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giovedì, 12 luglio 2007

David Bowie - "hours..." (1999)



LE BIANCHE ORE DEL DUCA
ovvero canzoni come stanze illuminate dal neon


Credevamo che David Bowie negli anni '90 stesse costruendo un mosaico e che "Buddha Of Suburbia", "1.Outside" e "Earthling" fossero ottime tessere a cui si doveva aggiungere "Hours...". Evidentemente credevamo male, poiché con questa uscita l'ex-Duca distrugge ogni aspettativa (ma non l'ha sempre fatto?) e ci consegna qualcosa di molto soft e nostalgico con pochi momenti brillanti e tanti altri molto deboli.

La copertina ci dice già molto: il Bowie del '99 tiene in braccio e abbassa gli occhi su una specie di Ziggy-Nathan Adler sdraiato e agonizzante che a sua volta guarda oltre la copertina, forse verso un lontano passato o l'immediato futuro. La grafica è un po' futuristica un po' ospedaliera, e il disco nell'insieme dà l'idea di qualcosa di malaticcio, non malato come poteva esserlo "1.Outside", piuttosto vagamente disperato e disilluso.
Già da "Thursday's Child", brano d'apertura e singolo di successo che dondola tra cori e archi, sentiamo che tutti i testi e gli arrangiamenti sono impregnati di rimpianti: David ci parla di amori perduti, di giornate sprecate, di solitudini malriepite, e per farlo usa una musica che vorrebbe un po' ammiccare al passato (ad "Hunky Dory" dicevano i critici del tempo, ma non mi hanno mai convinto), un po' costruire il suono pop del futuro, fatto di atmosfere algide, fredde, cristalline, come quelle della stanza bianca in cui è immersa la copertina. Dalle parole dell'artista emerge una vita fatta di indecisioni, di scelte sbagliate nei tempi sbagliati, e le sonorità ovattate dell'album, dalle chitarre di Reeves Gabrels al missaggio di Mark Plati, sembrano suggerirci queste tematiche: ci sono gemme acustiche come "Survive" e "Seven", straziati ricordi al passato remoto come "Something In The Air" e "If I'm Dreaming My Life". Talvolta l'autore cerca di autoconvincersi di essere ancora un dragone e una droga, come nell'elettricità fracassona di "The Pretty Things Are Going To Hell", ma i risultati sono piuttosto monotoni e risibili. Lo stesso effetto purtroppo viene creato anche dalla strumentale "Brilliant Adventure", pseudo-accenno ad una Berlino orientaleggiante.
Se finora il disco si è lasciato ascoltare senza infamia e senza lode, gli urtanti episodi "What's Really Happening" e "New Angels Of Promise" fanno precipitare tutto questo impasto "elettro-pop" (?) mal lievitato nell'urticante fastidio di voler spegnere lo stereo. Per fortuna ci salva l'elettronica in finto-Eno dell'ultima "The Dreamers", che solleva di mezza tacca (e mezza tacca è poco!) il senso di disorientamento generale e di sbadiglio di questo lavoro.

Nell'estate del 1999 conobbi Bowie grazie al film "Velvet Goldmine" e ad una primitiva passione per il glam, e questo "Hours...", uscito nell'autunno dello stesso anno, era il suo primo disco che acquistavo "in diretta", perciò ai tempi ero molto entusiasta e lo apprezzai parecchio. Dal momento che ci sono affezionato e che un po' mi ricorda le atmosfere di quel periodo liceale, fatto di sonni al neon, indecisioni ed ore infinite, dovete capire quanto mi spiace parlarne in questo modo, ma mi risulta difficile fare altrimenti soprattutto sapendo che fu preceduto dal geniale "Earthling" e seguito dallo splendido "Heathen".

da "Something In The Air"

"Lived with the best times
Left with the worst
I've danced with you too long
Nothing left to say
Let's take what we can
I know you hold your head up high
We've raced for the last time
A place of no return."


Feel-Glass aka Dune Buggy
postato da: feelglass alle ore 06:41 | link | commenti (3) | commenti (3)(popup)
categorie: david bowie
mercoledì, 11 luglio 2007

David Bowie - Earthling (1997)

UN TERRESTRE VISIONARIO

ovvero un assalto techno-logico dal futuro

8 gennaio 1997: il signor Bowie ha compiuto 50 anni e per festeggiarli organizza un immenso concerto al Madison Square Garden di New York dove partecipano vecchi e nuovi amici come Lou Reed, Sonic Youth, Foo Fighters, Billy Corgan, Robert Smith e Frank Black. Sa che il concerto avrà una portata mediatica e pubblicitaria eccezionale e sfrutta l'occasione per suonare alcuni classici e soprattutto per presentare "Earthling".

8 gennaio 1997: Bowie compie 50 anni e non li dimostra affatto, e se non ci credete ascoltatevi questa bomba sonora. L'ex Duca Bianco ha un volto sano, coniuga portamento signorile e sorriso giovanile, ha un mantello stracciato e pantaloni di polle, capelli a spazzola rossi ed energia da vendere. Con "Earthling", signori e signore, Ziggy Stardust è tornato sulla Terra trasformato in un folle androide metropolitano lanciato in una corsa isterica alla ricerca di pezzi di suono per formare patchwork impazziti.

Come nel precedente "1.Outside" l'ex-Duca Bianco è ispiratissimo, e proprio da quel disco sembrano provenire alcune idee come le urla visionarie di "Telling Lies" e i sospiri di "I'm Afraid Of Americans", mentre altre suggestioni vengono colte direttamente da nuove bands come Prodigy e Nine Inch Nails. Tutti i brani hanno un impatto sonoro veramente notevole e alcuni di essi, come "Battle For Britain" (ad un certo punto credete che il cd stia saltando vero? è invece è una delle tante trovate geniali di Bowie) e "Dead Man Walking", oltre al caratteristico drumming jungle e industrial stupiscono con divagazioni free jazz del grandissimo pianista Mike Garson. Già con la prima "Little Wonder" l'assalto tecnologico ci catapulta su un treno che per attraversare la città sfonda palazzi, mentre in "Seven Years In Tibet" un lento sassofono quasi blues viene squarciato dalle lancinanti fitte delle distorsioni del chitarrista Reeves Gabrels e dai cori back dell'ottima bassista Gail Ann Dorsey. Pulsazioni dal futuro e aggressività strumentale non ci abbandonano nemmeno per una traccia e ci conducono in un viaggio senza sosta in una metropoli del futuro, e non possiamo non restare affascinati davanti a questo lavoro che non solo strizza l'occhio alla club culture di moda all'epoca e alle classifiche ma che farcisce suoni moderni con una rinnovata classe inglese, raffinatissimi coinvolgimenti pianistici e una furia chitarristica sicura e potente. E i testi non sono da meno: riescono a essere ironici (come in "Little Wonder"), impegnati, deliranti e ancora apocalittici. Visioni di futuri possibili attraverso "squarci nel tempo" si alternano a riflessioni intime ("Battle For Britain"), alla critica sociale di "I'm Afraid Of Americans" e alle citazioni di Bertrand Russell e Samuel Beckett dell'ultimo esageratissimo delirio techno "Law".

Tutti coloro che si aspettavano i progettati quattro seguiti di "1.Outside" forse vorranno rimaner delusi da questo lavoro, ma "Earthling", anzi "Eart hl i ng", per me è come una costola impazzita e più commestibile del precedente capolavoro e ci conferma che il più grande è solo quest'uomo che di spalle, vestito con la Union Jack, canta "sono il tuo futuro, sono il domani, sono la fine".

da "Dead Man Walking"

"Due giovani danzano sotto il lampione
Scuotono il loro sesso e le loro ossa
E i ragazzi che eravamo
Una nazione aliena in terapia
Cade a terra nuda e nuova
Come un bambino irascibile
Su una strada scivolosa di pioggia

E sono andato andato andato
Ora sono più vecchio dei film
Lasciami danzare via
Ora più saggio dei sogni
Lasciamo volare volare volare
Mentre sto toccando il domani
E so chi c'è
Quando le sagome cadono
E sono andato

E sono andato, come danzassi sugli angeli
E sono andato
attraverso una rottura nel tempo
Come un morto che cammina"

(traduzione VelvetGoldmine)

Feel-Glass aka Dune Buggy

postato da: feelglass alle ore 08:10 | link | commenti (2) | commenti (2)(popup)
categorie: david bowie
venerdì, 02 marzo 2007

David Bowie - PinUps (1973)



UN'ISTANTANEA PASSEGGERA
ovvero cover-girls per Bowie

Cos'è "Pinups"?

Pinups, come le signorine che ogni mese mostravano orgogliose e irruente le loro morbide nudità ai lettori di Playboy. Pinups, come le giovani attrici che per pochi soldi facevano l'occhiolino dalle pagine patinate. Pinups, come le ragazze che agitavano il fazzoletto per dare il segnale di partenza ad una letale gara motociclistica. Pinups, come le attrici dei film di Elvis, o le starlettes che infestavano i rotocalchi del dopoguerra.

"Pinups", come gli anni '60 secondo David Bowie, cioè le cover più sottovalutate di tutta la sua carriera. L'album (1973) sembra incastonato a forza nel percorso dell'artista inglese, inoltre risulta monotono e debole se confrontato con gli illustri predecessori e la storia di trasformazioni seguente. Accostando l'orecchio ed alzando il volume mi chiedo se questa trovata discografica possa considerarsi un ideale passaggio dall'arrogante glam-rock di "Aladdin Sane" al decadente soul di "Diamond Dogs" e poi di Young Americans. In effetti ci sono tutti gli elementi che hanno reso originale l'aspetto musicale del personaggio Ziggy Stardust, ma anche anticipazioni della svolta al "Philly sound". Le chitarre compatte e distorte, le voci in falsetto, le dissonanze d'archi sono affiancate da sassofoni sparati a mille, da urla rauche, talvolta da ritmiche leggermente funky. Il nostro si libera dei fantasmi impasticcati del suo periodo mod spingendo nel tritacarne dei suoi arrangiamenti ruvidi e roboanti i Pink Floyd di Syd Barrett, gli Yardbirds, gli Who, gli Easybeats e i Kinks, solo per citare i più famosi. Lo stridente plettro che da "Rosalyn" dei Pretty Things porta a "Here Comes The Night" si unisce ad un grido intermittente e comico, e l'effetto è sublime, come la successiva entrata dei fiati. "See Emily Play" suona realmente grottesca, la sua coda rimane psichedelica e assurda grazie alle divagazioni free-jazz del grandissimo pianista Mike Garson. Brani come "Everything's Alright" o "Friday On My Mind", a metà strada tra il boogie e il paranoico, divertono e fanno ballare: che "Pinups" non sia altro che uno scherzo? Oppure è la pietra angolare dell'evoluzione glam? Forse no, non tutti i brani sono all'altezza: "I Can't Explain", "Don't Bring Me Down", "Shapes Of Things" e "Where Have All The Good Times Gone" sanno di un vezzo licenziato troppo presto... ma chi siamo noi per giudicare un gioco così raffinato e cialtrone allo stesso tempo? E poi c'è "Sorrow", indimenticabile, languida, vellutata, come lo sguardo di Bowie mentre si avvicina ad Amanda Lear nelle riprese stravolte del "1980 Floor Show".

Allora cos'è "Pinups"? L'allucinato duetto con Marianne Faithfull, perfetto e velenoso frutto kitsch purtroppo assente nel disco? Un addio alla semplicità e al candore dei primi '70? Uno sguardo che non regge più la telecamera e affonda in un abisso di illusioni? Il ritratto slavato a androgino di Bowie e Twiggy oppure Norma Jean Baker, che forse meritava l'Oscar? Cos'è "Pinups?"

da "See Emily Play" (Syd Barrett)
"Emily ci prova ma si sbaglia
E' spesso incline a prendere in prestito i sogni di qualcuno
fino a domani (...)
Subito dopo il buio Emily piange
Fissa soffrendo gli alberi, in silenzio fino a domani (...)
Indossa un abito che arriva fino a terra
Lasciati trascinare dalla corrente di un fiume per sempre
Emily"

(da www.velvetgoldmine.it)

Videos
I Got You Babe - Floor Show 1973, con Marianne Faithfull
Everything's Alright - come sopra
Sorrow - come sopra
I Can't Explain - come sopra

Feel-Glass aka Dune Buggy
postato da: feelglass alle ore 08:38 | link | commenti | commenti (popup)
categorie: david bowie
domenica, 25 febbraio 2007

David Bowie - Aladdin sane (1973)



"HE'S OUTRAGEOUS, HE SCREAMS AND HE BAWLS"

ovvero Ziggy goes to Hollywood

Autunno 1972
Finalmente David Bowie ha avuto quello che voleva: il successo. Grazie all'eccellente album sulle avventure di Ziggy Stardust, alieno ambiguo e teatrale magistralmente intepretato dal cantante stesso, Bowie è diventato un idolo dei teenagers. Ha influenzato la moda dell'anno, e degli anni a venire, ispirandosi a Marc Bolan, al teatro giapponese e ad un'infinità di altre suggestioni. Ha forgiato una nuova avanguardia fatta di ironia sul personaggio della rock-star e sintesi elettrico-orchestrali. E, cosa non meno importante, è sbarcato in America. Il tour con gli Spiders (Mick Ronson, Woody Woodmansey e Trevor Bolder) lo porta in ogni angolo degli States, ma più che influenzare le sonorità d'oltreoceano, sarà il contrario: durante lo stancante viaggio Bowie tiene un diario, una sorta di appunti d'impressioni sugli USA e il suo mondo di stelle del cinema, di party, di club esclusivi, ma anche di grattacieli e di strade. Questa America più immaginata che reale permea la scrittura e le sonorità dell'artista, che tra dicembre e gennaio fa la spola tra New York e Londra per lavorare ad un nuovo progetto e ad un nuovo personaggio. Certo nel frattempo non ha dormito sugli allori: oltre al tour e alle sessioni radiofoniche ha lavorato ai nuovi album di Iggy Pop, Lou Reed e Mott The Hopple e ha conosciuto il pianista d'avanguardia Mike Garson: tutte esperienze che a loro modo entreranno nella sua arte.

13 aprile 1973
Dopo una travagliata fase di scelta per il titolo, Aladdin Sane viene lanciato sul mercato. Quel giorno David Bowie si trova ad Hiroshima, ultima tappa dello Ziggy Stardust Tour prima del ritorno in patria. L'immagine che meglio di ogni altra interpreta e simbolizza il sound di Bowie è quella che il nostro ha pitturata sul volto in copertina: un fulmine. Ci accorgiamo fin dal primo brano, "Watch That Man", della differenza da Ziggy Stardust: il pulito estetismo alieno ha lasciato spazio ad un suono sporco, grattato, ruvido, distorto. Il cantato si fa ancora più perverso e in "Cracked Actor" sfiora una geniale volgarità. I testi parlano di personaggi assurdi, clowneschi, per certi versi loureediani, più "solidi" delle ombre del precedente concept. Ma ci sono anche le raffinatissime movenze classiche e free-jazz di Garson, che da' il meglio di sè nell'esasperata coda della title track, nel capolavoro "Time" e nella superba "Lady Grinning Soul". In "Drive-In Saturday" sono i fiati a fare il loro gioco, ma la cosa più straordinaria rimarrà sempre lo stile della voce: il futuro Duca Bianco da' grandissima prova di maturazione nell'unire falsetti, bassi e recitazione. In "Panic In Detroit" cori angoscianti, ritmiche tribali e distorsioni animalesche costruiscono un panorama apocalittico e isterico dove si inseguono Che Guevara, slot machines, polizia e autografi. "Time", uno dei più alti livelli raggiunti non da Bowie ma dal rock in assoluto, sembra uscita da un bordello di New Orleans, è decadente, è fatta di fogne e lustrini, di New York Dolls e porte dei sogni, è vanitosa tanto che "si piega come una puttana, cade masturbandosi a terra". "The Prettiest Star", spensierata, ballabile e malinconica, torna sul campo inglese, è dedicata alla futura moglie Angie (la stessa di "Angie" degli Stones), ma sembra cucita su misura per Marc Bolan dei T-Rex. "Let's Spend The Night Together" concretizza in una cover validissima e sensualmente gaia il fantasma che aleggiava nei riff di Ronson, ossia quello dei Rolling Stones. "The Jean Genie", primo singolo del disco e vera hit dell'anno, è un torrido e movimentato blues ispirato al drammaturgo Jean Genet e all'amico Iggy Pop e caratterizzato dall'impatto hard del riff di provenienza delta-blues che salta tra i palazzi di New York come un folletto impazzito. La canzone farà tanto successo da essere replicata in quasi tutti i tour di Bowie, fino all'energica interpretazione insieme a Billy Corgan nel 1997. L'opera si chiude con "Lady Grinning Soul", una ballata latina disegnata sul profilo della femme fatale, dove su un raffinatissimo tappeto pianistico si riuniscono chitarre acustiche, lievi distorsioni, sassofono e voce torrida, per raggiungere uno spazio immaginifico tra Scott Walker e la Spagna.
Inutile dire che il disco è una pietra miliare nel panorama "pop-rock" (a partire dalla leggendaria copertina che entra meritatamente nell'olimpo della pop-art) e rimane fondamentale e ancora attualissimo per chiunque voglia conoscere non solo Bowie ma la strada intrapresa dalla musica dagli anni '70 in poi. Inoltre la versione doppio cd pubblicata nel 2003 in occasione del trentesimo anniversario dalla sua uscita è impreziosita da gemme quali "John I'm Only Dancing", "All The Young Dudes", già famosi 45 giri, e ripescaggi live dell'autunno di Ziggy Stardust. Come Dorian Gray, dalla musica alla vita: una primavera di eccessi!

da "Time"

"Tempo — Aspetta dietro le quinte, parla di cose senza senso,
il suo copione siamo tu ed io, ragazzi.
Tempo — Si piega come una puttana, cade masturbandosi a terra,
le sue beffe siamo tu ed io, ragazzo (...)
Il cecchino nel cervello, che rigurgita fogne
incestuoso e vanitoso, e molti altri nomi.
Guardo l'orologio, fa le 9 e 25 e penso: "Oh Dio, sono ancora vivo"
(...) Tu — non sei una vittima
Tu — solo un grido di noia
Tu — non puoi sfrattare il tempo (...)
Smetterla è difficile, ma vivere nel buio è odioso.
Avevo tanti sogni, ho avuto tanti successi ma tu, amore, eri gentile, ma l'amore ti ha lasciata senza sogni, la porta per i sogni era chiusa, il tuo parco era davvero senza sogni. Forse ora stai sorridendo, sorridendo attraverso questa oscurità ma tutto quello che avrei potuto darti è la colpa di sognare"


Testi e traduzioni da Velvet Goldmine, informazioni cronologiche da "David Bowie - L'Enciclopedia" di Nicholas Pegg (ed. ArcanaMusica)

Videos!

Drive in Saturday - live in tv 73
Drive in Saturday - live 99
The Jean Genie - video ufficiale
The Jean Genie - Floor Show 1973
Time - come sopra
Time - come sopra #2
Time - Glass Spider 87
All The Young Dudes/ The Jean Genie (con Billy Corgan, 1997)
Cracked Actor - live 99
Cracked Actor - live 2000
Cracked Actor - Ziggy farewell show
Aladdin Sane - Brigde School Benefit Concert, 1996
Let's spend the night together - Ziggy farewell show
Watch That Man - come sopra
All The Young Dudes - come sopra
All The Young Dudes - live 2003
All The Young Dudes - Rockpalast 96
All The Young Dudes - Freddy Mercury Tribute 1992
The Jean Genie - Bridge School Benefit Concert 1996

Credo che basti! Perdonatemi le lunghe assenze!

Feel-Glass aka Dune Buggy
postato da: feelglass alle ore 11:13 | link | commenti (1613) | commenti (1613)(popup)
categorie: david bowie
mercoledì, 15 novembre 2006

David Bowie - Scary Monsters (1980)



UN PIERROT IRONICO ED ELETTRICO
ovvero "David cosa dovrei fare? Mi attendono all'entrata!" "Non chiederlo a me, non conosco entrate"


"… una specie di purga. Ero io che sradicavo da dentro di me i sentimenti coi quali mi sentivo a disagio. Bisogna fare i conti con se stessi. Bisogna capire perché certe cose sono accadute. Non si possono semplicemente ignorare o farle uscire dalla propria mente, o far finta che non siano successe oppure limitarsi a dire "Oh, allora ero così diverso". È molto importante affrontarle e capirle. Aiuta a riflettere su dove ci si trova attualmente"

Sì, ma attualmente dove ci si trova? Per saperlo bisogna fare un passo indietro e confrontarsi con il passato. Cercherò di essere più breve possibile. Nel '69 il giovane David Bowie, mimo, pittore e cantante, raggiunge il successo con il singolo "Space Oddity", tratto da un album di nuovo folk un po' orchestrale. Cade nel dimenticatoio per alcuni anni durante i quali sforna la storia di un manicomio prog intitolato "The Man Who Sold The World" ('70) e "Hunky Dory" ('71), decadentismo dandy un po' inglese un po' loureediano un po' cabaret. Con "The Rise And The Fall Of Ziggy Stardust And The Spiders From Mars" ('72), "Aladdin Sane" e "Pin Ups" ('73) analizza ogni sfumatura del glam, dall'anima sinfonica a quella hard-rock, raggiunge improvvisamente il successo planetario grazie alla saga del suo personaggio Ziggy Stardust, un alieno decadente sceso per salvare il mondo e che fallisce a causa dei suoi costumi malati ed esagerati; inizia svariate collaborazioni tra cui una importantissima con Lou Reed per "Transformer". Nel '73 Ziggy muore e si trasforma un impressionante freak apocalittico dal nome "Diamond Dogs" ('74), poi si converte al soul plastico di "Young Americans" ('75), nel frattempo i problemi legati alla droga e alla sua paranoia da immagine diventano materia interessante per qualsiasi psichiatra. Nel '76 con la transizione di "Station To Station" si aggiunge la mania per l'occulto e per il totalitarismo, e dopo aver recitato nel riflessivo "The man who fell to Earth" in preda ad una totale pazzia nel '77 fugge in Francia e finalmente a Berlino, la cui cupa atmosfera influenza i tre capolavori elettronici "Low", "Heroes" e "Lodger" ('79), nati grazie alla collaborazione con Brian Eno e ispirati al minimalismo, alle strategie oblique, al pensiero del Nulla e della Morte. Durante questo processo di disintossicazione Bowie sovverte le regole della musica, del business legato al culto dell'immagine e dell'aspettativa da parte dei fan.

Ora siamo nel 1980, sta per iniziare un nuovo decennio, l'ennesimo decennio di cambiamenti e follie musicali e culturali. Il nostro ha 33 anni, ovvero l'età di Cristo alla sua età! Momento simbolico, non solo per il giro di boa e la raggiunta maturità, ma anche perché, senza saperlo, si trova all'ultimo disco importante di una carriera quasi sempre in salita, fatta, come abbiamo appena visto, di dischi fondamentali ed esperienze sconfinate. Avete presente il movimento triadico di Hegel (o era Kant?), riassumibile a grandi linee in tesi-antitesi-sintesi? Bene, questo disco è così. Se la tesi è Ziggy e l'antitesi è la produzione berlinese, "Scary Monsters" è la sintesi. Non avete capito? Bene, neanche io! Ma come possiamo capire quando accendiamo lo stereo, sentiamo il martellare della chitarra e la voce di un'attrice giapponese che dice "Shiruetto ya kage ga kakumei o miteiru mo tengoku no giyu no kaidan wa nai"? Come possiamo capire quando Bowie urla come non mai e si prende in giro fin dall'inizio, e usa un'altra volta quella fantastica arma per affrontare il passato chiamata ironia? Sono mostri straordinari queste silhouette e queste ombre di fine decennio, questa processione di super brividi ci offre tutti i dieci anni precedenti in dieci canzoni, in una veste rinnovata, rivoluzionaria, non arrugginita ma paurosamente aggressiva ed originale! Per la prima volta da tanto tempo sentiamo un David che con naturalezza e piglio satirico si diverte con la sua band. Non ci sono fantasmi, non ci sono paure, non ci sono incubi. L'inizio con "It's No Game Part 1" è sfolgorante è violentissimo, poi si combattono a colpi di spada elettrica il glam di "Up To The Hill Backwards" e la claustrofobica title track. Tra le altre canzoni c'è "Ashes To Ashes", che non solo è il ritorno di "Space Oddity" sottoforma di un funky futuristico che prende in giro Major Tom, ma è anche una delle canzoni preferite della mia ragazza, e di più non si può chiedere! Abbiamo materia da ballare con la new romantic "Fashion", singolo spaccaclassifica, ma che Bowie ci prende in giro e critica la generazione new wave lo capiamo con la drammatica "Teenage Wildlife", una "Heroes" del nuovo millennio, critica intelligente e delirante (c'è scritto "one of the New Wave boys", ma forse non dice "one of the No Wave boys"?), fornito di uno dei migliori testi e melodie mai scritti dall'ex-Duca Bianco. "Scream Like A Baby", particolarmente con la trovata sonora di "no athletic progam, no discipline, no book…", ci farà sussultare e stupire ogni volta, e dopo i toni smorzati e corali della cover di Tom Verlaine "Kingdome Come" Bowie riprende un'intro apocalittica e ritmi variabili in "Because You're Young". Come in una cornice post-moderna tutto questo gioco si chiude in circolo con "It's No Game Part 2", reprise croonistica e più tranquilla del primo brano.
Volete sapere altro sulla portata fondamentale dell'opera? Forse non vi basta sapere che da "1.Outside" ('95) in poi tutti i "critici laureati" affermano che ogni nuova uscita è la migliore dal 1980, eccezione fatta per "…hours" e "Rieliti", quest'ultimo poi non è degno nemmeno di stare nello stesso scaffale (per me qualsiasi occasione è buona per parlar male di "Rieliti").

Forse vorrete anche sapere che il nuovo look di Bowie ricorda quello di un Pierrot glamour e traballante (ci ricasca il nostro caro nel trucco dell'immagine, per fortuna questa è volutamente comica), il famoso video di "Ashes To Ashes" offre un futuribile supporto visivo agli intrecci new wave e futuristici del disco, e grazie alle preziose collaborazioni con Robert Fripp e Pete Townshend possiamo tuffarci con maggior coinvolgimento in questo oceano di suoni e immagini, critiche ironiche e satirici sguardi al passato… e assorbiamolo e godiamocelo bene questo tuffo, perché per altri tredici/quattordici anni non ascolteremo più niente di così significativo: è finita un'epoca musicale e culturale più che feconda, direi perfetta. È un addio definitivo ai '70, ai sogni, ai giochi, alle maschere, alle svolte, ai colpi di genio, ai trucchi sonori, alla musica fatta per fare musica. Se ci voltiamo indietro vediamo macchine del sole, superuomini, regine puttane, astronavi e alieni armati di chitarra e make-up, città infernali, striscie di coca, stazioni sottili e bianche, tastiere impazzite, e infine un Pierrot che ascolta una scarpa… ma è tempo di guardarsi avanti, anche se "tutto il resto è noia", come diceva il poeta.

"Teenage Wildlife" nella traduzione tratta da velvet goldmine
Bene, come si spiega che vuoi solo il domani con la sua promessa di qualcosa di difficile da fare. Un'avventura di vita vera vale più dell'oro. Cieli azzurri sopra di te, sole sulle tue braccia e la forza nel tuo passo e speranza in quei tuoi limpidi occhi urlanti. Riceverai una fredda accoglienza ovunque andrai. Accecato dal desiderio - suppongo che la stagione sia aperta; così ti eserciti a lottare con le ombre, cerchi la verità ma è tutta, ma è tutta consumata. Hai distrutto la tua arma da un milione di dollari e ancora abusi, ancora abusi, ancora abusi della tua fortuna. Sei un magnate dal naso rotto, uno dei ragazzi della new wave. La stessa vecchia storia travestita di nuovo che viene avanti facendosi strada, brutta quanto un ragazzino milionario che fa finta che sia un mondo di bambini prodigio. Mi prenderai da parte e dirai "Beh, David, cosa dovrei fare? Mi attendono all'entrata". Io dirò "Non chiedere a me, non conosco entrate". Ma si muovono in massa e mi stringono in un angolo, sento di andare controcorrente, no-no non possono farmi questo, non faccio parte di quella fauna di giovinastri.
Quelle levatrici del passato indossano vesti insanguinate. La parola d'ordine è che la preda è là fuori da sola, sei solo forse per l'ultima volta e respiri intensamente poi ululi come un lupo in trappola, e non osi guardarti indietro; cadi a terra come una foglia dall'albero e guardi un'ultima volta verso il vasto cielo blu, urli forte mentre ti abbattono: No no, non faccio parte di questa fauna di giovinastri, non faccio parte di questa fauna di giovinastri.
E nessuno avrà visto e nessuno confesserà, le impronte proveranno che non ce l'avresti fatta. Ci saranno altri in fila ad archiviare il passato, che sussurreranno a bassa voce -Mi manchi, doveva proprio andarsene, beh ognuno per conto suo, era un altro pezzo della fauna di giovinastri-


Multimedia, ovvero un po' di cose da ascoltare e da guardare
Scary Monsters (And Super Creeps)
Ashes To Ashes
Teenage Wildlife


Prima di tutto il videoclip ufficiale di Ashes To Ashes: psichedelico, delirante. Dello stesso brano abbiamo una splendida versione live nel 99, nel Reality Tour del 2003 e in Trainspotting. Questa invece è Scary Monsters eseguita con Frank Black al compleanno per i 50 anni di Bowie. 96 o 97: Scary Monsters folgorante. Passiamo a Fashion: clip del singolo, live con Frank Black come sopra, versione con Damon Albarn alla tv francese, live al J Ross nel 2002.

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martedì, 24 ottobre 2006

David Bowie - Lodger (1979)



CONTAMINAZIONI FINALI
ovvero il "thunder ocean" che nessuno si aspettava


Questa sera di metà ottobre è ideale per scrivere qualcosa su "Lodger". Bene, cominciamo. Dove eravamo rimasti?
Riassunto della puntata precedente: nel 1977 Bowie registra "Heroes", secondo album berlinese, e nel 1978 inizia il relativo tour "Stage", di cui abbiamo testimonianza in un doppio live. Dopo quattro mesi il tour si interrompe, ci troviamo a Montreux e…

Bowie decide di iniziare a lavorare su un nuovo disco, l'ultimo tassello della sua terapia, la prova finale della sua creatività rinata e delle sue capacità di autore innovativo. So bene che la maggior parte dei fan e degli esperti considera "Lodger" un lavoro minore e deludente, secondo me invece non tradisce le aspettative, e ora cerco di spegarvi il mio punto di vista.

L'ultima volta che ci siamo voltati abbiamo visto l'artista correre urlante per le strade di Berlino in una condizione mentale, spirituale e fisica completamente sconvolta: ha abbandonato quasi definitivamente il conforto della cocaina ed è stato elevato nuovamente ad idolo per le sue strade elettroniche. A causa del vuoto e del pieno creato rischia una ricaduta nelle vecchie dipendenze immagine-mitologia-droga e in una possibile mancanza d'ispirazione. Qui sta tutto il senso di "Lodger": questo disco è una nuova svolta, un'altra fuga, in un certo senso ancora più estrema di "Heroes". Bowie riscopre la forma-canzone e la struttura classica del pop-rock, ma quello che ci offre non è un raffinato disco di canzoni. Il cantante insieme a Brian Eno (ma la forza del sodalizio si sta esaurendo) e al nuovo chitarrista Adrian Belew stravolge ancora una volta il senso della musica e propone qualcosa di completamente diverso a tutto ciò che potevamo aspettarci da lui. Credevate in un nuovo disco metà cantato e metà strumentale? Spiacenti! Vi aspettavate una semplice raccolta di canzoni che ristabilisce l'ordine normale delle cose? Ancora spiacenti!
L'oscuro equilibrio berlinese si dissolve in dieci canzoni straordinarie, destabilizzanti, dai mille profumi e dalle mille contaminazioni. In "Lodger" ci potete trovare tutto ciò che finora non potevate neanche immaginare, per esempio il pop disperato eppure arioso di "Fantastic Voyage". E proprio un fantastico viaggio è questo cd, perchè tra gli inserimenti etnici troviamo il notturno e velocissimo delirio esotico di "African Night Flight" o il reggae turco di "Yassassin". E nella coinvolgente "Move On" mi pare di sentire il cori di "All The Young Dudes" al contrario che ci invitano nuovamente a intraprendere il cosidetto viaggio, ovvero lo spostamento verso i ritmi indiavolati di "Red Sails" o la critica di "D.J.", "la mia naturale reazione alla musica disco", brano ironicamente anti-occidentale, anti-commerciale, anti-Bowie!
Ma se proprio volete tornare su sentieri relativamente più convenzionali, allora sparatevi a massimo volume le perle "Look Back In Anger" e "Boys Keep Swinging", due dei singoli più originali ed energici del nostro. Le chitarre corrono fuori dai binari e creano percorsi impazziti, la voce del cantante raggiunge altezze e profondità da apocalisse elettropop. Mentre Gary Numan sale in classifica con atteggiamenti "Heroes" e si sveglia tutta la new wave pop, Bowie si è già mosso altrove e distrugge ogni convenzione ed ogni immagine passata, ironizza sulla nuova gioventù e su ciò che lui stesso era, cosa che si realizzerà in maniera più evidente nel seguente "Scary Monsters And Super Creeps"… e quando crediamo di aver sentito tutto, ecco in arrivo il blues ipnotico di "Repetition".

Il disco, e in generale l'esperienza "berlinese", si chiude (ma è veramente chiusa?) con "Red Money", ballata meccanica sorella di "Sister Midnight" (Iggy Pop) che secondo me riprende di nascosto gli stilemi di "Low". Ma se cercate la circolarità musicale e tematica rimarrete delusi perchè è proprio qui che si denuncia il "progetto cancellato che cade centrale". "Puoi sentirlo cadere? Come una malattia nervosa, ed è stata là per tutto questo tempo, cadrà dal cielo". Lo sentiamo bene, ma non per troppo, perché è il momento di abbattere il Muro… del suono; Berlino ha dato tutto quello che poteva dare, la musica è cambiata per sempre. Il rock è ancora rock? La salvezza è tale quando l'innocenza è persa? A chi tocca la responsabilità di decidere fino a che punto una canzone è una canzone? La divergenza con Brian Eno ormai è totale, qui David Bowie ci suggerisce una risposta opposta a quella evitata da me nella recensione di "Taking Tiger Mountain (By Strategy)": "Such responsability it's up to you and me". Dicendolo si volta, cambia strada e con la coda dell'occhio riusciamo a catturargli un sorriso beffardo…

da "Look Back In Anger"
"You know who I am," he said
The speaker was an angel
He coughed and shook his crumpled wings
Closed his eyes and moved his lips
"It's time we should be going"

ps: come ho già scritto alla fine di "Low" e "Heroes", propongo l'approfondimento di "Uncut" dal titolo "Trans-Europe Excess", visitabile a queste pagine per gentile concessione di velvet goldmine:
uncut 1
uncut 2
uncut 3
uncut 4

Multimedia, ovvero un po' di cose da ascoltare e da guardare:
Fantastic Voyage
Look Back In Anger
Boys Keep Swinging

Non avete mai visto l'allucinante video di "DJ"? Ma anche quello di "Look Back In Anger" è proprio un capolavoro d'isteria, mentre una chicca d'annata è "Boys Keep Swinging" live al Kenny Everett Video Show. Questa invece è "Fantastic Voyage" come appare nel dvd del Reality Tour del 2003 a Dublino. Per concludere, "Repetition" live nel 1997 come colonna sonora per i titoli di chiusura del bash per il cinquantesimo compleanno di Bowie. PS: Litfiba!

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lunedì, 16 ottobre 2006

David Bowie - "Heroes" (1977)


Il percorso sintetico per diventare "Heroes"

ovvero "c'è la Old Wave, c'è la New Wave e c'è David Bowie"

Riassunto della puntata precedente: Bowie dopo il missaggio dell'introspettivo "Low" decide di rimanere a Berlino per lavorare al suo progetto elettronico e continuare il percorso di guarigione interiore.
La storia iniziata nella recensione dedicata a "Low" continua ora con il secondo capitolo della saga berlinese di David Bowie e Brian Eno. Siamo nel maggio del 1977, le strade di Berlino sono ancora un po' fredde, ma nell'esistenza dei musicisti comincia a soffiare un po' di primavera. "Lust For Life" dell'amico di Iggy Pop è completato, Bowie richiama agli studi Hansa By The Wall i vecchi compagni di delirio a cui si aggiunge Robert Fripp dei King Crimson, grande innovatore e scienziato del suo strumento.

Il confronto tra l'oscurità e la speranza di sopravvivere crea nell'autore una specie di sentimento di rabbia: è questa l'atmosfera che si respira nel primo lato di "Heroes". Le creazioni sono ancora lontanissime dalla forma-canzone, "Beauty And The Beast" e la seguente "Joe The Lion" vengono cosparse di coretti assurdi e la voce del leader è bassa, poi alta, l'effetto è isterico e delirante, così come sono deliranti le manipolazioni di Eno e Robert Fripp. Dal primo impatto ci sembra che la musica ritorni alla vita, e per farlo diventa arrabbiata, decisa, incomprensibile nella sua pazzia. I ritmi si fanno ancora più serrati e terreni nella seconda traccia, ma con con la title-track ci solleviamo in alto in lato nel cielo e raggiungiamo uno dei picchi più grandiosi di tutta la produzione bowiana e forse di tutta la musica di sempre. Il brano è epico, celebrativo, fastoso, ma allo stesso tempo freddo, cinico, essenziale. Brian e David riescono a coniugare speranza e nichilismo nelle liriche e sonorità di due innamorati, di due tossici, di due soldati. "Heroes" è il futuro di una coppia che si bacia sotto una torretta di guardia accanto al Muro, ma è anche il sentimento del Nulla di un tossicodipendente che sa di non poter giungere vivo al giorno dopo. Quando la voce di Bowie salta di qualche ottava più in alto si crea un effetto unico nella storia del rock, e i cori di Eno e Visconti sono veramente da brivido: "ci baciammo come se niente potesse succedere e la vergogna era dall'altro lato". La consapevolezza che "siamo nulla, e nulla ci aiuterà" precipita nell'oscura "Sons of The Silent Age", in cui ci sembra di vedere tanti ragazzi brancolare alla fermata del Giardino Zoologico di Berlino. È il tempo di un respiro, perché poi si ritorna sui toni impazziti delle prime due tracce con "Blackout"… ogni volta che ascolto quel "get me to a doctor's I've been told someone's back in town the chips are down I just cut and blackout I'm under japanese influence and my honour's at stake" rimango di stucco davanti alla naturalezza con cui l'artista inglese versa le sue angosce su nastro.

La terapia di Bowie continua con un secondo lato strumentale che può ricordare quello di "Low", anche se i toni sono più vari e meno "metallici": in "V-2 Schneider" abbiamo una linea di sassofono riconoscibilissima e "Sense Of Doubt" è tenebra sottovuoto nella notte suburbana di Berlino. In "Moss Garden" per la prima volta da tanti anni le sonorità escono all'aria aperta, diventano soffici grazie al raffinato arpeggio di koto… ma la liberazione è ancora lontanissima e ora Bowie sta passeggiando nella desolazione del quartiere "Neukoln", circondato da suoni claustrofobici come palazzi grigi. Il sassofono è un disegno tremolante nell'aria ambigua di questo maggio berlinese dove spirano i profumi etnici di "Secret Life Of Arabia".
Tutto in questo disco è leggenda, non solo la musica e la portata innovativa, ma anche la copertina del fotografo Sukita, che ci presenta un artista maturo che rinuncia ad ogni maschera e punta all'essenzialità bianca e nera della posa tratta dal quadro "Roquairol" di Heckel. Dalle foto del libretto deduciamo che il personaggio sta diventando persona e l'alieno uomo: in "Heroes" Bowie è stralunato e fasciato dalla sua giacca di pelle nera ed elettronica corre per le strade di Berlino, ogni tanto si ferma per prendere il respiro, abbassa il capo e si passa le mani tra i capelli. Poi riprende a correre su una salita disperata e rabbiosa…

da "Sons Of The Silent Age"
"Sons of the silent age
Make love only once
but dream and dream
They don't walk,
they just glide in and out of life
They never die,
they just go to sleep one day"

ps: come ho già scritto nella recensione di "Low", a chi è interessato ai retroscena del lavoro berlinese propongo la lettura di "Trans Europe Excess", articolo tratto dalla rivista "Uncut" e visitabile ai seguenti link da velvet goldmine:
uncut 1
uncut 2
uncut 3
uncut 4

Multimedia, ovvero un po' di cose da ascoltare e da guardare
Sons Of The Silent Age
Blackout
Moss Garden
Tripudio di video per "Heroes", che troviamo in tutte le salse: Top Of The Pop 1977, Freddy Mercury Tribute Concert (Queen, Bowie, Mick Ronson 1992), Stage tour 1978, Tributo alle vittime del 9/11 2001, videoclip ufficiale (1977), Heathen tour live a Berlino (2002), Bing Crosby Special Natale 1977, sequenza di "Christiane F", Heroes Simphony di Philip Glass remixata da Aphex Twin, l'emozionante esibizione al Marc Bolan Show del 1977, live all'isola di Wight 2003, RockPalast 1997 (Earthling Tour), Live Aid (quello vecchio!). Può bastare? No? Allora aggiungo Sense Of Doubt e Blackout live Stage Tour 1978, Sense Of Doubt in "Christiane F". Stop!

Feel-Glass aka Dune Buggy
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lunedì, 09 ottobre 2006

David Bowie - Low (1977)



L'ESTENZIALISMO SONORO DI UN ALIENO EMOTIVAMENTE INSTABILE

ovvero "come Bowie attraversò se stesso per inventare nuovi suoni suburbani e riuscì a sopravvivere"

"Là dove finisce il fiume", diceva il poeta, "inizia questa storia". E questa non è una storia qualunque, ma quella di una quasi-persona che un bel giorno (o forse un brutto giorno) decise di affrontare a viso aperto tutti i suoi fantasmi, le sue paranoie e le sue dipendenze (non solo fisiche ma anche mentali, culturali, musicali) e facendolo cambiò la storia della musica tutta.

La nostra storia si svolge nel 1977, epoca di grandi svolte socio-musicali, e inizia con un Duca Bianco completamente stremato dal White Light Tour e soprattutto dal set del film "L'uomo che cadde sulla terra". Tutto ciò che aveva tra le mani erano fobie, ossessioni, una malsana mania per l'occulto e il nazismo, un passato travolgente da cui fuggire, una spietata Los Angeles da dimenticare, molta cocaina e la copia della colonna sonora abortita e rifiutata della pellicola di Nicholas Roeg sopra citata. La storia poteva finire con l'ennesimo decesso del mondo del rock, secondo le parole del cantante stesso, e invece arriva un certo Brian Eno che decide di salvare quel talento, ma soprattutto quell'uomo, portandolo prima al vecchio Chateau D'Herouville, un castello francese stregato e oscuro, poi nei sotterranei di una Berlino in piena rivoluzione musicale e culturale (ci sono i Neu!, i Kraftwerk, la prima new wave e il punk). I musicisti sono gli stessi dell'album precedente, ma questa volta ciò che cambia è l'intenzione degli artisti nel modo di affrontare la musica, o meglio la sua teoria: in "Low" si scontrano atteggiamenti punk (in questo periodo Bowie è molto influenzato dal compagno di stanza Iggy Pop) e metodologie oblique apportate dalla mente di Brian Eno, anzi Brain Eno. A Berlino l'ombra dell'artista che si riflette sul Muro è anonima, in tal modo può passare inosservata e dedicarsi totalmente al suo progetto di frammenti di suono schizzati e suite strumentali lugubri e introspettive.

L'album è del tutto concettuale, non in senso narrativo ma sonoro. Nella prima metà, dopo l'apertura strumentale e coinvolgente di "Speed Of Life", si inseguono quelle che vagamente possiamo definire canzoni e che in verità sono riflessioni su una disperata ricerca d'amore ("Be My Wife", "What In The World") e d'ispirazione artistica (I will sing waiting for the gift of sound and vision drifting into my solitude, da "Sound And Vision") in un panorama elettronico di chitarre trasformate e percussioni androidi. Il tema centrale è un ego problematico (Such a wonderful person, but you got problems) che si affronta criticamente (Don't look at the carpet, i drew something awful on it richiama la fissazione di disegnare ovunque simboli cabalistici) per arrivare a richiamare alla memoria episodi autodistruttivi ed esorcizzarli (I was just going round and round the hotel garage svela nella bellissima e spettrale "Always Crashing In The Same Car"). Il processo di disintossicazione e maturazione dell'io è appena cominciato, e dovremo aspettare "Scary Monsters And Super Creeps" del 1980 per vederlo completato.

Nel secondo lato del disco assistiamo invece ad una vera e propria teoria di fantasmi, che procedono incessanti, misteriosi, a volte sussurrati, altre solenni, lungo le tastiere e i sintetizzatori del mago dell'elettronica. L'introspezione diventa ancora più profonda e si trasforma in urgenza di una nuova vita ("A New Career In A New Town") nella desolazione suburbana dell'est europeo (le parole tetre e incomprensibili "Warszawa" e i sassofoni di "Subterraneans"). Le atmosfere che i musicisti riescono ad evocare non solo sono scure e estranianti, ma anche lucide ("Art Decade"), fredde e calde allo stesso tempo (come suggeriscono vibrafoni e xilofoni in "Weeping Wall").

Si potrebbero dire mille e mille altre cose su "Low" (per esempio che è ancora attuale), e tutte insieme non varrebbero nemmeno una sua mezza nota: non si può esprimere razionalmente un viaggio nel terrore interiore di un uomo dall'esistenza lacerata, un viaggio in metropolitana attraverso una nuova onda di decadenza europea, la previsione di un futuro instabile e tremante fatta da un alieno caduto sulla terra alla velocità della vita, al fragore del suono…

da "What In The World"
"So deep in your room,
You never leave your room
Something deep inside of me
Yearning deep inside of me
Talking through the gloom
What in the world can you do"

ps: a chi volesse approfondire consiglio la lettura dell'articolo di "Uncut" intitolato "Trans Europe Excess", visitabile a questi link da velvet goldmine :

uncut 1
uncut 2
uncut 3
uncut 4

Multimedia ovvero un po' di cose da ascoltare e da guardare

Alaways Crashing In The Same Car
Subterraneans
Guardate un po' come sembra più vecchio David nel promo di "Be My Wife"!
Un anno dopo: 1978, Dallas, "Speed Of Life" e Tokyo, "Warszawa"
Ventisei anni dopo: "Sound And Vision"

Feel-Glass aka Dune Buggy
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venerdì, 06 ottobre 2006

David Bowie - Station To Station (1976)



IL SUONO DELL'OCCULTO
ovvero il malato misticismo del Duca Bianco

C'è un uomo sul palco. Ha lo sguardo allucinato, i capelli ossigenati lisciati all'indietro, è vestito come un personaggio da cabaret della Repubblica di Weimar. Una luce bianca staglia la sua severa figura sul fondo nero, dove viene proiettata l'immagine di un'occhio lacerato dal rasoio (Bunuel-Dalì, "Un Chien Andalou", 1928). Una musica ossessionante e martellante si muove alle sue spalle, e il cantante annuncia al mondo "il ritorno dell'esile Duca Bianco". Il Duca Bianco è lui, David Bowie, e all'inizio del 1976 le voci che girano sono tante, leggendarie, incredibili, distorte.

L'artista è nel pieno del cosiddetto "tunnel della droga", e come se non bastasse ha una malsana passione per l'occultismo e per l'immagine ideale del dittatore nazista. Si dice che, appena finì di interpretare il distaccato alieno del film "L'Uomo Che Cadde Sulla Terra", si lanciò nel misticismo, nella Kaballah ebraica, nell'egittologia e nel militarismo. Il personaggio che si è creato è veramente circondato da un alone occulto, e storie come l'esorcismo della piscina, lo sperma conservato in freezer e l'orina in bottiglia, i messaggi segreti nelle copertine dei Rolling Stones, le candele nere e le foto stregate, e altre amenità demoniche non fanno altro che aumentare la leggenda impazzita di David Bowie, anzi del Duca Bianco.
Immaginate come possa uscire un disco da un'atmosfera inquietante come questa: a proposito delle sessions di "Station To Station" ci sono racconti molto interessanti da parte dei più stretti collaboratori, anche perché Bowie ancora adesso dice di non ricordarsi di aver fatto questo album, sa che l'ha inciso a Los Angeles perché l'ha letto… "ero fuori proprio di brutto" ci racconta, e ancora "ascolto 'Station To Station' come se fosse un'opera di una persona completamente diversa".
Bowie esce dal periodo soul completamente disilluso riguardo allo show business, definisce la musica rock un noioso vicolo cieco, una vecchia sdentata e inizia a lavorare sul disco con un approccio completamente nuovo: quello di un'assoluta libertà artistica da parte dei musicisti e di un esagerato perfezionismo da parte sua. Si lavora e si sniffa "per giorni di fila senza pausa in un clima più che tenebroso, irreale, assolutamente irreale", ricorda il Duca nell'83, "con le tende sempre abbassate per non rischiare che la luce rovinasse la vibrazione di eterno presente".

Ora è tempo di passare alla musica. Cosa dire? Le canzoni sono "solo" sei ma il mondo che creano è eterogeneo e contrastante: i suoni sono nuovi e antichi, pre-elettronici e classici. L'incipit è uno meglio riusciti per un disco di Bowie: la title-track spazia dai ritmi meccanici del nuovo sound mitteleuropeo ai tiratissimi assoli di Slick e Alomar, mentre dal punto di vista tematico si introduce il personaggio del Duca Bianco, indefinito e leggendario come quelli passati, forse una specie di nobile alla ricerca di una nuova spiritualità che si sposta lungo le tappe della Via Crucis, oppure che compie un viaggio simbolico attraverso l'Albero della Vita della tradizione cabalistica ("From Kether to Malkuth"). Le capacità espressive e poetiche nel "can(n)one europeo" sono quasi al massimo storico e il clima di paranoia, ossessione e gelo che queste riescono a farci percepire è unico (per fortuna che "non sono gli effetti collaterali della cocaina, penso che si tratti di amore"!). "Golden Years" invece ci presenta quest'opera come un lavoro di transizione: le sonorità sono più danzerecce e il falsetto del cantante è all'altezza del precedente "Young Americans". Il suo studio vocale è perfezionatissimo e dà le prove migliori con la successiva "Word On A Wing", struggente e disperata preghiera di salvezza in cui il Duca chiede di entrare a forza nello schema di Dio.
Ma non è ancora il momento di ricevere questa "benedizione", e con "TVC15" si torna su toni isterici, deliranti, malati ed alla lunga monotoni. "Stay", che alterna una strofa ben ritmata e veloce ad un ritornello più da crooner, è diventata un classico della produzione bowiana, soprattutto per gli efficaci riff alla chitarra. L'ultima "Wild Is The Wind" è una cover del grande autore di colonne sonore Dimitri Tiomkin e chiude l'album in modo degno, trasportandoci nelle atmosfere fumose e romantiche di un raffinato film hollywoodiano anni '50, fatte di "love me" sussurrati e sospiri pianistici.

Anche a me piacerebbe dire che con la musica di Bowie "you touch me, i hear the sound of mandolins, you kiss me, with your kiss my life begins", ma questi suoni portano direttamente alle tenebre più profonde dei nostri animi, e non vediamo più la luce se non dopo la lenta disintossicazione berlinese…

da "Station To Station"

    "The return of the Thin White Duke
    throwing darts
    in lovers' eyes
    Here are we one magical moment
    Such is the stuff from
    where dreams are woven
    Bending sound
    Dredging the ocean lost in my circle
    Here am I
    Flashing no colour tall in this room
    overlooking the ocean

    Here are we
    One magical movement
    from Kether to Malkuth
    There are you
    You drive like a demon
    from station to station"


Citazioni e informazioni da "The Complete David Bowie" di Pegg, testi da VelvetGoldmine.it

Multimedia, ovvero un po' di cose da ascoltare e da guardare
Station To Station
Word On A Wing

Di video relativi al 1976 ce ne sono veramente tantissimi, perciò selezionerò solo quelli relativi ai brani di questo album più qualche chicca. Tra tutte le prove per il concerto di Vancouver del 76 propongo quelle di "Word On A Wing" e "Stay", mentre questa "TVC15" è tratta da un concerto a Londra. Qui invece trovate la sequenza di "Station To Station" nel film "Christiane F - noi, i ragazzi dello zoo di Berlino". Altrettanto notevoli le verioni di "Stay" dal vivo nel 2000 al BBC Radio Theater di Londra e al Glastonbury, al Musikladen del 1978 e al Dinah Shore del 1975. Di "Wild Is The Wind" esiste un video ufficiale, molto suggestivo, girato nel 1981, una versione live del 1999. Per finire una vera perla del kitsch: "Golden Years" durante il Serious Moonlight Tour del 1983.

Feel-Glass aka Dune Buggy

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giovedì, 21 settembre 2006

David Bowie - Young Americans (1975)


NUOVI SUONI DAL FANTASMA TRAVESTITO DI NERO
ovvero "una dannata canzone che possa farmi crollare e piangere"


"C'è qualcosa nel mio latte" ridacchia David Bowie affondando nel sedile della limousine. L'uomo ha il viso bianchissimo, asciutto ed emaciato, non peserà più di 40 chili e nasconde gli occhi con l'ombra del cappello ben calato sulla chioma rossa scolorita. Mentre la limousine corre tra i deserti americani, David semina i suoi pensieri davanti alla telecamera. Siamo in una zona desolata tra il '74 e il '75, qualche minuto prima il "Cracked Actor" ci ha mostrato come ha chiuso in un baule i suoi costumi da teatro giapponese e le sue maschere col caratteristico fulmine… ora è ancorato al sedile posteriore con qualche sacchetto di cocaina e l'angoscia di essere fermato dalla polizia. C'è qualcosa nel mio latte dice Bowie, scruta nel bicchiere e ci spiega che lui in America è come quella mosca nella sua bevanda: assorbe tutto, e "Young Americans" è una fotografia assolutamente istantanea di come l'artista sta vivendo la musica e di come sta nascondendo la sua vita.

Secondo le parole dell'artista inglese questo sarebbe solo un album di successo per  "consolidare la mia posizione in quel paese" ma secondo me oltre i giri funky, i cori R'n'B e la voce black c'è ben altro. Proprio per questo è stato definito un disco controverso: da un parte solo un album commerciale fatto per scalare le classifiche americane, dall'altro un prodotto di soul music bianca arrangiato in modo raffinatissimo. Sarà che le canzoni sono solo otto, ma di fatto non ce n'è una che stoni o non funzioni. David raccoglie tutte le suggestioni black del "Philly sound" che gli aleggiavano intorno come spettri cocainomani durante il tour di "Diamond Dogs", chiama al suo cospetto grandissimi professionisti tra cui i chitarristi Carlos Alomar ed Earl Slick, il sassofonista David Sanborn e il corista Luther Vandross, e infine si rinchiude ai Sigma Sound Studios di Philadelphia, dove passa letteralmente i giorni e le notti. Da qui chiama anche un certo John Lennon che presta la sua nuova voce nella cover dei Beatles "Across The Universe" e in "Fame". Alla produzione c'è il fidato Tony Visconti, ed è proprio lui a raccontarci che nulla era organizzato, si trasformò in una enorme jam session.

Dimenticatevi ballate spaziali, cabaret weilliano, orchestre aliene e distorsioni hard-blues, e dimenticatevi pure l'immensa cattedrale gotica del precedente lavoro: Bowie si avvia sempre di più verso l'essenza della musica, si concentra solo su questa e lavora in modo maniacale per fare che le melodie e la sua voce rendano il massimo. Non sto a parlarvi dettagliatamente di ogni brano: voglio sfidare chiunque a resistere alla batteria della title-track o ai contagioso ritmo del bassi di "Fascination". Come si può non ancheggiare lentamente quando i sassofoni di "Win" e "Right" diventano sensuali respiri? Ma David Bowie è falso, lo è sempre stato: questo disco è solo la facciata di un palazzo di disperazione, è una facciata che, prima di esplodere con "Station To Station" e la produzione franco-berlinese, talvolta perde l'intonaco e rivela tutto lo straziato e paranoico mondo della psiche dell'artista, e per gettare uno sguardo nell'abisso bastano i falsetti di "Somebody Up There Likes Me". Lo spirito tossico della voce roca e tremante di Bowie in "Across The Universe" pervade tutta questa atmosfera bianca e nera, è come il fumo condensato di un locale gay di Philadelphia, sul cui palco un tiratissimo fantasma trascina la sua voce oltre i cori di "Can You Hear Me". Questo fantasma è stato il primo bianco a partecipare, nel '75, al programma "Soul Train", e, a proposito di fama, è anche tra i primi a denunciare, nell'ultima "Fame", che essa "ti mette lì dove le cose sono false (…) non è il tuo cervello, è solo la fiamma che brucia il tuo cambiamento per mantenerti pazzo (…) quel che ti piace è nella limousine, fama, quello che ottieni è nessun domani". Il futuro Duca Bianco mette finalmente le carte in tavola, ci dice come stanno realmente le cose senza usare maschere e per l'ultima volta esprime emozioni comprensibili all'orecchio umano prima della trasformazione nell'uomo caduto sulla terra, prima della svolta caustica, prima della fuga … ma questa è un'altra storia, per ora accontentiamoci di "one damn song that can make me break down and cry", accontentiamoci di un soul-boy bianco e magro che, accasciato nella limousine, canticchia "Natural Woman", scorrazza tra le strade di Los Angeles e Philadelphia fuggendo dalla polizia e da se stesso, getta uno sguardo al bicchiere e ci dice "c'è qualcosa nel mio latte"…

da "Young Americans"

"Just you and your idol sing falsetto
'bout Leather, leather everywhere, and
Not a myth left from the ghetto
Well, well, well, would you carry a razor
In case, just in case of depression?"

per i testi si ringrazia VelvetGoldmine.it, per le citazioni la Bowie Encyclopedia di Nicholas Pegg, per le immagini il filmato "Cracked Actor" e, ovviamente, "Young Americans"!

Multimedia, ovvero un po' di cose da ascoltare e da guardare
Somebody Up There Likes Me
La dose di video questa volta prevede un medley di Bowie e Cher al "The Cher Show" del 1975,
Young Americans eseguita durante il "Serious Moonlight Tour" del 1983 e Fame al Soul Train nel 75,
Bowie che si regge a malapena ai Grammies del 75 oppure a lezione di karate da Dinah Shor.
C'è qualcosa nel mio latte!
Sniff!
Enjoy!

Feel-Glass aka Dune Buggy
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