Creative Commons License
Questo/a opera è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.

Chi sono

Utente: feelglass
Nome: Feel-Glass

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami

Links

[altrove] Feel-Glass Space
[artisti] Antony
[artisti] Arcade Fire
[artisti] Billy Corgan
[artisti] Bob Dylan
[artisti] Bonnie "Prince" Billy
[artisti] BPB News
[artisti] Bright Eyes
[artisti] Damien Rice
[artisti] David Bowie
[artisti] Davide Van De Sfroos
[artisti] Eels Italia
[artisti] Elio e Le Storie Tese
[artisti] Eno
[artisti] Faber
[artisti] Fausto Rossi
[artisti] Ianva
[artisti] Johnny Cash
[artisti] Led Zeppelin
[artisti] Lou Reed
[artisti] Mercury Rev
[artisti] Neil Young
[artisti] Nick Cave
[artisti] Nick Drake
[artisti] Nico
[artisti] Pajo
[artisti] Pink Floyd
[artisti] R.E.M.
[artisti] Radiohead
[artisti] Roxy Music
[artisti] Smashing Pumpkins
[artisti] Sodastream
[artisti] Spiritual Front
[artisti] Steve Harley
[artisti] Teka-p
[artisti] Zwan
[blog] 30 Marlboro
[blog] Causa Crisi
[blog] Confusi
[blog] December Cruel
[blog] Dusty Screams
[blog] Fairy Crafts
[blog] Fausto fans
[blog] Fausto Rossi Blog
[blog] Greenwich village
[blog] Idiota ignorante
[blog] Joyello
[blog] La finestra sul cortile
[blog] Magari sul tardi
[blog] Matt the manmachine
[blog] Nick Drake
[blog] Occulti Supersovrani
[blog] Pornitorinco
[blog] Progetto Zucchiera
[blog] RockSaloon
[blog] The Punisher
[blog] Tracce di emozioni
[blog] ZioBurp
[fun] Biciclila
[fun] Cashopoli Records
[fun] Dal tramonto all'alba
[fun] Daveblog
[fun] Filobosco
[fun] Giavasan
[fun] I Dentici
[fun] ItalianResearch
[fun] Mulholland Dave
[fun] Oloturie
[fun] Orisinal games
[fun] Orrore a 33 giri
[fun] PaperKraft
[fun] The Idler
[fun] UfoOnLine
[info] SpazioStampa
[info] Whip-Art
[musica] 911 tabs
[musica] AllMusic.com
[musica] Debaser
[musica] DelRock
[musica] IndieBunny
[musica] Jam Online
[musica] Kalporz
[musica] La canzon milanesa
[musica] Losing Today
[musica] Mescalina
[musica] OndAlternativa
[musica] OndaRock
[musica] Pianeta Rock
[musica] RockIt
[musica] RockLab
[musica] Rockstar
[musica] SentireAscoltare
[musica] Storia Della Musica
[musica] Ultimate Guitar

Archivio

oggi
--- 2008 ---
--- 2007 ---
--- 2006 ---

Feeds

  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Contatore

visited *loading* times
lunedì, 23 giugno 2008

Bonnie "Prince" Billy + Bob Corn - Live in Ravenna - 16 giugno 2008



16 GIUGNO 2008
BONNIE PRINCE BILLY + BOB CORN
LIVE IN RAVENNA


Introduzione: Milano-Ravenna, Ravenna-Madonna dell’Albero.
Madonna dell’albero è un paese di poche case che sgocciola da Ravenna. Uscendo da uno svincolo su una statale provinciale ci si trova subito su una via affiancata da villette, piccoli bar e circoli ricreativi, ma soprattutto l’immancabile balera romagnola. Siamo sul tardo pomeriggio, cerchi il locale dove dovrebbe svolgersi il concerto. Noti un anziano a pochi metri di distanza che si allontana dal bar fidelizzato; accosti, doppie frecce ma non ce n’è realmente bisogno, qui sembra tutto deserto, chiedi dove si trova il locale. “Non so”. Un posto dove si svolgono concerti di una certa importanza, non dovrebbe passare inosservato… “Io non so niente”. Imperterrito. Nel suo sguardo leggi un misto di terrore e sberleffo.
Noti un parcheggio a pochi metri di distanza, ne predi possesso come di una poltrona libera in un locale affollato, un trono, con la differenza che qui è tutto tranne che affollato, consulti la cartina stampata da Google Maps tre ore e mezza fa prima di partire. Google Maps non può sbagliare.
Alzi lo sguardo, noti il locale a pochi metri di distanza. Forse hai guidato troppo. Intorno, il vuoto. Sono le sei del pomeriggio. Devi tirare le dieci.

Bob Corn
Bob Corn è un cantautore. O, ancora meglio, un folk singer. Te lo dice già l’aspetto. Lunga barba, sguardo acuto, capelli arruffati. Hai la conferma quando si siede, imbraccia la chitarra acustica e tesse una serie di brevi ballate autunnali, ma che si stagliano perfettamente contro il sole offuscato di questa lunatica primavera. Un suono cristallino, pochi versi essenziali delineano le situazioni un po’ surreali e un po’ malinconiche  raccontate da Tiziano, questo il vero nome di Bob Corn, come introduzione alle canzoni. Avere una maglietta rossa in mezzo ad una folla di persone vestite di nero, e trovare una ragazza con le scarpe rosse. Scusarsi timidamente se un brano può sembrare troppo lungo. Piccole cose che rendono affine una musica, grande un personaggio. E per grande avete capito cosa intendo. Spegnere l’amplificazione e suonare attraversando la folla per farsi sentire meglio. Lasciare un palco già scaldato di poesia folk a Bonnie “Prince” Billy.

Bonnie “Prince” Billy

Il cosiddetto main act, la portata principale insomma. Sono in cinque sul palco, si dispongono a semicerchio, e Will Oldham, quasi a sottolineare una natura apparentemente schiva, prende posizione in fondo a destra. E da lì non si muoverà per tutto il concerto, non cercherà mai un posto al centro, non farà nulla per sviare l’attenzione dagli ottimi musici che lo accompagnano e che rispondono ai nomi di Emmett Kelly (chitarra elettrica), Josh Abrams (contrabbasso), Micheal Zerang (percussioni) e Jennifer Hutt, bella e brava, come dicono in tv, al violino. Una formazione che già potrebbe dir molto sulle modalità scelte dal leader, che leader non sembra, per affrontare la tipica revisione dal vivo del suo repertorio. La scaletta proposta questa sera vede susseguirsi soprattutto brani dagli ultimi tre dischi, “Lie Down In The Light”, le cover di “Ask Forgiveness” e il precedente lp “The Letting Go”. Personalmente apprezzo molto la scelta di dare spazio agli ultimi lavori, che spesso vengono bistrattati dal pubblico in nome di una minore ricerca di suoni “alternativi” rispetto ai dischi Palace. Queste canzoni hanno tutta la stoffa dei classici, e vengono riproposti in modo abbastanza fedele agli originali da questo ensemble folk altrettanto classico e raffinato. Con l’aiuto dei quattro musicisti l’autore ci tiene a dare accento alle svolte più corali di certe composizioni (“Other’s gain”, “Where is the puzzle”, “You remind me of something”), oppure a intessere momenti più intimi ma dal sapore quasi teatrale (“You want that picture”, “Bad news” “What’s missing is”) in duetto con la voce femminile del gruppo. Altre volte ancora lascia spazio alla band perché possa divagare con parentesi strumentali dal retrogusto blues o quasi etnico grazie a percussioni quali djambè e tamburello (“Strange form of life” “Lie Down in the light”, “I called you back”).
Inevitabilmente i momenti più apprezzati dal pubblico, come sempre molto caldo di fronte ad uno spettacolo così sincero e spontaneo, sono quelli in cui Oldham snocciola diverse perle inaspettate come “Master and everyone”, completamente riarrangiata, “Viva ultra”, la splendida e amara “Wolf among wolves”, e ancora “Ohio river boat song” e “I am a cinematographer” viste alla luce degli arrangiamenti Nashville del disco “Greatest Palace Music”. I minuti più coinvolgenti e condivisi sono quelli della leggendaria “I see a darkness”, riconosciuta dal primo accordo, un bisbiglio nel parterre si sparge e si trasforma in un lento sussurro che accompagna la voce di Will Oldham per tutta la canzone. Non è uno di quei brani da cantare tutti insieme a squarciagola. Oldham è fatto così, e il pubblico sa che è sufficiente mormorare uno dei testi più notturni e intrisi di malinconia di tutti gli anni ‘90. Sono istanti in cui ognuno è da solo con la voce del cantautore, e se ti concentri sulla tua solitudine sembra di scrutarla, questa oscurità, di tenerla frusciante tra le mani. Tenebra presto lasciata da parte per far spazio alla vivace cover di R. Kelly “The world’s greatest” e chiudere in modo epicamente sommesso con “The lion lair” nel secondo bis.

Ancora una volta la spontaneità, la naturalezza e la semplicità si rivelano scelte accurate ed essenziali per portare avanti un genere così antico, possiamo dire, come il folk di matrice americana e, risalendo la corrente, irlandese, con superba classicità ed eleganza delle forme, e della sostanza chiaramente, senza rinunciare però a stupire grazie alla contaminazione con linguaggi alternativi che superano il blues, il cantautorato, il jazz o l‘approccio “indie” e che appartengono ad una back region musicale collettiva, una terra di suoni che riconosciamo istintivamente pur senza averla mai visitata. Con Will Oldham, che si riconferma Principe del genere, questa terra non ci limitiamo a visitarla: la viviamo.

LINKS
My Holly Home
FoolTribe / Bob Corn
Foto, setlist e altro
postato da: feelglass alle ore 09:03 | link | commenti (4) | commenti (4)(popup)
categorie: folk, indie, cantautori, bonnie prince billy, new acoustic, bob corn
sabato, 21 giugno 2008

F punto - intervista



INTERVISTA
F PUNTO, MAESTRO TARAMELLI E C3PO
18 GIUGNO, MILANO

myspace f punto


F punto, o semplicemente F, è un giovane cantautore milanese di cui per motivi di sicurezza non possiamo rivelare il nome. Insieme alla chitarra acustica e agli occhiali da sole porta anche l’armonica e dal vivo si fa accompagnare da C3PO, schermo proiettore che ora sarebbe indicato come vintage ma che noi preferiamo dire “di estetica e nascita risalente a tre o quattro decenni fa, forse più”. C3PO, di cui F detiene i diritti sul nome da prima di G. Lucas, che salutiamo, sapientemente guidato dal suo padrone e collega di band, il sunnominato F soggetto di questa intervista, trasmette al pubblico immagini ingrandite, più o meno sfuocate, più o meno chiare, degli oggetti che gli vengono posti nella sua scoperta pancia meccanica, oggetti che nell’immaginario collettivo di F sono ascrivibili al contesto descritto nelle sue canzoni. A questo punto vi chiederete che genere di canzoni suona F. Prima di dirvelo citiamo anche la presenza, accanto al monitor e all’autore, del Maestro Taramelli, diplomato in clarinetto e suonante lo stesso strumento, più l’organetto, più il flauto. Una presenza elegante ed essenziale che arricchisce i brani di melodie e sonorità di provenienza classica, levigate, gentili, evocative. F ha prodotto un album s/t, ovvero che porta il suo stesso nome, F punto, appunto, un piccolo scrigno che contiene sette canzoni dai toni quotidiani e surreali, semplici ma non poi così tanto. C’è chi dice che l’autore si richiama a Ivan Della Mea, De Gregori, io dico che la via trovata da lui è un ottimo modo per creare un ponte tra un cantautorato classico di matrice anni ’70 (vintage?) e un approccio sì lo-fi, indie, underground, internet-era-oriented, e tutto quello che volete, ma preciso e, cosa più importante, non alla ricerca di facili mode da myspace e street/viral marketing giovanilistico o snobismi da blog 2.0.

Ho avuto modo di scambiare due chiacchiere con i musicisti, F e l’uomo armato, ovvero Taramelli, aimè C3PO ancora non è dotato di parola, o non la parola comunemente intesa dagli esseri umani, bensì una parola forse altrettanto comunicativa sebbene ancora soggetta all’intervento umano. Certo che, con tutti gli anni che possiede, se dovesse parlare, quante cose avrebbe da raccontare, C3PO. Per ora però credo sia altrettanto interessante ascoltare ciò che F ha da dirci, nelle sue canzoni e nelle sue risposte.



Mescoli cantautorato ed elettronica minima, lo-fi. E’ una scelta precisa o una necessità?

F: “Il sottosuolo. Il mio album ha visto la luce da una produzione avvenuta in uno studio sottoterra, e questo ha influito sui suoni, sull’approccio, sulle modalità di produzione. Sulla nostra pagina in internet puoi vedere alcune foto del nostro studio, abbiamo prodotto tutto in analogico, senza computer, e questo ascoltando l’album si sente, per questo sembra così a bassa definizione”.

Taramelli:”Non bisogna dimenticare la potenzialità delle tubature. E’ molto importante.”



I tuoi testi analizzano la realtà quotidiana, la quotidianità dei rapporti (madre, amore, famiglia…) con una luce surreale. Cosa ti spinge a questa forma di scrittura?

F: ”La surrealtà è una condizione che vivo, che viviamo realmente, è inserita in un sistema incoerente. Tutti i giorni, per come il sistema è fatto, ci ritroviamo a vivere in situazioni surreali. Per sistema ovviamente intendo un sistema di segni, noi abbiamo un’educazione semiotica!”


Taramelli: “io ho studiato filosofia e matematica, non posso che essere d’accordo con questa visione, ma mi dissocio da tutto il resto!”


Com’è nato il tuo album?

F: “il mio album è nato in un lungo arco di tempo, prima suonavo con altre persone in un gruppo rock italiano, poi ho cambiato genere e mi è venuto naturale dirigermi verso questo sottosuolo; il mio album è stato prodotto da Federico Dragogna, chitarrista dei Ministri. La collaborazione con Maestro Taramelli è iniziata soltanto recentemente. Penso che la parola sottosuolo possa descrivere bene il mio repertorio”

Taramelli: “La mia formazione è stata al conservatorio, devo dire che per me la musica si ferma al 1750, anno della morte di Bach…”


F: “Sì, io vorrei sottolineare che il Maestro usa violenza verso gli animali dando come nome i suoi gatti “Glenn” e “Gould”… tu adesso immagina questi Glenn e Gould che miagolano…”


Taramelli: “Io ci tengo a dire che mi dissocio dalle opinioni del mio collega!”



Quando ho ascoltato la prima volta la vostra musica è stato al Miami, sabato 7 giugno. La cosa che mi ha colpito e mi ha spinto ad ascoltarvi è il fatto che non avete suonato su alcun palco ma, tra uno stand di libri underground e uno di abbigliamento indie-emo, avete ricostruito uno spazio intimo ideale in cui suonare, quasi la cameretta spesso citata nei tuoi brani; chitarra elettrica, tastiera, microfono e fiati elettronici arrivavano direttamente in sei o sette cuffie passando attraverso un piccolo mixer. Notevole anche l’idea di creare il cd al momento per chi lo volesse acquistare, masterizzandolo e scrivendo copertina e tracklist con una vecchia macchina da scrivere

F: “L’idea del live in cuffia ci è piaciuta molto da subito, penso che sia sempre interessante cercare un contatto diverso, ancora più diretto e particolare con le persone, in questo caso mettendo in scena una via di mezzo tra l’ascolto solitario, personale e la dimensione collettiva del live. Presto avremo l’autorizzazione per suonare come artisti di strada, allora porteremo questo progetto di live in cuffia per le strade, sui mezzi pubblici, nelle piazze.”



Cosa ne pensi di tutto questo gran parlare di indie in Italia, questo modo di essere, o di fare, alla luce del fatto che comunque la musica indipendente è sempre esistita e il termine risorge periodicamente lungo i decenni?

F: “Penso che almeno metà sia fuffa, sia atteggiamento. A me non piace questo termine e l’atteggiarsi in quel modo. Non condivido il modo di fare di molti gruppi italiani in questo momento. Se ho scelto di suonare così e di propormi così è perché la mia via ora è questa, non ha a che vedere con le mode, i myspace, l’essere esibiti et similia”.

Allora in bocca al lupo per i prossimi concerti e progetti, che siano live standard o in un’altra dimensione semiotica. Ringraziamo moltissimo i due musicisti e C3PO per la loro disponibilità e per lo splendido concerto.
postato da: feelglass alle ore 10:24 | link | commenti (1) | commenti (1)(popup)
categorie: folk, indiepop, indie, cantautori
martedì, 03 giugno 2008

Bonnie Prince Billy - Lie Down In The Light (2008)



BONNIE PRINCE BILLY
LIE DOWN IN THE LIGHT
Classicità danzante, folk spontaneo


Seguire percorsi di montagna. Vedere dove vanno a parare. Seguire questo folk che da lo-fi è diventato elettrico sporco, poi blues, poi oscuro, e ancora essenziale, unico, quasi elettronico, intraprendendo infine (quale fine poi?) la strada della classicità. Vedere dove va a parare. Forse finisce che ci ritroviamo un nuovo Johnny Cash, o forse un altro John Denver. Certo con Will Oldham non si può mai star sicuri di nulla, con la mole di ep, inediti, live che rilascia ogni anno. Anche se bisogna ammettere che dopo il precedente lp “The Letting Go” ha intrapreso un percorso uniforme, quel percorso di montagna accennato all’inizio, quel sentiero spruzzato di foglie secche che scricchiolano e si frantumano sotto i nostri passi pesanti e curiosi di vedere cosa si nasconde dietro ogni curva, dietro ogni asperità montana, insomma curiosi di vedere dove va a parare questo Will Oldham.

Questa volta la strada si apre e procede all’insegna del folk, come già accennavo, più classico, amabile, cantabile, con duetti tipici quanto una villetta di legno e intonaco bianco, con violini che contrappuntano la chitarra ritmica e gli arpeggi veloci e cristallini. Ti ritrovi a pensare “tutto qua?”, poi al secondo ascolto ti accorgi che se tutto sta in queste voci, in queste melodie, il ritorno di Will Oldham sulle scene è una benedizione, non che si sia mai allontanato, addirittura è in partenza per un tour europeo che lo vedrà impegnato lungo giugno e luglio. Chissà se passando da Ravenna (16/6) gli verrà in mente la sua estate nel sud-est degli States, oppure se qualcosa gli potrà suggerire la malinconia di De Andrè, o la surrealità felliniana. L’ascolto di “Lie Down In The Light” porta a divagare, dona ali di marzapane alle nostre menti fanciullesche, perciò sarà meglio tornare sul sentiero, e non ti devi stupire se brividi di dolcezza ti sorprendono all’apertura leitmotivica di “So Everyone”, alla sofisticata semplicità con cui si intrecciano le voci e i controcanti. Mentre ti lasci trasportare da queste onde di carezze intense ti sembra di credere che non esista ballata d’amore più classica e ispirata di questa, se non che ti fai cogliere dalle medesime fantasie all’ascolto di “You Want That Picture”, e nelle stesse nuvole dense di sciroppi dolci-amari si galleggia durante altri brani.

Come da tradizione, non mancano riflessioni solitarie più o meno ritmate, più o meno essenziali quali “For Every Field There’s A Mole” (“Per ogni campo c’è una talpa”, come dargli torto?), che si tinge di fiati jazzati, e “Willow Trees Bend”, molto vicina agli arpeggi in stile Nick Drake e all’album “Master And everyone”. Quello che certamente manca è un po’ di azzardo, un po’ di cime tempestose e tenebre rarefatte come nelle precedenti prove, ma anche il nostro tormentato cantautore del Kentucky forse una goccia di tranquillità e di sentimenti raccolti, solari o lievemente malinconici se li merita, ché d’altra parte la strada per la gloria o per il cambiamento o per dovunque voglia andare a parare il Bonnie non è detto che debba a tutti i costi passare per la tragedia o l’oscurità. E allora ci regala (si fa per dire, il caro Will non ha ancora abbracciato la politica free, aggratis insomma, di altri esimi colleghi) brani con accenni di delicatezza appena slowcore (“What’s missing is”), perle cosparse di steel guitars, pennate sicure e impennate vocali (“Where’s the puzzle”), minuti apparentemente ripetitivi (la title track) almeno finché non arriva uno scacciapensieri a fare ciò per cui è stato progettato, ovvero scacciare i cattivi pensieri, fino alla lieta chiusura (“I’ll Be Glad”) con tanto di organo, cori, e ancora una spontaneità struggente e danzante, ovvero la pasta di cui è fatto questo dischetto gemello  di “Ease down the road”, questo sentiero, questa classicità dove Oldham sembra voler andare a parare.

LINK SUL WEB:
Bonnie Prince Billy
The Royal Stable
Palace Fr
My Holly Home
postato da: feelglass alle ore 10:18 | link | commenti | commenti (popup)
categorie: folk, indie, cantautori, bonnie prince billy
mercoledì, 20 febbraio 2008

Davide Van De Sfroos - Pica (2008)



DAVIDE VAN DE SFROOS
"PICA", UNA MINIERA DI STORIE


Al grido di “pica!” (“picchia”) Davide Van De Sfroos segue i percorsi rocciosi dei minatori e affronta le abissali profondità di storie con la s minuscola, semplici e sempre più grandi dell’altra storia, quella che impariamo sui libri e che spesso ha la S maiuscola. Dopo le oscure magie di “Akuaduulza” il cantautore del Lario sembra tornare con i piedi per terra, una terra rocciosa e grezza come quella frantumata dal “Minatore del Frontale”, composita come il cajun, bagnata dalle acque folk che lambiscono i pilastri de “El Puunt”, nelle quali si lancia il “Cimino” per fuggire ai finanzieri, o solcata dai legni del “Costruttore di Motoscafi”.

“Pica” cammina su un sentiero forse abbandonato molto tempo fa o forse mai, e tutti i forse sono motivati dal fatto che con Van De Sfroos non si può essere mai sicuri, con queste canzoni inserite in un continuum fuori dal nostro abituale concetto di tempo ed evoluzione. Queste ballate, queste feste tradizionali, questi amori inquieti sono incastonati in un loro tempo che non scorre tranne che per i protagonisti reali, i soggetti che ispirano l’autore. Lo spazio del “Furestee”, delle onde e delle montagne descritte vive in un’immaginazione collettiva parallela e intrecciata al semplice spazio dove abitualmente inseriamo il concetto di memoria, memoria storica o folclore. La consapevolezza e la realtà che traspira da questi quattro accordi è la stessa di “E semm partii”, è quella di chi siamo e di chi siamo stati, è quella dell’italiano che deve essere costantemente afferrato per i capelli per non dimenticare, e per fortuna c’è qualcuno che a volte lo fa al posto nostro e ci presenta la tavolozza dei ricordi davanti agli occhi, come in un film, su una pellicola di chitarre acustiche, violini, fisarmoniche, per non parlare del banjo e dell’organo, che ci aiutano ad afferrare una memoria altrui relativamente trascurata, sto parlando degli amori alluvionati di “New Orleans”, città dove Davide ha suonato e raccontato qualche anno fa, e nei loro volti ha ritrovato gli stessi solchi della sua gente, la coda frusciante di un disco di vinile, il finale live di “Loena de Picch”. Ad ascoltar bene puoi sentire i racconti esagerati dei nonni, “la leggenda che conserva integri i fatti”, sgualciti margini omerici dove all’esperienza si mescola un gusto per l’epica rustica del bar di piazza (ma senza la presunzione di Ligabue), dove alla calda elettricità di un “Cavaliere senza morte” di retaggio medievale subentra un’orchestra e una lirica mai ascoltate prima nelle opere del cantautore. Se nei tratti de “Lo sciamano” e in quelli reggae de “La Grigna” fa capolino il fervido animismo di “Akuaduulza” è solo perché l’uomo poggia i piedi su una natura che merita di essere celebrata come protezione per l’anima lacustre ed elemento cui la scienza trae i primi passi, l’alchimia che collega Faust a chi la vita invece l’ha bevuta subito e in fretta, come “L’Alain Delon de Lenn” o i protagonisti di “40 passi”, coscienze sbriciolate all’ombra del Duomo di Milano, e sguardi ormai annacquati sul fondo di un bicchiere di vino, quello di troppo. Questo disco è l’ennesima conferma che Davide Van De Sfroos sa come narrare di tutti e dopo le formule magiche di “Retha Mazur” resta solo qualcosa che non può essere raccontato, ed è il silenzio che rimane nella stanza alla fine dell’ultimo solco, dell’ultimo volto, dell’ultima foglia. E’ la stessa voglia di pioggia che galleggia sotto “Le Nuvole” di De Andrè.

“E adèss che canzon te canti, che la chitàra l’ha purtada via el fioemm
E adess che canzon te soni, che la mia trumba l’ha bufàda via el veent
Le nostre lacrime sul Mississipi son difficili da far vedere
Le nostre urla dentro l’uragano e queste assenze da lasciar tacere
E come mai piovono aghi da lassù e siamo bambole voodoo
Trafitte in ogni punto ormai…”

(“e adesso che canzone ti canto, che la chitarra se l’è portata via il fiume
E adesso che canzone ti suono che la mia tromba l’ha spazzata via il vento”)


MEDIA
Il minatore di Frontale
La ballata del Cimino live
Il minatore live
Il costruttore di motoscafi live

WEB
Cauboi
Van De Sfroos official

Feel-Glass
postato da: feelglass alle ore 18:12 | link | commenti (6) | commenti (6)(popup)
categorie: folk, cantautori, davide van de sfroos, musica in dialetto
sabato, 09 febbraio 2008

8 febbraio, Milano: il cantautore presenta il nuovo album




DAVIDE VAN DE SFROOS PRESENTA "PICA"
Presso la Libreria Feltrinelli di Piazza Piemonte a Milano
Davide Van De Sfroos presenta alcuni brani del nuovo album "Pica"


È uno strano pubblico quello che si riunisce sotto il palchetto della Feltrinelli alle 19.30 di venerdì 8 febbraio. Trovi ragazzini punk, universitari, signore attempate, lunghi baffi usciti dal Bar Sport e altri esempi tratti da quella variegata umana fiumana che per convenzione ed abitudine usiamo chiamare società. Società che si è formata grazie ad un fattore essenziale, un elemento mai spento, una matrice iscritta nel nostro dna, la stessa attività che il cantautore lariano Davide Van De Sfroos porta avanti da anni su e giù per l’Italia e non solo. Sto parlando del racconto, del piacere del narrare, e Van De Sfroos sembra un fiume, o meglio un lago, straripante di queste capacità. Creare canzoni che rimangono iscritte in un loro universo di legno, fondi di bicchiere, foglie magiche e onde che non aspettano, suonare una musica che si suona dai primordi dell’umanità, quella folkloristica, fatta sempre degli stessi rapporti tra gli accordi e tanto evocativa da riuscire a riunire la colorata folla di cui parlavo all’inizio.

Il giornalista Marco Mangiarotti parla di Storia e spinge Davide a parlare di storie, quelle con s minuscola, i destini incrociati o forse no dei personaggi che affollano questo disco, incastrati tra passato e futuro, paesi che riconosciamo in sogno tra il Lago di Como e New Orleans, per trovare impensabili lineamenti comuni tra i volti dei peccatori nostrani, come “L’Alain Delon de Lenn”, e quelli trascinati via dall’uragano Katrina. Si parla del bisogno di viaggiare, e il cantautore parla di punti di partenza conosciuti e punti di arrivo misteriosi, per lasciarsi la possibilità di svolte brusche o di grandi occasioni come quella del concerto che si terrà al Datchforum di Assago in aprile; si parla di viaggi che portano lontano, sulle rive del Mississippi, dove si intrecciano sonorità cajun, così influenti nel disco, e nuovi sciamani. Giù in Louisiana una donna cerca di vendere a Davide acque miracolose o presunte tali, e tutto ciò non può che ricordare le antiche streghe nostrane, o semplicemente la “Nona Lucia” di “Akuaduulza”. Si parla di parallelismi che fanno pesare meno le distanze e le differenze tra i continenti, ma anche di ritorni in cui la distanza e il tempo pesano troppo e allontanano affetti di cui qualunque “Furestee” sente il bisogno. E ancora: i nostri Klondyke, i nostri paesi isolati, i nostri territori sacri, la Val Chiavenna, la Valsassina e i loro elfi della notte, e al centro di questo carosello di monti e bocche che parlano ci sono i minatori, che all’urlo di “pica!” forano il pianeta e sono sempre gli stessi, al nord come in Abruzzo, in Africa come in Sud America. Popoli che si mescolano, disertori che portano un po’ di Spagna e di Francia in Valtellina, usanze che richiamano lo stesso sincretismo dove non si distingue l’animismo dal cristianesimo. Questo e molto altro (alpini di lago, motoscafi Abbate, moto Guzzi, chitarre come remi, jazz come metal…) viene tirato nel discorso da Van De Sfroos e Mangiarotti, ma ciò che tutti aspettano è il momento in cui si sfoderano le armi, penne di suoni, storie di note, il momento in cui il nostro accompagnato dal violinista Angapiemage Galiano Persico e dal chitarrista blues Francesco Piu presenta cinque brani tratti da “Pica”: “El Puunt”, storia di un ragazzo che tra amore e rabbia attende il suo amore su un ponte, e alla fine se ne va lasciando alle acque sia la rosa che il bastone; “Il Minatore di Frontale”, working class hero del nord-italia; “New Orleans”, ballata di un amore trascinato via dalle onde impazzite; “Il costruttore di Motoscafi”, in bilico tra politically correct e filologia biografica, e infine “L’Alain Delon De Lenn” in cui si nasconde l’identità di un Jean Gabin del Lario.

Semplicemente una serie di storie, ovvero la cosa più grande e popolare allo stesso tempo, e sicuramente la più speciale se incastonata tra la penna e il plettro di Davide Van De Sfroos.

MEDIA
You shook me all night long
YouTubegrafia

WEB

www.cauboi.it
www.davidevandesfroos.com
www.myspace.com/davidevandesfroos
www.myspace.com/cauboi 
postato da: feelglass alle ore 17:34 | link | commenti (1) | commenti (1)(popup)
categorie: folk, cantautori, davide van de sfroos, musica in dialetto
martedì, 05 febbraio 2008

il mio primo (e anche ultimo?) post a punti

POST A PUNTI*
ovvero alcune novità imprescindibili
 (*si dice così in gergo trendy-blogger, vero?)



PUNTO NUMERO 1
: finalmente dopo 5 anni di attesa arriva il nuovo album studio di Elio E le Storie Tese. In uscita il 20 febbraio anche come allegato su riviste e giornali, "Studentessi" sorprende per la lunghezza della tracklist, che riporto fedelmente qui di sequito. Il primo singolo, "Parco Sempione", sentito dal vivo nel precedente tour, si scaglia contro i suonatori di bongo disturbatori di pennichelle altrui e sarà possibile ascoltarlo in radio già nel weekend. Stay tuned for samples and mp3, come dicono nella gelida Albione! (Dettagli e anticipazioni)

1. Studentessi
2. Plafone
3. Ignudi Fra I Nudisti
4. Tristezza
5. Effetto Memoria (Inverno)
6. Heavy Samba
7. Gargaroz
8. Suicidio A Sorpresa Allegro
9. Suicidio A Sorpresa Allegretto
10. Suicidio A Sorpresa Andante Con Moto
11. Suicidio A Sorpresa Allegro
12. Suicidio A Sorpresa Allegretto
13. Effetto Memoria (Primavera)
14. La Lega Dell’amore
15. A Caval Donando
16. Effetto Memoria (Estate)
17. Buco Nero Super Massiccio
18. La Risposta Dell’architetto
19. Parco Sempione
20. Il Congresso Delle Parti Molli
21. Single (Feat. Luigi Piloni)
22. Effetto Memoria (Autunno)



PUNTO NUMERO 2: venerdì 8 alla Feltrinelli di Piazza Piemonte il nostro Davide Van De Sfroos presenterà "Pica". Ecco le canzoni che formano la nuova opera del cantautore lariano.
1.El puunt (3:50)
2.Lo Sciamano (3:46)
3.L’Alain Delon de Lenn (4:42)
4. New Orleans (6:10)
5.La ballata del Cimino (4:41)
6. Il minatore di Frontale (4:26)
7.40 pass (5:22)
8.La terza onda (3:32)
9.La grigna (3:12)
10.Il costruttore di motoscafi (5:57)
11.Fiil de ferr (3:17)
12.Furestee (3:58)
13.Il cavaliere senza morte (6:51)
14. Loena de picch (6:36)
15. Retha Mazur (3:37)



PUNTO NUMERO 3: altro che Pumpkins, Led Zeppelin, Queen, Pooh e chi più ne ha più ne metta, ecco un vero grande ritorno: i Beehive. Sì, proprio la band di Mirko versione italiana è pronta a sfornare un nuovo album e a iniziare un nuovo tour. Entro l'estate dovrebbe uscire il singolo "Don't say goodbye", titolo che già promette bene.



PUNTO NUMERO 4: las-ma-no-de-lis, è uscita in free download, proprio come fanno i Radiohead della gelida Albione, una compilazione di cover degli Smashing Pumpkins proposte da alcuni utenti del forum del sito italiano dedicato a Billy Corgan. Sul blog della neonata Cashopoli Records trovate i due file rar, scaricateli entrambi altrimenti non si possono aprire. Ne sentirete delle belle, insomma ce n'è per tutti i gusti, come dice quello là: dalle divagazioni acide alla rabbia dark, dai sofferti blues alle riletture folk, dal minimalismo per organo alle folgorazioni elettriche. E se tra un brano e l'altro capita il nome di un certo Feel-Glass mi raccomando di skippare per evitare commenti imbarazzanti!

E con questo è tutto, linea alla regia.
lunedì, 14 gennaio 2008

Steve Harley - Stripped to the bare bones (1998)



BALLATE GLAM RIDOTTE ALL'OSSO
un concerto acustico del semisconosciuto Steve Harley


Nel 1998 Steve Harley rispolvera la sua chitarra... aspettate, andiamo con calma. Innanzitutto qualcuno si chiederà chi è Steve Harley. Steve Harley è un eclettico artista che nel 1973 con i suoi Cocney Rebel è salito sul carrozzone buffonesco del glam e poco dopo ha raggiunto il successo unicamente grazie alla hit radiofonica "Make Me Smile". Purtroppo è stato presto dimenticato, e dico purtroppo perché le sue capacità si spingono ben oltre la canzone da classifica, arrivano a regalarci lunghe suite sinfoniche come "Sebastian" e "Tumbling Down" oppure accattivanti perle come "Judy Teen", musiche di ispirazione circense (la clownesca "Mr. Soft") o ballate romantiche lontane da qualsiasi scontato cliché (su tutte "The Best Years Of Our Lives"). I suoi primi tre album sono considerati capolavori nel loro genere, ma poco prima degli anni '80 il cantante ha ceduto ad una new romantic poco incisiva e nonostante alcune splendide canzoni come "Star For A Week" o "(Love) Compared With You" presto è caduto nel dimenticatoio dei "mancati geni", mentre David Bowie e Bryan Ferry continuavano a cavalcare le classifiche con l'unico merito di aver saputo vendersi bene.

Steve Harley ha avuto la colpa di annacquare il suo stile e di non essersi saputo rinnovare né vendersi bene, ma chi siamo noi per tenergli il broncio per 20 anni e non cedere alla poesia di questo album? Ora siamo nel 1998, probabilmente ci troviamo in qualche teatro minore di Londra, la stessa Londra che tanti anni prima aveva voltato le spalle al glam troppo presto per lasciarsi bruciare dall'iconoclastia del punk. Sul palco c'è un uomo ormai sulla via dei capelli bianchi, accompagnato solo dalla sua fidata chitarra acustica, dall'armonica e dal violino, un uomo che senza trucco e senza inganno ci vuole disegnare con pochi cenni di matita un abbozzo del suo sogno dove un raffinato folk-glam incontra Bob Dylan. Ci racconta le sue storie con semplicità, dove una volta camminavano bande da circo e orchestre ora striscia la sua voce ruvida e la sua chitarra nervosa. Il concerto inizia con una energica "My Only Vice", e subito ci rendiamo conto di non rimpiangere per nulla il suo passato: il modo in cui ripropone le vecchie hit è essenziale senza alcuna pretenziosità e soprattutto senza quell'antipatico modo di fare "sono più saggio e ho diritto ad essere un lagnoso acustico". "Judy Teen", "Mr. Soft" e "Bed In The Corner" suonano ancora allegre e per niente invecchiate; "Star For A Week", "The Best Years Of Our Lives" e "(Love) Compared With You" in questa nuova veste rallentata sembrano ancora più struggenti. L'armonica impreziosisce "Tumbling Down" e "The Last Time I Saw You", e mentre la cassica "Sebastian" viene conservata abbastanza simile all'originale, la circense "Mr. Soft" si presenta isterica e agitata. "Only You" è una fiamma di candela che si muove veloce al ritmo del vento estivo e "Sling It" non perde lo smalto dell'antica tempesta. Completano questo quadro (chiamarlo unplugged è riduttivo) la colta "Riding The Waves" e una versione abbreviata e ironica di "Make Me Smile".

Chi siamo noi per non perdonare questo artista londinese quando, con una manciata di strumenti e alcuni brani di 30 anni fa, con poche pennellate di chitarra e il coraggio tipico di chi viene dimenticato troppo presto, riesce a farci emozionare e ricordare senza nostalgia?

    Da "Riding The Waves (For Virginia Woolf)"

    "Then she whispered, "Look, the honey-coloured ball
    Is lifting its way into another morning"
    Then she flicked the back of her neck, defiantly,
    And for such gestures one could fall
    Hopessly in love
    For a lifetime
    The sun has risen now
    And set the fibres burning
    We got the feeling of riding the waves"


MULTIMEDIA (EBBENE SI')
Make me smile (clip originale)
Sebastian (live 1984)
Tumbling down (live 1984)
Make me smile (recente)
Mr. Soft (live)

Feel-Glass
postato da: feelglass alle ore 18:25 | link | commenti (1) | commenti (1)(popup)
categorie: folk, youtube, steve harley
lunedì, 19 novembre 2007

Bonnie "Prince" Billy - Ask Forgiveness EP (2007)



BONNIE "PRINCE" BILLY - ASK FORGIVENESS
Riletture minime


Ormai il cantautore del Kentucky ci ha abituato a tutto: cascate di capolavori folk (“Master and everyone”, “Ease down the road”, “Then the letting go”), torrenti lo-fi prima che fosse moda (la discografia a nome Palace), collaborazioni sperimentali (Matt Sweeney, Tortoise, David Pajo), perle di struggente oscurità (“I see a darkness”), impetuosi duetti con le sue adepte (Pink Nasty, Scout Niblett, Dawn McCarthy) e molto altro. Con questo “Ask forgiveness” Will Oldham domanda perdono, per cosa non so, e ci consegna otto rivisitazioni di altri artisti. Non è la prima volta che l’autore affronta delle cover. Dal vivo è sua abitudine presentare qualche standard dell’America rurale, brani tratti da numi tutelari (Dylan, Springsteen, Cash, PJ Harvey, Cohen) ma anche ripescaggi improbabili, da Mariah Carey ai Cranberries, da Madonna ai Led Zeppelin, da Bob Marley ai Beach Boys. L’anno scorso aveva già visto la pubblicazione di “The brave and the bold”, disco di cover non eccelse elaborate con le già citate tartarughe post-rockeggianti di Chicago.

In questo EP siamo su altri sentieri e anche su altra qualità. Abbandonati i barocchismi condivisi con i colleghi Tortoise e i brividi islandesi dell’ultimo LP, il Bonnie torna ad incisioni dai tratti essenziali pur senza la crudezza rupestre degli anni Palace. Il repertorio come di consueto spazia dovunque: abbiamo il Dylan mancato Phil Ochs, Don Frankie (Sinatra), R. Kelly (pure lui?), un metallone (true? boh!) di nome Danzig, la stella del nord Bjork, i Mekons e Mickey Newbury. Chi conosce il genere ha già capito cosa aspettarsi: poche pennate sulla chitarra acustica completate da cenni di organetto, violino, campanelli cristallini, echi femminili. Agli altri voglio solamente dire che la voce di Will Oldham è la più espressiva, emozionante, intensa e sincera di tutto il cantautorato americano degli ultimi 10/15 anni. E se vi interessa non solo la voce ma anche l’autore, allora provate a pescare a caso dal mucchio di dischi che ho citato all’inizio e scoprirete che qui stiamo parlando del più grande erede del folk sghembo, capace di spaziare dalla ballata al post-rock, mantenendo intatta la sua posizione su quel labile confine tra intimismo e classicismo, tra orecchiabilità e ricerca, tra poesia e divulgazione della tradizione. Oldham sa parlare a tutti, e solo lui riesce a farlo in quel modo. Quale, scopritelo voi, e iniziate concedendovi l’ascolto della sua “I see a darkness” riletta da Johnny Cash su “American Recordings III”, brano in cui l’autore ha l’onore di duettare con uno dei suoi maestri.

Se Bob Dylan e Nick Drake erano e continuano ad essere imprescindibili, a loro da molto tempo si è aggiunto Bonnie “Prince” Billy, e queste interpretazioni, più l’unico brano autografo “I’m loving the street”, ne sono l’ennesima conferma. Non rimane che inchinarsi al principe e rabbrividire per la voce e la scrittura che, tra meraviglie e scivoloni, sta salvando la semplicità e la purezza della canzone. Non esagero dicendo che abbiamo davanti l’anima limpida e plumbea di una certa America: prendete e ascoltatene tutti.

postato da: feelglass alle ore 10:18 | link | commenti (1) | commenti (1)(popup)
categorie: folk, indie, cantautori, bonnie prince billy
mercoledì, 18 luglio 2007

James Blackshaw - The cloud of unknowing (2007)



JAMES BLACKSHAW – THE CLOUD OF UNKNOWING
Sbadigli cristallini e… ancora sbadigli


Chiamasi fingerpicking quella tecnica di suonare la chitarra alternandosi nel pizzicare i bassi e arpeggiare le altre corde con stili differenti da quelli degli arpeggi più standard. Chiamasi “The cloud of unknowing” un disco pulito e cristallino dove il musicista James Blackshaw sfoggia tutta la sua competenza in merito proponendoci cinque lunghi brani strumentali nei quali risalta un fingerpicking raffinato, più o meno elaborato, più o meno scarno, raramente farcito da violini e/o campanellini. Il disco mi ha talmente colpito che ci tengo a descriverlo in una recensione track-by-track.
La prima traccia dura dieci minuti e cinquantacinque secondi, si intitola come il disco ed è contrassegnata da un ottimo fingerpicking.

La seconda traccia dura sei minuti e sedici secondi, si intitola “Running to the ghost” ed è contrassegnata da un ottimo fingerpicking.
La terza traccia dura tre minuti e cinquantasei secondi, si intitola “Cloud collapse” ed è contrassegnata da un ottimo fingerpicking.
La quarta traccia dura sei minuti e trentuno secondi, si intitola “The mirror speaks” ed è contrassegnata da un ottimo fingerpicking.
La quinta traccia dura quindici minuti e quattro secondi, si intitola “Stained glass window” ed è contrassegnata da un ottimo fingerpicking.

Ascoltandolo ho la sensazione di aspettare che debba iniziare il cantato da un momento all’altro, ma l’autore proroga il silenzio per tutta la durata dell’opera. Sarebbe un disco emozionante e suggestivo se ci fosse sopra la voce di Will Oldham, di Bjork o, perché no, quella dello stesso autore, ma in questa forma non sembra nulla più che una raccolta di basi o di esercizi, adatto ad autorevoli riviste come “Fingerpicking oggi”, “Fingerpicking che passione” o “Tutti in fingerpicking con James Blackshaw”. Non fraintendetemi: amo i dischi strumentali, ho apprezzato molto “Solo piano” di Gonzales e la discografia di Eluvium; non cerco la forma canzone dovunque, ammiro sia le prove strumentali più essenziali che quelle più oltraggiose, ma la monotonia con cui l’artista si impegna nel tratteggiare l’ennesimo quadretto invernale sperduto solitario limpido e bianco come la neve incontaminata d’alta montagna fa sembrare “The cloud of unknowing” (che titolo evocativo) più un allegato a pubblicazioni new age che una produzione degna delle decine di release acustiche che ogni anno sovraffollano il mercato. Non si tratta nemmeno di musica ultratecnica fine a sé stessa, è semplice noia; sembra che ci sia solo la totale freddezza e qualche spunto sprecato, in più la poca originalità e l’assenza della pretenziosa spocchia da esperto chitarrista fanno di questo ascolto un’iterazione di sbadigli.
Chiedo a chiunque (possibilmente un Adepto al Culto Misterico dell’Aura Introversa che circonda ogni buon artista indie-folk) di illuminarmi sull’utilità di uscite del genere perché io sono sicuro di avere l’apparato uditivo così ignorante da non capire perché il disco passerà per l’ennesima gemma del 2007, l’artista semisconosciuto di cui fregiarsi con gli amici al Circolo Arci, la raffinata e delicata scoperta dell’anno, “cosa stai ascoltando di recente? Eh, James Blackshaw!”. Vi prego, fornitemi una chiave di lettura che non sia quella del vantarsi di ascoltare musica seminale o presunta tale, “d’altra parte qui c’è la Musica Vera non i tour da miliardi di dollari di rockettari sdentati o peggio ancora le reunion fasulle”.
Anzi, spiegatemelo dopo, ora abbandono la tastiera del pc e impegno le mani su quella della chitarra: corro a imparare anch’io un po’ di fingerpicking...

Feel-Glass aka Dune Buggy

VIDEO
YouTube/James Blackshaw
postato da: feelglass alle ore 17:55 | link | commenti (2) | commenti (2)(popup)
categorie: folk, indie, james blackshaw
sabato, 14 luglio 2007

The Second Grace - The Second Grace (2007)



THE SECOND GRACE
ovvero un’estate tra i tropici e Tanworth-In-Arden


“Please give me second grace”: così sussurrava in una delle sue canzoni migliori un certo Nick Drake. Ci ha abbandonato troppo presto il ragazzo inglese, ma un trentennio dopo si è svegliato uno stuolo di accoliti tra cui “The Second Grace”, grazie ai quali l’estate palermitana si avvicina all’autunno di Tanworth-In-Arden, incluso tutto il bagaglio di malinconie e dolcezza e arpeggi leggerissimi e versi bisbigliati al tramonto e sorrisi confusi.
Il brano che apre il disco, “Antananarive”, è il richiamo di una felicità tropicale e sicuramente lo avete già sentito tutti: è stato scelto da una nota marca di tortellini per il suo spot ed è in heavy rotation sulle varie televisioni musicali, ed è una delle poche volta in cui il binomio pubblicità e tv non ci ributta con una delle tante irritanti hit estive trancia-genitali. Ma il singolo è solo il principio di una passeggiata sulla scogliera tra tenui dichiarazioni d’amore (“Like a Juliet”, “Want you no more”), timide danze (“Rainbow as my hat”, “Little boy sayin”) e interminabili minuti ad aspettare che il sole scenda oltre le onde serene laggiù in fondo (“Nobody knows”). E poi c’è il violoncello come il gabbiano che sfiora un vento di steel guitar, e Devendra Banhart che sfiora Jack Johnson, e gli arzigogoli vocali che assomigliano al disegno sulla copertina, e altri frutti che sono dolci eppure hanno qualcosa di acido che ti lascia uno strano sapore in bocca, e non ti stanca mai e ancora non te lo spieghi, così come non ti spieghi perchè all’improvviso da Palermo spunta questo gruppo sopra la media di tanti gruppi new-acoustic che ci piace bere con stupore solo perché provengono dai paesi anglofoni.
Please, donateci ancora un po’ di questa “second grace”, perché il desiderio di uno splendido album con cui passare l’estate e l’autunno è alto e brucia come il sole in questo momento.

VIDEO
Antananarive
Pubblicità

MEDIA
Sito ufficiale
Myspace
postato da: feelglass alle ore 06:23 | link | commenti | commenti (popup)
categorie: folk, indiepop, indie, new acoustic, second grace