontare, C3PO. Per ora però credo sia altrettanto interessante ascoltare ciò che F ha da dirci, nelle sue canzoni e nelle sue risposte.



Mescoli cantautorato ed elettronica minima, lo-fi. E’ una scelta precisa o una necessità?

F: “Il sottosuolo. Il mio album ha visto la luce da una produzione avvenuta in uno studio sottoterra, e questo ha influito sui suoni, sull’approccio, sulle modalità di produzione. Sulla nostra pagina in internet puoi vedere alcune foto del nostro studio, abbiamo prodotto tutto in analogico, senza computer, e questo ascoltando l’album si sente, per questo sembra così a bassa definizione”.

Taramelli:”Non bisogna dimenticare la potenzialità delle tubature. E’ molto importante.”



I tuoi testi analizzano la realtà quotidiana, la quotidianità dei rapporti (madre, amore, famiglia…) con una luce surreale. Cosa ti spinge a questa forma di scrittura?

F: ”La surrealtà è una condizione che vivo, che viviamo realmente, è inserita in un sistema incoerente. Tutti i giorni, per come il sistema è fatto, ci ritroviamo a vivere in situazioni surreali. Per sistema ovviamente intendo un sistema di segni, noi abbiamo un’educazione semiotica!”


Taramelli: “io ho studiato filosofia e matematica, non posso che essere d’accordo con questa visione, ma mi dissocio da tutto il resto!”


Com’è nato il tuo album?

F: “il mio album è nato in un lungo arco di tempo, prima suonavo con altre persone in un gruppo rock italiano, poi ho cambiato genere e mi è venuto naturale dirigermi verso questo sottosuolo; il mio album è stato prodotto da Federico Dragogna, chitarrista dei Ministri. La collaborazione con Maestro Taramelli è iniziata soltanto recentemente. Penso che la parola sottosuolo possa descrivere bene il mio repertorio”

Taramelli: “La mia formazione è stata al conservatorio, devo dire che per me la musica si ferma al 1750, anno della morte di Bach…”


F: “Sì, io vorrei sottolineare che il Maestro usa violenza verso gli animali dando come nome i suoi gatti “Glenn” e “Gould”… tu adesso immagina questi Glenn e Gould che miagolano…”


Taramelli: “Io ci tengo a dire che mi dissocio dalle opinioni del mio collega!”



Quando ho ascoltato la prima volta la vostra musica è stato al Miami, sabato 7 giugno. La cosa che mi ha colpito e mi ha spinto ad ascoltarvi è il fatto che non avete suonato su alcun palco ma, tra uno stand di libri underground e uno di abbigliamento indie-emo, avete ricostruito uno spazio intimo ideale in cui suonare, quasi la cameretta spesso citata nei tuoi brani; chitarra elettrica, tastiera, microfono e fiati elettronici arrivavano direttamente in sei o sette cuffie passando attraverso un piccolo mixer. Notevole anche l’idea di creare il cd al momento per chi lo volesse acquistare, masterizzandolo e scrivendo copertina e tracklist con una vecchia macchina da scrivere

F: “L’idea del live in cuffia ci è piaciuta molto da subito, penso che sia sempre interessante cercare un contatto diverso, ancora più diretto e particolare con le persone, in questo caso mettendo in scena una via di mezzo tra l’ascolto solitario, personale e la dimensione collettiva del live. Presto avremo l’autorizzazione per suonare come artisti di strada, allora porteremo questo progetto di live in cuffia per le strade, sui mezzi pubblici, nelle piazze.”



Cosa ne pensi di tutto questo gran parlare di indie in Italia, questo modo di essere, o di fare, alla luce del fatto che comunque la musica indipendente è sempre esistita e il termine risorge periodicamente lungo i decenni?

F: “Penso che almeno metà sia fuffa, sia atteggiamento. A me non piace questo termine e l’atteggiarsi in quel modo. Non condivido il modo di fare di molti gruppi italiani in questo momento. Se ho scelto di suonare così e di propormi così è perché la mia via ora è questa, non ha a che vedere con le mode, i myspace, l’essere esibiti et similia”.

Allora in bocca al lupo per i prossimi concerti e progetti, che siano live standard o in un’altra dimensione semiotica. Ringraziamo moltissimo i due musicisti e C3PO per la loro disponibilità e per lo splendido concerto.
postato da: feelglass alle ore 10:24 | link | commenti (1) | commenti (1)(popup)
categorie: folk, indiepop, indie, cantautori
martedì, 03 giugno 2008

Bonnie Prince Billy - Lie Down In The Light (2008)



BONNIE PRINCE BILLY
LIE DOWN IN THE LIGHT
Classicità danzante, folk spontaneo


Seguire percorsi di montagna. Vedere dove vanno a parare. Seguire questo folk che da lo-fi è diventato elettrico sporco, poi blues, poi oscuro, e ancora essenziale, unico, quasi elettronico, intraprendendo infine (quale fine poi?) la strada della classicità. Vedere dove va a parare. Forse finisce che ci ritroviamo un nuovo Johnny Cash, o forse un altro John Denver. Certo con Will Oldham non si può mai star sicuri di nulla, con la mole di ep, inediti, live che rilascia ogni anno. Anche se bisogna ammettere che dopo il precedente lp “The Letting Go” ha intrapreso un percorso uniforme, quel percorso di montagna accennato all’inizio, quel sentiero spruzzato di foglie secche che scricchiolano e si frantumano sotto i nostri passi pesanti e curiosi di vedere cosa si nasconde dietro ogni curva, dietro ogni asperità montana, insomma curiosi di vedere dove va a parare questo Will Oldham.

Questa volta la strada si apre e procede all’insegna del folk, come già accennavo, più classico, amabile, cantabile, con duetti tipici quanto una villetta di legno e intonaco bianco, con violini che contrappuntano la chitarra ritmica e gli arpeggi veloci e cristallini. Ti ritrovi a pensare “tutto qua?”, poi al secondo ascolto ti accorgi che se tutto sta in queste voci, in queste melodie, il ritorno di Will Oldham sulle scene è una benedizione, non che si sia mai allontanato, addirittura è in partenza per un tour europeo che lo vedrà impegnato lungo giugno e luglio. Chissà se passando da Ravenna (16/6) gli verrà in mente la sua estate nel sud-est degli States, oppure se qualcosa gli potrà suggerire la malinconia di De Andrè, o la surrealità felliniana. L’ascolto di “Lie Down In The Light” porta a divagare, dona ali di marzapane alle nostre menti fanciullesche, perciò sarà meglio tornare sul sentiero, e non ti devi stupire se brividi di dolcezza ti sorprendono all’apertura leitmotivica di “So Everyone”, alla sofisticata semplicità con cui si intrecciano le voci e i controcanti. Mentre ti lasci trasportare da queste onde di carezze intense ti sembra di credere che non esista ballata d’amore più classica e ispirata di questa, se non che ti fai cogliere dalle medesime fantasie all’ascolto di “You Want That Picture”, e nelle stesse nuvole dense di sciroppi dolci-amari si galleggia durante altri brani.

Come da tradizione, non mancano riflessioni solitarie più o meno ritmate, più o meno essenziali quali “For Every Field There’s A Mole” (“Per ogni campo c’è una talpa”, come dargli torto?), che si tinge di fiati jazzati, e “Willow Trees Bend”, molto vicina agli arpeggi in stile Nick Drake e all’album “Master And everyone”. Quello che certamente manca è un po’ di azzardo, un po’ di cime tempestose e tenebre rarefatte come nelle precedenti prove, ma anche il nostro tormentato cantautore del Kentucky forse una goccia di tranquillità e di sentimenti raccolti, solari o lievemente malinconici se li merita, ché d’altra parte la strada per la gloria o per il cambiamento o per dovunque voglia andare a parare il Bonnie non è detto che debba a tutti i costi passare per la tragedia o l’oscurità. E allora ci regala (si fa per dire, il caro Will non ha ancora abbracciato la politica free, aggratis insomma, di altri esimi colleghi) brani con accenni di delicatezza appena slowcore (“What’s missing is”), perle cosparse di steel guitars, pennate sicure e impennate vocali (“Where’s the puzzle”), minuti apparentemente ripetitivi (la title track) almeno finché non arriva uno scacciapensieri a fare ciò per cui è stato progettato, ovvero scacciare i cattivi pensieri, fino alla lieta chiusura (“I’ll Be Glad”) con tanto di organo, cori, e ancora una spontaneità struggente e danzante, ovvero la pasta di cui è fatto questo dischetto gemello  di “Ease down the road”, questo sentiero, questa classicità dove Oldham sembra voler andare a parare.

LINK SUL WEB:
Bonnie Prince Billy
The Royal Stable
Palace Fr
My Holly Home
postato da: feelglass alle ore 10:18 | link | commenti | commenti (popup)
categorie: folk, indie, cantautori, bonnie prince billy
mercoledì, 20 febbraio 2008

Davide Van De Sfroos - Pica (2008)



DAVIDE VAN DE SFROOS
"PICA", UNA MINIERA DI STORIE


Al grido di “pica!” (“picchia”) Davide Van De Sfroos segue i percorsi rocciosi dei minatori e affronta le abissali profondità di storie con la s minuscola, semplici e sempre più grandi dell’altra storia, quella che impariamo sui libri e che spesso ha la S maiuscola. Dopo le oscure magie di “Akuaduulza” il cantautore del Lario sembra tornare con i piedi per terra, una terra rocciosa e grezza come quella frantumata dal “Minatore del Frontale”, composita come il cajun, bagnata dalle acque folk che lambiscono i pilastri de “El Puunt”, nelle quali si lancia il “Cimino” per fuggire ai finanzieri, o solcata dai legni del “Costruttore di Motoscafi”.

“Pica” cammina su un sentiero forse abbandonato molto tempo fa o forse mai, e tutti i forse sono motivati dal fatto che con Van De Sfroos non si può essere mai sicuri, con queste canzoni inserite in un continuum fuori dal nostro abituale concetto di tempo ed evoluzione. Queste ballate, queste feste tradizionali, questi amori inquieti sono incastonati in un loro tempo che non scorre tranne che per i protagonisti reali, i soggetti che ispirano l’autore. Lo spazio del “Furestee”, delle onde e delle montagne descritte vive in un’immaginazione collettiva parallela e intrecciata al semplice spazio dove abitualmente inseriamo il concetto di memoria, memoria storica o folclore. La consapevolezza e la realtà che traspira da questi quattro accordi è la stessa di “E semm partii”, è quella di chi siamo e di chi siamo stati, è quella dell’italiano che deve essere costantemente afferrato per i capelli per non dimenticare, e per fortuna c’è qualcuno che a volte lo fa al posto nostro e ci presenta la tavolozza dei ricordi davanti agli occhi, come in un film, su una pellicola di chitarre acustiche, violini, fisarmoniche, per non parlare del banjo e dell’organo, che ci aiutano ad afferrare una memoria altrui relativamente trascurata, sto parlando degli amori alluvionati di “New Orleans”, città dove Davide ha suonato e raccontato qualche anno fa, e nei loro volti ha ritrovato gli stessi solchi della sua gente, la coda frusciante di un disco di vinile, il finale live di “Loena de Picch”. Ad ascoltar bene puoi sentire i racconti esagerati dei nonni, “la leggenda che conserva integri i fatti”, sgualciti margini omerici dove all’esperienza si mescola un gusto per l’epica rustica del bar di piazza (ma senza la presunzione di Ligabue), dove alla calda elettricità di un “Cavaliere senza morte” di retaggio medievale subentra un’orchestra e una lirica mai ascoltate prima nelle opere del cantautore. Se nei tratti de “Lo sciamano” e in quelli reggae de “La Grigna” fa capolino il fervido animismo di “Akuaduulza” è solo perché l’uomo poggia i piedi su una natura che merita di essere celebrata come protezione per l’anima lacustre ed elemento cui la scienza trae i primi passi, l’alchimia che collega Faust a chi la vita invece l’ha bevuta subito e in fretta, come “L’Alain Delon de Lenn” o i protagonisti di “40 passi”, coscienze sbriciolate all’ombra del Duomo di Milano, e sguardi ormai annacquati sul fondo di un bicchiere di vino, quello di troppo. Questo disco è l’ennesima conferma che Davide Van De Sfroos sa come narrare di tutti e dopo le formule magiche di “Retha Mazur” resta solo qualcosa che non può essere raccontato, ed è il silenzio che rimane nella stanza alla fine dell’ultimo solco, dell’ultimo volto, dell’ultima foglia. E’ la stessa voglia di pioggia che galleggia sotto “Le Nuvole” di De Andrè.

“E adèss che canzon te canti, che la chitàra l’ha purtada via el fioemm
E adess che canzon te soni, che la mia trumba l’ha bufàda via el veent
Le nostre lacrime sul Mississipi son difficili da far vedere
Le nostre urla dentro l’uragano e queste assenze da lasciar tacere
E come mai piovono aghi da lassù e siamo bambole voodoo
Trafitte in ogni punto ormai…”

(“e adesso che canzone ti canto, che la chitarra se l’è portata via il fiume
E adesso che canzone ti suono che la mia tromba l’ha spazzata via il vento”)


MEDIA
Il minatore di Frontale
La ballata del Cimino live
Il minatore live
Il costruttore di motoscafi live

WEB
Cauboi
Van De Sfroos official

Feel-Glass
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categorie: folk, cantautori, davide van de sfroos, musica in dialetto
sabato, 09 febbraio 2008

8 febbraio, Milano: il cantautore presenta il nuovo album




DAVIDE VAN DE SFROOS PRESENTA "PICA"
Presso la Libreria Feltrinelli di Piazza Piemonte a Milano
Davide Van De Sfroos presenta alcuni brani del nuovo album "Pica"


È uno strano pubblico quello che si riunisce sotto il palchetto della Feltrinelli alle 19.30 di venerdì 8 febbraio. Trovi ragazzini punk, universitari, signore attempate, lunghi baffi usciti dal Bar Sport e altri esempi tratti da quella variegata umana fiumana che per convenzione ed abitudine usiamo chiamare società. Società che si è formata grazie ad un fattore essenziale, un elemento mai spento, una matrice iscritta nel nostro dna, la stessa attività che il cantautore lariano Davide Van De Sfroos porta avanti da anni su e giù per l’Italia e non solo. Sto parlando del racconto, del piacere del narrare, e Van De Sfroos sembra un fiume, o meglio un lago, straripante di queste capacità. Creare canzoni che rimangono iscritte in un loro universo di legno, fondi di bicchiere, foglie magiche e onde che non aspettano, suonare una musica che si suona dai primordi dell’umanità, quella folkloristica, fatta sempre degli stessi rapporti tra gli accordi e tanto evocativa da riuscire a riunire la colorata folla di cui parlavo all’inizio.

Il giornalista Marco Mangiarotti parla di Storia e spinge Davide a parlare di storie, quelle con s minuscola, i destini incrociati o forse no dei personaggi che affollano questo disco, incastrati tra passato e futuro, paesi che riconosciamo in sogno tra il Lago di Como e New Orleans, per trovare impensabili lineamenti comuni tra i volti dei peccatori nostrani, come “L’Alain Delon de Lenn”, e quelli trascinati via dall’uragano Katrina. Si parla del bisogno di viaggiare, e il cantautore parla di punti di partenza conosciuti e punti di arrivo misteriosi, per lasciarsi la possibilità di svolte brusche o di grandi occasioni come quella del concerto che si terrà al Datchforum di Assago in aprile; si parla di viaggi che portano lontano, sulle rive del Mississippi, dove si intrecciano sonorità cajun, così influenti nel disco, e nuovi sciamani. Giù in Louisiana una donna cerca di vendere a Davide acque miracolose o presunte tali, e tutto ciò non può che ricordare le antiche streghe nostrane, o semplicemente la “Nona Lucia” di “Akuaduulza”. Si parla di parallelismi che fanno pesare meno le distanze e le differenze tra i continenti, ma anche di ritorni in cui la distanza e il tempo pesano troppo e allontanano affetti di cui qualunque “Furestee” sente il bisogno. E ancora: i nostri Klondyke, i nostri paesi isolati, i nostri territori sacri, la Val Chiavenna, la Valsassina e i loro elfi della notte, e al centro di questo carosello di monti e bocche che parlano ci sono i minatori, che all’urlo di “pica!” forano il pianeta e sono sempre gli stessi, al nord come in Abruzzo, in Africa come in Sud America. Popoli che si mescolano, disertori che portano un po’ di Spagna e di Francia in Valtellina, usanze che richiamano lo stesso sincretismo dove non si distingue l’animismo dal cristianesimo. Questo e molto altro (alpini di lago, motoscafi Abbate, moto Guzzi, chitarre come remi, jazz come metal…) viene tirato nel discorso da Van De Sfroos e Mangiarotti, ma ciò che tutti aspettano è il momento in cui si sfoderano le armi, penne di suoni, storie di note, il momento in cui il nostro accompagnato dal violinista Angapiemage Galiano Persico e dal chitarrista blues Francesco Piu presenta cinque brani tratti da “Pica”: “El Puunt”, storia di un ragazzo che tra amore e rabbia attende il suo amore su un ponte, e alla fine se ne va lasciando alle acque sia la rosa che il bastone; “Il Minatore di Frontale”, working class hero del nord-italia; “New Orleans”, ballata di un amore trascinato via dalle onde impazzite; “Il costruttore di Motoscafi”, in bilico tra politically correct e filologia biografica, e infine “L’Alain Delon De Lenn” in cui si nasconde l’identità di un Jean Gabin del Lario.

Semplicemente una serie di storie, ovvero la cosa più grande e popolare allo stesso tempo, e sicuramente la più speciale se incastonata tra la penna e il plettro di Davide Van De Sfroos.

MEDIA
You shook me all night long
YouTubegrafia

WEB

www.cauboi.it
www.davidevandesfroos.com
www.myspace.com/davidevandesfroos
www.myspace.com/cauboi 
postato da: feelglass alle ore 17:34 | link | commenti (1) | commenti (1)(popup)
categorie: folk, cantautori, davide van de sfroos, musica in dialetto
martedì, 05 febbraio 2008

il mio primo (e anche ultimo?) post a punti

POST A PUNTI*
ovvero alcune novità imprescindibili
 (*si dice così in gergo trendy-blogger, vero?)



PUNTO NUMERO 1
: finalmente dopo 5 anni di attesa arriva il nuovo album studio di Elio E le Storie Tese. In uscita il 20 febbraio anche come allegato su riviste e giornali, "Studentessi" sorprende per la lunghezza della tracklist, che riporto fedelmente qui di sequito. Il primo singolo, "Parco Sempione", sentito dal vivo nel precedente tour, si scaglia contro i suonatori di bongo disturbatori di pennichelle altrui e sarà possibile ascoltarlo in radio già nel weekend. Stay tuned for samples and mp3, come dicono nella gelida Albione! (Dettagli e anticipazioni)

1. Studentessi
2. Plafone
3. Ignudi Fra I Nudisti
4. Tristezza
5. Effetto Memoria (Inverno)
6. Heavy Samba
7. Gargaroz
8. Suicidio A Sorpresa Allegro
9. Suicidio A Sorpresa Allegretto
10. Suicidio A Sorpresa Andante Con Moto
11. Suicidio A Sorpresa Allegro
12. Suicidio A Sorpresa Allegretto
13. Effetto Memoria (Primavera)
14. La Lega Dell’amore
15. A Caval Donando
16. Effetto Memoria (Estate)
17. Buco Nero Super Massiccio
18. La Risposta Dell’architetto
19. Parco Sempione
20. Il Congresso Delle Parti Molli
21. Single (Feat. Luigi Piloni)
22. Effetto Memoria (Autunno)



PUNTO NUMERO 2: venerdì 8 alla Feltrinelli di Piazza Piemonte il nostro Davide Van De Sfroos presenterà "Pica". Ecco le canzoni che formano la nuova opera del cantautore lariano.
1.El puunt (3:50)
2.Lo Sciamano (3:46)
3.L’Alain Delon de Lenn (4:42)
4. New Orleans (6:10)
5.La ballata del Cimino (4:41)
6. Il minatore di Frontale (4:26)
7.40 pass (5:22)
8.La terza onda (3:32)
9.La grigna (3:12)
10.Il costruttore di motoscafi (5:57)
11.Fiil de ferr (3:17)
12.Furestee (3:58)
13.Il cavaliere senza morte (6:51)
14. Loena de picch (6:36)
15. Retha Mazur (3:37)



PUNTO NUMERO 3: altro che Pumpkins, Led Zeppelin, Queen, Pooh e chi più ne ha più ne metta, ecco un vero grande ritorno: i Beehive. Sì, proprio la band di Mirko versione italiana è pronta a sfornare un nuovo album e a iniziare un nuovo tour. Entro l'estate dovrebbe uscire il singolo "Don't say goodbye", titolo che già promette bene.



PUNTO NUMERO 4: las-ma-no-de-lis, è uscita in free download, proprio come fanno i Radiohead della gelida Albione, una compilazione di cover degli Smashing Pumpkins proposte da alcuni utenti del forum del sito italiano dedicato a Billy Corgan. Sul blog della neonata Cashopoli Records trovate i due file rar, scaricateli entrambi altrimenti non si possono aprire. Ne sentirete delle belle, insomma ce n'è per tutti i gusti, come dice quello là: dalle divagazioni acide alla rabbia dark, dai sofferti blues alle riletture folk, dal minimalismo per organo alle folgorazioni elettriche. E se tra un brano e l'altro capita il nome di un certo Feel-Glass mi raccomando di skippare per evitare commenti imbarazzanti!

E con questo è tutto, linea alla regia.
lunedì, 19 novembre 2007

Bonnie "Prince" Billy - Ask Forgiveness EP (2007)



BONNIE "PRINCE" BILLY - ASK FORGIVENESS
Riletture minime


Ormai il cantautore del Kentucky ci ha abituato a tutto: cascate di capolavori folk (“Master and everyone”, “Ease down the road”, “Then the letting go”), torrenti lo-fi prima che fosse moda (la discografia a nome Palace), collaborazioni sperimentali (Matt Sweeney, Tortoise, David Pajo), perle di struggente oscurità (“I see a darkness”), impetuosi duetti con le sue adepte (Pink Nasty, Scout Niblett, Dawn McCarthy) e molto altro. Con questo “Ask forgiveness” Will Oldham domanda perdono, per cosa non so, e ci consegna otto rivisitazioni di altri artisti. Non è la prima volta che l’autore affronta delle cover. Dal vivo è sua abitudine presentare qualche standard dell’America rurale, brani tratti da numi tutelari (Dylan, Springsteen, Cash, PJ Harvey, Cohen) ma anche ripescaggi improbabili, da Mariah Carey ai Cranberries, da Madonna ai Led Zeppelin, da Bob Marley ai Beach Boys. L’anno scorso aveva già visto la pubblicazione di “The brave and the bold”, disco di cover non eccelse elaborate con le già citate tartarughe post-rockeggianti di Chicago.

In questo EP siamo su altri sentieri e anche su altra qualità. Abbandonati i barocchismi condivisi con i colleghi Tortoise e i brividi islandesi dell’ultimo LP, il Bonnie torna ad incisioni dai tratti essenziali pur senza la crudezza rupestre degli anni Palace. Il repertorio come di consueto spazia dovunque: abbiamo il Dylan mancato Phil Ochs, Don Frankie (Sinatra), R. Kelly (pure lui?), un metallone (true? boh!) di nome Danzig, la stella del nord Bjork, i Mekons e Mickey Newbury. Chi conosce il genere ha già capito cosa aspettarsi: poche pennate sulla chitarra acustica completate da cenni di organetto, violino, campanelli cristallini, echi femminili. Agli altri voglio solamente dire che la voce di Will Oldham è la più espressiva, emozionante, intensa e sincera di tutto il cantautorato americano degli ultimi 10/15 anni. E se vi interessa non solo la voce ma anche l’autore, allora provate a pescare a caso dal mucchio di dischi che ho citato all’inizio e scoprirete che qui stiamo parlando del più grande erede del folk sghembo, capace di spaziare dalla ballata al post-rock, mantenendo intatta la sua posizione su quel labile confine tra intimismo e classicismo, tra orecchiabilità e ricerca, tra poesia e divulgazione della tradizione. Oldham sa parlare a tutti, e solo lui riesce a farlo in quel modo. Quale, scopritelo voi, e iniziate concedendovi l’ascolto della sua “I see a darkness” riletta da Johnny Cash su “American Recordings III”, brano in cui l’autore ha l’onore di duettare con uno dei suoi maestri.

Se Bob Dylan e Nick Drake erano e continuano ad essere imprescindibili, a loro da molto tempo si è aggiunto Bonnie “Prince” Billy, e queste interpretazioni, più l’unico brano autografo “I’m loving the street”, ne sono l’ennesima conferma. Non rimane che inchinarsi al principe e rabbrividire per la voce e la scrittura che, tra meraviglie e scivoloni, sta salvando la semplicità e la purezza della canzone. Non esagero dicendo che abbiamo davanti l’anima limpida e plumbea di una certa America: prendete e ascoltatene tutti.

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categorie: folk, indie, cantautori, bonnie prince billy
giovedì, 05 luglio 2007

Davide Van De Sfroos - Akuaduulza (2005)


DAVIDE VAN DE SFROOS - AKUADUULZA
Fantasmi blues sulla riva del lago


Chi è Van De Sfroos ormai lo sanno un po’ tutti, dalla Sardegna al Salento, dal Giappone a New Orleans. Cantautore dialettale proveniente dal Lario affetto da una profonda curiosità per tutte le forme musicali che esulano dal semplice folk nostrano: nativi americani, jazz, Springsteen, punk, mescolati a musica da balera, De Andrè e taranta sono la formula vincente del nostro menestrello, senza scordare i suoi testi poetici e tragicomici. Dopo “Breva e Tivann”, “E semm partii…” (disco che l’ha portato al successo e a mio parere miglior episodio della sua discografia) e “Laiv”, registrato dal vivo come si può capire dal gioco di parole, il 2005 vede l’uscita di “Akuaduulza”, forse la meno convincente tra le prove studio.

Per non essere frainteso vorrei precisare che con meno convincente non intendo dire che l’album è pessimo ma che preso nella sua interezza rischia di deludere. “Akuaduulza” viene costruito come un concept album “dark” su streghe, fantasmi, boschi, prostitute e, ancora più oscuro, animo umano. Il fil rouge “halloweeniano” ha sicuramente una facile presa sui giovani “alternativi”, ma il modo in cui Davide tratta il tema non è banale e nemmeno trito.

Togliamoci subito il dente affrontando i punti deboli, ovvero quei brani che risultano dispersivi per la continuità narrativa e musicale. In apertura c’è uno di questi, e partendo male si rischia di compromettere l’assimilazione dell’opera. “Madame Falena”: ballo tzigano e spagnoleggiante dai ritmi indiavolati, troppo lungo, alla lunga irritante. “Caramadona”: ripetitivo lamento sostenuto da decise pennate acustiche. “Preghiera delle Quattro Foglie”: autocompiacimento sciamanico, ennesima poesia per chitarra e voce, il Davide ne ha partorite di migliori, una su tutte “Ventanas”.”Il corvo”: chi aveva bisogno di un hard rock ridondante tra feedback e voce rabbiosa in italiano? “Rosanera”: la storia di una chitarra che passa di mano in mano diventa un inno pacifista dal finale retorico, con tanto di citazione di Dylan. Perché Davide, perchè?

Tutto il resto merita di essere incensato, anche se si sente la mancanza di genuinità del passato… d’altra parte prima riempiva i palazzetti dello sport a Vergate sul Membro, ora riempie i locali a New Orleans. Il nostro apre una ruvida valigia piena di blues, malinconia, tremori e danze e quasi sempre il risultato è notevole, se non da brivido, come nella potenza sonora del ritornello strumentale della title-track o nella fusione panica dell’infervorata “Shymmtakula”. Poi ci sono le contagiose feste pagane di “Nona Lucia”, in cui Davide torna in splendida forma con il suo solido country per chitarre e violino, “Fendin”, tenebrosa vicenda di un traghettatore di streghe e “El baron”, dal ritornello cantabilissimo e appiccicoso. “Il paradiso dello Scorpione” è il veloce e coinvolgente blues di un galeotto indeciso tra la fuga e la tentazione (quale? Scopritelo!), ma la prova migliore arriva circa a metà disco, dopo la rossa marzialità de “El fantasma del Ziu Gaetann” (inizialmente pensata per far giocare i figli). Stiamo parlando di un luogo situato tra sognanti steel guitar alla Neil Young e rimorsi che non vanno via, stiamo parlando de “Il libro del Mago”. Fatta di scèndra, scìla e foemm, ovvero cenere, cera e fumo, la canzone racconta di un mago anziano e un po’ fasullo che negli ultimi istanti della sua vita ricorda “quando avevo tredici anni, in braccia all’universo e non nella sua prigione”; tra Voodoo, Mandragora e Conte di Cagliostro “la gente vuole sapere cosa c’è nel gerlo del destino, fissati con il domani e intanto il tempo gli sfugge dalle mani, e allora tutti dal Mago a rompere le palle, il mondo non gli va più bene e io devo cambiarlo, o fingere di farlo…”. Un po’ pentito, un po’ sclerotico il Mago capisce che “adesso che giro la carta, e istupidito guardo nella mia sfera, ho capito che la Magia ce l’avevo in tasca quando non sapevo nemmeno cosa fosse…”, offrendoci non poche riflessioni tra chitarre dalle mani tremanti e accordi puliti come lacrime. Se è scontato dire che il tempo scorre sempre più veloce, non è assolutamente scontato provare a vedere le cose dal punto di vista di qualcuno per cui il tempo non passa mai. Il Davide lo fa nell’ultimo brano, “Il prigioniero e la tramontana”, poesia acustica, utile in questi tempi di discussioni sulla pena di morte, da cui traggo la frase che chiude la recensione e riassume l’essenza inquieta del disco: “E’ un viavai di fantasmi e mi domandano tutti perché”.

Feel-Glass aka Dune Buggy

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categorie: cantautori, davide van de sfroos, musica in dialetto
mercoledì, 10 gennaio 2007

Paolo Cattaneo - L'Equilibrio Non Basta (2007)



PAOLO CATTANEO: "L'Equilibrio Non Basta"
Il lieve respiro del nuovo cantautorato

Anno nuovo, disco nuovo per l'etichetta indie OmarGru. Ora è la volta di Paolo Cattaneo: compositore polistrumentista bresciano, ha esordito nel '97 con "L'Anima Del Cipresso", si è occupato di contaminazioni teatro e musica, ha aperto i concerti per Cesare Basile, Perturbazione, Hugo Rage (ex-Bad Seeds) e con la partecipazione di quest'ultimo ha pubblicato nel 2004 "Nero EP". Torna nel 2007 con un nuovo disco, "L'Equilibrio Non Basta", prova di ulteriore maturità e originalità compositiva.
L'incipit pop di "Incastri" inganna, ma per poco, perchè già da questa prima canzone abbiamo un'idea generale di come sarà il disco, con i suoi delicati inserti di fiati di ispirazione classica, voce filtrata e appena accennata, elettronica ambientale. "Neurovegetale" mescola in modo geniale le ispirazioni jazzistiche del pianoforte e del contrabbasso con la profusione di suoni stranianti ed elettrici. Ciò che colpisce del cantautorato sghembo e minimale di Paolo Cattaneo sono proprio le soluzioni che rendono inaspettata l'evoluzione delle sue canzoni, in particolare il sapiente uso delle basi elettroniche e del basso che spesso intrecciandosi arrivano a costituire tappeti leggeri e luccicanti su cui si muove l'intimità delle liriche, a cui collabora lo scrittore Giovanni Peli. Le composizioni crescono in modo delicato e insolito, ricordano la luce del sole filtrata attraverso tende di seta. La chitarra elettrica è distillata con una soffice rarità, talvolta si insinua il violino di Michele Gazich (collaboratore e produttore di Massimo Bubola). Come un aeroplano di carta velina sollevato dalle correnti, il lavoro di Cattaneo si allontana vertiginosamente dalla musica leggera ("Col Mio Ritmo") e si dirige verso zone che ricordano la sonorizzazione per videoinstallazioni ("Infinito") grazie ad avvolgenti onde di suoni soffusi, vaghi, essenziali.
Lascio a voi il piacere di scoprire altre singolari suggestioni che prendono vita nell'ascolto de "L'Equilibrio Non Basta", ottimo accompagnamento per questo inverno che tanto inverno non è.

"So che i miei sogni sono solo due accordi" (Neurovegetale)


Samples & infos
Paolo Cattaneo
Myspace

Feel-Glass aka Dune Buggy
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categorie: elettronica, indie, cantautori, paolo cattaneo
sabato, 18 novembre 2006

Kama - Ho Detto A Tua Mamma Che Fumi (2006)


Breve intervista a Kama, cantautore nostrano

PREFAZIONE
Ultimamente in Italia è un gran proliferare di etichette indie, artisti indie, avanguardie indie, sottoboschi indie. Certo viene spontaneo dire "finalmente"! Ma sarebbe opportuno anche chiedersi il perchè di tale fenomeno, o cercare di capirlo, o ancora di circoscriverne la qualità e la reale innovazione che apporta al panorama italiano in rapporto ai canali media cui il pubblico non-indie sia ricettivo, ovvero televisioni, radio e giornali diffusi a livello nazionale, canali cioè che vadano oltre la webzine di nicchia o la blogosfera.
L'ho chiesto a Kama, un giovane cantautore milanese che ha pubblicato il suo primo album due settimane fa ("Ho Detto A Tua Madre Che Fumi"). Alessandro Camattini, cioè Kama, ha già lavorato come autore e batterista degli Scigad, tra l'altro band supporter di Aferhours, Bluvertigo, Carmen Consoli, nonchè B.B. King. Dopo un EP nel 2003 approda alla Eclectic Circus, con la quale produce il primo singolo, "Ostello Comunale" e l'album in questione. La sua proposta mescola cantautorato (tra i suoi idoli Ivan Graziani e Bruno Lauzi) e musica indie in stile Badly Drawn Boy, nelle liriche sa essere ironico, onirico e talvolta poetico senza autocompiacimento. La voce è cristallina e pulita, come i suoni, precisi, tondi in certi momenti ipnotici o psichedelici. Il suo stile non è per forza originale ma di certo interessante, e grazie a due video (il singolo già citato e "Icaro") trasmessi da AllMusic anche un pubblico più vasto ha avuto modo di avvicinarsi ad un cantautorato un po' fuori dagli schemi.
Ma lasciamo che sia Kama a parlarci della sua musica e delle tematiche brevemente illustrate nelle prime righe.

FIVE QUESTIONS
Dune Buggy: Spiega brevemente ai lettori di Debaser, che vanno dal più truce metallaro (senza offesa!) al più sofisticato ricercatore di avanguardie (sempre senza offesa...), in cosa consiste la tua musica.
Kama: Ve li ricordate quei personaggi di tanto tempo fa, che prendevano la chitarra acustica e componevano delle canzoni con delle belle melodie comprensibili, cantate con una voce intonata e ben definita, i cui testi parlavano di ciò che li circondava, dei paradossi della vita del loro tempo in maniera disincantata ed ironica, il tutto accompagnato da musiche articolate ma di facile comprensione? Sì quei personaggi tipicamente italiani, che talvolta ogni tanto sono di passaggio sulle televisioni di stato… come li chiamavano… cantautori, forse, sì cantautori… Ecco, io spero di approssimarmi a quel genere di musicisti, seppur lo faccia a modo mio e con una veste un po’ più attuale…

DB: I tuoi testi sono visionari, ironici e gentili. Cosa succede quando componi? Dai sfogo all'immaginazione e poi piano piano le parole assumono una forma "canzone" oppure parti dalla musica, da un giro di accordi e costruisci il testo in un secondo momento?
K: Testo e musica sono due cose molto separate che tendenzialmente tratto in due momenti differenti. Prima la musica , con la mia chitarrina marchiata “Bruno Lauzi” e una melodia sbiascicata registro tutto su cassetta con il mio fedele “Roadstar” da supermercato… poi quando ho tempo raccolgo i nastri sparsi per casa e faccio un lavoro certosino di copia e incolla per costruire le strutture delle canzoni. Alla fine alla melodia aggiungo le parole… E scrivere il testo impegna, abbastanza…

DB: Quali sono le tue influenze, i tuoi artisti preferiti e le tue aspirazioni? E quanto le esperienze precendenti dei tuoi compagni di strada (Max Carinelli ex-Je Ne T'Aime Plus per esempio) influiscono sulle tue scelte negli arrangiamenti e dal vivo?
K: Gran parte del buon cantautorato italiano, con una nota particolare per Dalla e Graziani, i Beatles e Mozart che restano la prima ed ultima vera manifestazione del passaggio di Dio sulla terra :-). In generale mi piacciono tutte quelle canzoni che suonate con chitarra acustica e voce vivono di vita propria… Poi non credo che servano “modelli”, chi scrive canzoni esprime la propria educazione artistica, a partire dalle sigle di Cristina D’Avena che ascoltava da bambino…
Max, Ste, Iki e Ale sono tutti musicisti con grande esperienza ma oltre a questo sono persone fantastiche ed eticamente impeccabili. Credo che per restare un anno in tour si debba prima di tutto creare la magia nel camper…Quanto agli arrangiamenti, suonare dal vivo vuol dire dare la possibilità a chi ascolta di capire la vera essenza della canzone e di chi la canta, è un po’ la differenza che passa tra una foto è un filmato. Le canzoni dal vivo non sono mai uguali e questo può accadere solo grazie alla bravura di chi le suona con me…


DB: Blog e musica: quali sono le possibilità oggi per un giovane artista di far sentire la propria voce anche al di fuori del sottobosco indie, avanguardistico o snobisticamente culturale?
K: Mi spaventa un po’ l’eccessiva accessibilità. E’ vero che più offerta vuol dire più musica, però mi sembra che si sia arrivati al punto che chiunque si senta autorizzato a chiamare musica e diffondere registrazioni casalinghe di canzoni senza alcun valore. E un grande aiuto l’hanno dato le definizioni “indie”, “noise”, “low-fi”. Magari con cantati in anglo-pugliese, lunghe vocali calanti e chitarre scordate. Credo che la maturazione di un musicista sia molto importante, così come il pudore… E non vorrei che le perle si perdessero in mezzo al maremoto…

DB: Dalla fine degli anni '90 il panorama indie italiano è in costante crescita, nel bene e nel male. Su AllMusic Extra in seconda serata c'è una buona proposta di musica alternativa, tra gli altri fanno capolino anche i tuoi video. Si può passare ad una major senza svendere la propria arte? Si può entrare nel panorama mainstream rimanendo fedeli alla propria politica? Se ci sarà un'involuzione di questa diffusione indie, tutto tornerà come prima o forse le maggiori etichette, le radio più importanti e la televisione avranno allargato i loro orizzonti?
K: Ancora io devo capire cosa voglia dire indie. Chi sono gli indie???… Sono forse quelli che ogni tanto ti accusano di fare canzoni troppo “pulite” e con le voci troppo intonate? Quelli che scambiano una chitarra scordata per un audace sottofondo di pathos? Quelli che confondono delle registrazioni fatte con mezzi scadenti (e budget infinitesimi) con arrangiamenti noise filo Sonic Youth? Personalmente distinguo solo canzoni belle da canzoni brutte… e canzoni registrate bene o male… Credo che l’accesso alle programmazioni tv  e radio sia dettato prima di tutto dalla qualità di quello che si registra. Il fatto è che purtroppo la maggior parte delle cose che vengono definite “indie” sono inascoltabili e sono destinate a restare nelle camerette di ascoltatori di nicchia. Ed è giusto così.
Quanto alla vecchia storia delle major e dell’artista manipolato, sinceramente credo sia più una favola da sala prove che una realtà. Quando hai l’opportunità di lavorare con personaggi importanti del mondo della musica (arrangiatori, produttori etc…) cerchi di imparare il massimo, di migliorare e basta. Se poi vogliamo parlare delle major che producono pochi artisti e si accollano pochi rischi di impresa (che tendenzialmente invece sono a carico di piccole etichette squattrinate), che girano poco per i locali etc… quello è un altro discorso…


CONCLUSIONI (?)
Certo non è il momento di tirare conclusioni adeguate, proprio perchè è impossibile storicizzare un fenomeno ancora in corso, e soprattutto perchè il discorso merita un trattamento più ampio e articolato. Spero che le risposte di Kama sulle ultime domande possano suscitare una vivido dibattito; per quanto riguarda le sue canzoni vi invito ad ascoltarne alcune su MySpace.
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categorie: cantautori, kama