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lunedì, 23 giugno 2008

Bonnie "Prince" Billy + Bob Corn - Live in Ravenna - 16 giugno 2008



16 GIUGNO 2008
BONNIE PRINCE BILLY + BOB CORN
LIVE IN RAVENNA


Introduzione: Milano-Ravenna, Ravenna-Madonna dell’Albero.
Madonna dell’albero è un paese di poche case che sgocciola da Ravenna. Uscendo da uno svincolo su una statale provinciale ci si trova subito su una via affiancata da villette, piccoli bar e circoli ricreativi, ma soprattutto l’immancabile balera romagnola. Siamo sul tardo pomeriggio, cerchi il locale dove dovrebbe svolgersi il concerto. Noti un anziano a pochi metri di distanza che si allontana dal bar fidelizzato; accosti, doppie frecce ma non ce n’è realmente bisogno, qui sembra tutto deserto, chiedi dove si trova il locale. “Non so”. Un posto dove si svolgono concerti di una certa importanza, non dovrebbe passare inosservato… “Io non so niente”. Imperterrito. Nel suo sguardo leggi un misto di terrore e sberleffo.
Noti un parcheggio a pochi metri di distanza, ne predi possesso come di una poltrona libera in un locale affollato, un trono, con la differenza che qui è tutto tranne che affollato, consulti la cartina stampata da Google Maps tre ore e mezza fa prima di partire. Google Maps non può sbagliare.
Alzi lo sguardo, noti il locale a pochi metri di distanza. Forse hai guidato troppo. Intorno, il vuoto. Sono le sei del pomeriggio. Devi tirare le dieci.

Bob Corn
Bob Corn è un cantautore. O, ancora meglio, un folk singer. Te lo dice già l’aspetto. Lunga barba, sguardo acuto, capelli arruffati. Hai la conferma quando si siede, imbraccia la chitarra acustica e tesse una serie di brevi ballate autunnali, ma che si stagliano perfettamente contro il sole offuscato di questa lunatica primavera. Un suono cristallino, pochi versi essenziali delineano le situazioni un po’ surreali e un po’ malinconiche  raccontate da Tiziano, questo il vero nome di Bob Corn, come introduzione alle canzoni. Avere una maglietta rossa in mezzo ad una folla di persone vestite di nero, e trovare una ragazza con le scarpe rosse. Scusarsi timidamente se un brano può sembrare troppo lungo. Piccole cose che rendono affine una musica, grande un personaggio. E per grande avete capito cosa intendo. Spegnere l’amplificazione e suonare attraversando la folla per farsi sentire meglio. Lasciare un palco già scaldato di poesia folk a Bonnie “Prince” Billy.

Bonnie “Prince” Billy

Il cosiddetto main act, la portata principale insomma. Sono in cinque sul palco, si dispongono a semicerchio, e Will Oldham, quasi a sottolineare una natura apparentemente schiva, prende posizione in fondo a destra. E da lì non si muoverà per tutto il concerto, non cercherà mai un posto al centro, non farà nulla per sviare l’attenzione dagli ottimi musici che lo accompagnano e che rispondono ai nomi di Emmett Kelly (chitarra elettrica), Josh Abrams (contrabbasso), Micheal Zerang (percussioni) e Jennifer Hutt, bella e brava, come dicono in tv, al violino. Una formazione che già potrebbe dir molto sulle modalità scelte dal leader, che leader non sembra, per affrontare la tipica revisione dal vivo del suo repertorio. La scaletta proposta questa sera vede susseguirsi soprattutto brani dagli ultimi tre dischi, “Lie Down In The Light”, le cover di “Ask Forgiveness” e il precedente lp “The Letting Go”. Personalmente apprezzo molto la scelta di dare spazio agli ultimi lavori, che spesso vengono bistrattati dal pubblico in nome di una minore ricerca di suoni “alternativi” rispetto ai dischi Palace. Queste canzoni hanno tutta la stoffa dei classici, e vengono riproposti in modo abbastanza fedele agli originali da questo ensemble folk altrettanto classico e raffinato. Con l’aiuto dei quattro musicisti l’autore ci tiene a dare accento alle svolte più corali di certe composizioni (“Other’s gain”, “Where is the puzzle”, “You remind me of something”), oppure a intessere momenti più intimi ma dal sapore quasi teatrale (“You want that picture”, “Bad news” “What’s missing is”) in duetto con la voce femminile del gruppo. Altre volte ancora lascia spazio alla band perché possa divagare con parentesi strumentali dal retrogusto blues o quasi etnico grazie a percussioni quali djambè e tamburello (“Strange form of life” “Lie Down in the light”, “I called you back”).
Inevitabilmente i momenti più apprezzati dal pubblico, come sempre molto caldo di fronte ad uno spettacolo così sincero e spontaneo, sono quelli in cui Oldham snocciola diverse perle inaspettate come “Master and everyone”, completamente riarrangiata, “Viva ultra”, la splendida e amara “Wolf among wolves”, e ancora “Ohio river boat song” e “I am a cinematographer” viste alla luce degli arrangiamenti Nashville del disco “Greatest Palace Music”. I minuti più coinvolgenti e condivisi sono quelli della leggendaria “I see a darkness”, riconosciuta dal primo accordo, un bisbiglio nel parterre si sparge e si trasforma in un lento sussurro che accompagna la voce di Will Oldham per tutta la canzone. Non è uno di quei brani da cantare tutti insieme a squarciagola. Oldham è fatto così, e il pubblico sa che è sufficiente mormorare uno dei testi più notturni e intrisi di malinconia di tutti gli anni ‘90. Sono istanti in cui ognuno è da solo con la voce del cantautore, e se ti concentri sulla tua solitudine sembra di scrutarla, questa oscurità, di tenerla frusciante tra le mani. Tenebra presto lasciata da parte per far spazio alla vivace cover di R. Kelly “The world’s greatest” e chiudere in modo epicamente sommesso con “The lion lair” nel secondo bis.

Ancora una volta la spontaneità, la naturalezza e la semplicità si rivelano scelte accurate ed essenziali per portare avanti un genere così antico, possiamo dire, come il folk di matrice americana e, risalendo la corrente, irlandese, con superba classicità ed eleganza delle forme, e della sostanza chiaramente, senza rinunciare però a stupire grazie alla contaminazione con linguaggi alternativi che superano il blues, il cantautorato, il jazz o l‘approccio “indie” e che appartengono ad una back region musicale collettiva, una terra di suoni che riconosciamo istintivamente pur senza averla mai visitata. Con Will Oldham, che si riconferma Principe del genere, questa terra non ci limitiamo a visitarla: la viviamo.

LINKS
My Holly Home
FoolTribe / Bob Corn
Foto, setlist e altro
postato da: feelglass alle ore 09:03 | link | commenti (4) | commenti (4)(popup)
categorie: folk, indie, cantautori, bonnie prince billy, new acoustic, bob corn
sabato, 21 giugno 2008

F punto - intervista



INTERVISTA
F PUNTO, MAESTRO TARAMELLI E C3PO
18 GIUGNO, MILANO

myspace f punto


F punto, o semplicemente F, è un giovane cantautore milanese di cui per motivi di sicurezza non possiamo rivelare il nome. Insieme alla chitarra acustica e agli occhiali da sole porta anche l’armonica e dal vivo si fa accompagnare da C3PO, schermo proiettore che ora sarebbe indicato come vintage ma che noi preferiamo dire “di estetica e nascita risalente a tre o quattro decenni fa, forse più”. C3PO, di cui F detiene i diritti sul nome da prima di G. Lucas, che salutiamo, sapientemente guidato dal suo padrone e collega di band, il sunnominato F soggetto di questa intervista, trasmette al pubblico immagini ingrandite, più o meno sfuocate, più o meno chiare, degli oggetti che gli vengono posti nella sua scoperta pancia meccanica, oggetti che nell’immaginario collettivo di F sono ascrivibili al contesto descritto nelle sue canzoni. A questo punto vi chiederete che genere di canzoni suona F. Prima di dirvelo citiamo anche la presenza, accanto al monitor e all’autore, del Maestro Taramelli, diplomato in clarinetto e suonante lo stesso strumento, più l’organetto, più il flauto. Una presenza elegante ed essenziale che arricchisce i brani di melodie e sonorità di provenienza classica, levigate, gentili, evocative. F ha prodotto un album s/t, ovvero che porta il suo stesso nome, F punto, appunto, un piccolo scrigno che contiene sette canzoni dai toni quotidiani e surreali, semplici ma non poi così tanto. C’è chi dice che l’autore si richiama a Ivan Della Mea, De Gregori, io dico che la via trovata da lui è un ottimo modo per creare un ponte tra un cantautorato classico di matrice anni ’70 (vintage?) e un approccio sì lo-fi, indie, underground, internet-era-oriented, e tutto quello che volete, ma preciso e, cosa più importante, non alla ricerca di facili mode da myspace e street/viral marketing giovanilistico o snobismi da blog 2.0.

Ho avuto modo di scambiare due chiacchiere con i musicisti, F e l’uomo armato, ovvero Taramelli, aimè C3PO ancora non è dotato di parola, o non la parola comunemente intesa dagli esseri umani, bensì una parola forse altrettanto comunicativa sebbene ancora soggetta all’intervento umano. Certo che, con tutti gli anni che possiede, se dovesse parlare, quante cose avrebbe da raccontare, C3PO. Per ora però credo sia altrettanto interessante ascoltare ciò che F ha da dirci, nelle sue canzoni e nelle sue risposte.



Mescoli cantautorato ed elettronica minima, lo-fi. E’ una scelta precisa o una necessità?

F: “Il sottosuolo. Il mio album ha visto la luce da una produzione avvenuta in uno studio sottoterra, e questo ha influito sui suoni, sull’approccio, sulle modalità di produzione. Sulla nostra pagina in internet puoi vedere alcune foto del nostro studio, abbiamo prodotto tutto in analogico, senza computer, e questo ascoltando l’album si sente, per questo sembra così a bassa definizione”.

Taramelli:”Non bisogna dimenticare la potenzialità delle tubature. E’ molto importante.”



I tuoi testi analizzano la realtà quotidiana, la quotidianità dei rapporti (madre, amore, famiglia…) con una luce surreale. Cosa ti spinge a questa forma di scrittura?

F: ”La surrealtà è una condizione che vivo, che viviamo realmente, è inserita in un sistema incoerente. Tutti i giorni, per come il sistema è fatto, ci ritroviamo a vivere in situazioni surreali. Per sistema ovviamente intendo un sistema di segni, noi abbiamo un’educazione semiotica!”


Taramelli: “io ho studiato filosofia e matematica, non posso che essere d’accordo con questa visione, ma mi dissocio da tutto il resto!”


Com’è nato il tuo album?

F: “il mio album è nato in un lungo arco di tempo, prima suonavo con altre persone in un gruppo rock italiano, poi ho cambiato genere e mi è venuto naturale dirigermi verso questo sottosuolo; il mio album è stato prodotto da Federico Dragogna, chitarrista dei Ministri. La collaborazione con Maestro Taramelli è iniziata soltanto recentemente. Penso che la parola sottosuolo possa descrivere bene il mio repertorio”

Taramelli: “La mia formazione è stata al conservatorio, devo dire che per me la musica si ferma al 1750, anno della morte di Bach…”


F: “Sì, io vorrei sottolineare che il Maestro usa violenza verso gli animali dando come nome i suoi gatti “Glenn” e “Gould”… tu adesso immagina questi Glenn e Gould che miagolano…”


Taramelli: “Io ci tengo a dire che mi dissocio dalle opinioni del mio collega!”



Quando ho ascoltato la prima volta la vostra musica è stato al Miami, sabato 7 giugno. La cosa che mi ha colpito e mi ha spinto ad ascoltarvi è il fatto che non avete suonato su alcun palco ma, tra uno stand di libri underground e uno di abbigliamento indie-emo, avete ricostruito uno spazio intimo ideale in cui suonare, quasi la cameretta spesso citata nei tuoi brani; chitarra elettrica, tastiera, microfono e fiati elettronici arrivavano direttamente in sei o sette cuffie passando attraverso un piccolo mixer. Notevole anche l’idea di creare il cd al momento per chi lo volesse acquistare, masterizzandolo e scrivendo copertina e tracklist con una vecchia macchina da scrivere

F: “L’idea del live in cuffia ci è piaciuta molto da subito, penso che sia sempre interessante cercare un contatto diverso, ancora più diretto e particolare con le persone, in questo caso mettendo in scena una via di mezzo tra l’ascolto solitario, personale e la dimensione collettiva del live. Presto avremo l’autorizzazione per suonare come artisti di strada, allora porteremo questo progetto di live in cuffia per le strade, sui mezzi pubblici, nelle piazze.”



Cosa ne pensi di tutto questo gran parlare di indie in Italia, questo modo di essere, o di fare, alla luce del fatto che comunque la musica indipendente è sempre esistita e il termine risorge periodicamente lungo i decenni?

F: “Penso che almeno metà sia fuffa, sia atteggiamento. A me non piace questo termine e l’atteggiarsi in quel modo. Non condivido il modo di fare di molti gruppi italiani in questo momento. Se ho scelto di suonare così e di propormi così è perché la mia via ora è questa, non ha a che vedere con le mode, i myspace, l’essere esibiti et similia”.

Allora in bocca al lupo per i prossimi concerti e progetti, che siano live standard o in un’altra dimensione semiotica. Ringraziamo moltissimo i due musicisti e C3PO per la loro disponibilità e per lo splendido concerto.
postato da: feelglass alle ore 10:24 | link | commenti (1) | commenti (1)(popup)
categorie: folk, indiepop, indie, cantautori
martedì, 03 giugno 2008

Bonnie Prince Billy - Lie Down In The Light (2008)



BONNIE PRINCE BILLY
LIE DOWN IN THE LIGHT
Classicità danzante, folk spontaneo


Seguire percorsi di montagna. Vedere dove vanno a parare. Seguire questo folk che da lo-fi è diventato elettrico sporco, poi blues, poi oscuro, e ancora essenziale, unico, quasi elettronico, intraprendendo infine (quale fine poi?) la strada della classicità. Vedere dove va a parare. Forse finisce che ci ritroviamo un nuovo Johnny Cash, o forse un altro John Denver. Certo con Will Oldham non si può mai star sicuri di nulla, con la mole di ep, inediti, live che rilascia ogni anno. Anche se bisogna ammettere che dopo il precedente lp “The Letting Go” ha intrapreso un percorso uniforme, quel percorso di montagna accennato all’inizio, quel sentiero spruzzato di foglie secche che scricchiolano e si frantumano sotto i nostri passi pesanti e curiosi di vedere cosa si nasconde dietro ogni curva, dietro ogni asperità montana, insomma curiosi di vedere dove va a parare questo Will Oldham.

Questa volta la strada si apre e procede all’insegna del folk, come già accennavo, più classico, amabile, cantabile, con duetti tipici quanto una villetta di legno e intonaco bianco, con violini che contrappuntano la chitarra ritmica e gli arpeggi veloci e cristallini. Ti ritrovi a pensare “tutto qua?”, poi al secondo ascolto ti accorgi che se tutto sta in queste voci, in queste melodie, il ritorno di Will Oldham sulle scene è una benedizione, non che si sia mai allontanato, addirittura è in partenza per un tour europeo che lo vedrà impegnato lungo giugno e luglio. Chissà se passando da Ravenna (16/6) gli verrà in mente la sua estate nel sud-est degli States, oppure se qualcosa gli potrà suggerire la malinconia di De Andrè, o la surrealità felliniana. L’ascolto di “Lie Down In The Light” porta a divagare, dona ali di marzapane alle nostre menti fanciullesche, perciò sarà meglio tornare sul sentiero, e non ti devi stupire se brividi di dolcezza ti sorprendono all’apertura leitmotivica di “So Everyone”, alla sofisticata semplicità con cui si intrecciano le voci e i controcanti. Mentre ti lasci trasportare da queste onde di carezze intense ti sembra di credere che non esista ballata d’amore più classica e ispirata di questa, se non che ti fai cogliere dalle medesime fantasie all’ascolto di “You Want That Picture”, e nelle stesse nuvole dense di sciroppi dolci-amari si galleggia durante altri brani.

Come da tradizione, non mancano riflessioni solitarie più o meno ritmate, più o meno essenziali quali “For Every Field There’s A Mole” (“Per ogni campo c’è una talpa”, come dargli torto?), che si tinge di fiati jazzati, e “Willow Trees Bend”, molto vicina agli arpeggi in stile Nick Drake e all’album “Master And everyone”. Quello che certamente manca è un po’ di azzardo, un po’ di cime tempestose e tenebre rarefatte come nelle precedenti prove, ma anche il nostro tormentato cantautore del Kentucky forse una goccia di tranquillità e di sentimenti raccolti, solari o lievemente malinconici se li merita, ché d’altra parte la strada per la gloria o per il cambiamento o per dovunque voglia andare a parare il Bonnie non è detto che debba a tutti i costi passare per la tragedia o l’oscurità. E allora ci regala (si fa per dire, il caro Will non ha ancora abbracciato la politica free, aggratis insomma, di altri esimi colleghi) brani con accenni di delicatezza appena slowcore (“What’s missing is”), perle cosparse di steel guitars, pennate sicure e impennate vocali (“Where’s the puzzle”), minuti apparentemente ripetitivi (la title track) almeno finché non arriva uno scacciapensieri a fare ciò per cui è stato progettato, ovvero scacciare i cattivi pensieri, fino alla lieta chiusura (“I’ll Be Glad”) con tanto di organo, cori, e ancora una spontaneità struggente e danzante, ovvero la pasta di cui è fatto questo dischetto gemello  di “Ease down the road”, questo sentiero, questa classicità dove Oldham sembra voler andare a parare.

LINK SUL WEB:
Bonnie Prince Billy
The Royal Stable
Palace Fr
My Holly Home
postato da: feelglass alle ore 10:18 | link | commenti | commenti (popup)
categorie: folk, indie, cantautori, bonnie prince billy
lunedì, 19 novembre 2007

Bonnie "Prince" Billy - Ask Forgiveness EP (2007)



BONNIE "PRINCE" BILLY - ASK FORGIVENESS
Riletture minime


Ormai il cantautore del Kentucky ci ha abituato a tutto: cascate di capolavori folk (“Master and everyone”, “Ease down the road”, “Then the letting go”), torrenti lo-fi prima che fosse moda (la discografia a nome Palace), collaborazioni sperimentali (Matt Sweeney, Tortoise, David Pajo), perle di struggente oscurità (“I see a darkness”), impetuosi duetti con le sue adepte (Pink Nasty, Scout Niblett, Dawn McCarthy) e molto altro. Con questo “Ask forgiveness” Will Oldham domanda perdono, per cosa non so, e ci consegna otto rivisitazioni di altri artisti. Non è la prima volta che l’autore affronta delle cover. Dal vivo è sua abitudine presentare qualche standard dell’America rurale, brani tratti da numi tutelari (Dylan, Springsteen, Cash, PJ Harvey, Cohen) ma anche ripescaggi improbabili, da Mariah Carey ai Cranberries, da Madonna ai Led Zeppelin, da Bob Marley ai Beach Boys. L’anno scorso aveva già visto la pubblicazione di “The brave and the bold”, disco di cover non eccelse elaborate con le già citate tartarughe post-rockeggianti di Chicago.

In questo EP siamo su altri sentieri e anche su altra qualità. Abbandonati i barocchismi condivisi con i colleghi Tortoise e i brividi islandesi dell’ultimo LP, il Bonnie torna ad incisioni dai tratti essenziali pur senza la crudezza rupestre degli anni Palace. Il repertorio come di consueto spazia dovunque: abbiamo il Dylan mancato Phil Ochs, Don Frankie (Sinatra), R. Kelly (pure lui?), un metallone (true? boh!) di nome Danzig, la stella del nord Bjork, i Mekons e Mickey Newbury. Chi conosce il genere ha già capito cosa aspettarsi: poche pennate sulla chitarra acustica completate da cenni di organetto, violino, campanelli cristallini, echi femminili. Agli altri voglio solamente dire che la voce di Will Oldham è la più espressiva, emozionante, intensa e sincera di tutto il cantautorato americano degli ultimi 10/15 anni. E se vi interessa non solo la voce ma anche l’autore, allora provate a pescare a caso dal mucchio di dischi che ho citato all’inizio e scoprirete che qui stiamo parlando del più grande erede del folk sghembo, capace di spaziare dalla ballata al post-rock, mantenendo intatta la sua posizione su quel labile confine tra intimismo e classicismo, tra orecchiabilità e ricerca, tra poesia e divulgazione della tradizione. Oldham sa parlare a tutti, e solo lui riesce a farlo in quel modo. Quale, scopritelo voi, e iniziate concedendovi l’ascolto della sua “I see a darkness” riletta da Johnny Cash su “American Recordings III”, brano in cui l’autore ha l’onore di duettare con uno dei suoi maestri.

Se Bob Dylan e Nick Drake erano e continuano ad essere imprescindibili, a loro da molto tempo si è aggiunto Bonnie “Prince” Billy, e queste interpretazioni, più l’unico brano autografo “I’m loving the street”, ne sono l’ennesima conferma. Non rimane che inchinarsi al principe e rabbrividire per la voce e la scrittura che, tra meraviglie e scivoloni, sta salvando la semplicità e la purezza della canzone. Non esagero dicendo che abbiamo davanti l’anima limpida e plumbea di una certa America: prendete e ascoltatene tutti.

postato da: feelglass alle ore 10:18 | link | commenti (1) | commenti (1)(popup)
categorie: folk, indie, cantautori, bonnie prince billy
mercoledì, 18 luglio 2007

James Blackshaw - The cloud of unknowing (2007)



JAMES BLACKSHAW – THE CLOUD OF UNKNOWING
Sbadigli cristallini e… ancora sbadigli


Chiamasi fingerpicking quella tecnica di suonare la chitarra alternandosi nel pizzicare i bassi e arpeggiare le altre corde con stili differenti da quelli degli arpeggi più standard. Chiamasi “The cloud of unknowing” un disco pulito e cristallino dove il musicista James Blackshaw sfoggia tutta la sua competenza in merito proponendoci cinque lunghi brani strumentali nei quali risalta un fingerpicking raffinato, più o meno elaborato, più o meno scarno, raramente farcito da violini e/o campanellini. Il disco mi ha talmente colpito che ci tengo a descriverlo in una recensione track-by-track.
La prima traccia dura dieci minuti e cinquantacinque secondi, si intitola come il disco ed è contrassegnata da un ottimo fingerpicking.

La seconda traccia dura sei minuti e sedici secondi, si intitola “Running to the ghost” ed è contrassegnata da un ottimo fingerpicking.
La terza traccia dura tre minuti e cinquantasei secondi, si intitola “Cloud collapse” ed è contrassegnata da un ottimo fingerpicking.
La quarta traccia dura sei minuti e trentuno secondi, si intitola “The mirror speaks” ed è contrassegnata da un ottimo fingerpicking.
La quinta traccia dura quindici minuti e quattro secondi, si intitola “Stained glass window” ed è contrassegnata da un ottimo fingerpicking.

Ascoltandolo ho la sensazione di aspettare che debba iniziare il cantato da un momento all’altro, ma l’autore proroga il silenzio per tutta la durata dell’opera. Sarebbe un disco emozionante e suggestivo se ci fosse sopra la voce di Will Oldham, di Bjork o, perché no, quella dello stesso autore, ma in questa forma non sembra nulla più che una raccolta di basi o di esercizi, adatto ad autorevoli riviste come “Fingerpicking oggi”, “Fingerpicking che passione” o “Tutti in fingerpicking con James Blackshaw”. Non fraintendetemi: amo i dischi strumentali, ho apprezzato molto “Solo piano” di Gonzales e la discografia di Eluvium; non cerco la forma canzone dovunque, ammiro sia le prove strumentali più essenziali che quelle più oltraggiose, ma la monotonia con cui l’artista si impegna nel tratteggiare l’ennesimo quadretto invernale sperduto solitario limpido e bianco come la neve incontaminata d’alta montagna fa sembrare “The cloud of unknowing” (che titolo evocativo) più un allegato a pubblicazioni new age che una produzione degna delle decine di release acustiche che ogni anno sovraffollano il mercato. Non si tratta nemmeno di musica ultratecnica fine a sé stessa, è semplice noia; sembra che ci sia solo la totale freddezza e qualche spunto sprecato, in più la poca originalità e l’assenza della pretenziosa spocchia da esperto chitarrista fanno di questo ascolto un’iterazione di sbadigli.
Chiedo a chiunque (possibilmente un Adepto al Culto Misterico dell’Aura Introversa che circonda ogni buon artista indie-folk) di illuminarmi sull’utilità di uscite del genere perché io sono sicuro di avere l’apparato uditivo così ignorante da non capire perché il disco passerà per l’ennesima gemma del 2007, l’artista semisconosciuto di cui fregiarsi con gli amici al Circolo Arci, la raffinata e delicata scoperta dell’anno, “cosa stai ascoltando di recente? Eh, James Blackshaw!”. Vi prego, fornitemi una chiave di lettura che non sia quella del vantarsi di ascoltare musica seminale o presunta tale, “d’altra parte qui c’è la Musica Vera non i tour da miliardi di dollari di rockettari sdentati o peggio ancora le reunion fasulle”.
Anzi, spiegatemelo dopo, ora abbandono la tastiera del pc e impegno le mani su quella della chitarra: corro a imparare anch’io un po’ di fingerpicking...

Feel-Glass aka Dune Buggy

VIDEO
YouTube/James Blackshaw
postato da: feelglass alle ore 17:55 | link | commenti (2) | commenti (2)(popup)
categorie: folk, indie, james blackshaw
sabato, 14 luglio 2007

The Second Grace - The Second Grace (2007)



THE SECOND GRACE
ovvero un’estate tra i tropici e Tanworth-In-Arden


“Please give me second grace”: così sussurrava in una delle sue canzoni migliori un certo Nick Drake. Ci ha abbandonato troppo presto il ragazzo inglese, ma un trentennio dopo si è svegliato uno stuolo di accoliti tra cui “The Second Grace”, grazie ai quali l’estate palermitana si avvicina all’autunno di Tanworth-In-Arden, incluso tutto il bagaglio di malinconie e dolcezza e arpeggi leggerissimi e versi bisbigliati al tramonto e sorrisi confusi.
Il brano che apre il disco, “Antananarive”, è il richiamo di una felicità tropicale e sicuramente lo avete già sentito tutti: è stato scelto da una nota marca di tortellini per il suo spot ed è in heavy rotation sulle varie televisioni musicali, ed è una delle poche volta in cui il binomio pubblicità e tv non ci ributta con una delle tante irritanti hit estive trancia-genitali. Ma il singolo è solo il principio di una passeggiata sulla scogliera tra tenui dichiarazioni d’amore (“Like a Juliet”, “Want you no more”), timide danze (“Rainbow as my hat”, “Little boy sayin”) e interminabili minuti ad aspettare che il sole scenda oltre le onde serene laggiù in fondo (“Nobody knows”). E poi c’è il violoncello come il gabbiano che sfiora un vento di steel guitar, e Devendra Banhart che sfiora Jack Johnson, e gli arzigogoli vocali che assomigliano al disegno sulla copertina, e altri frutti che sono dolci eppure hanno qualcosa di acido che ti lascia uno strano sapore in bocca, e non ti stanca mai e ancora non te lo spieghi, così come non ti spieghi perchè all’improvviso da Palermo spunta questo gruppo sopra la media di tanti gruppi new-acoustic che ci piace bere con stupore solo perché provengono dai paesi anglofoni.
Please, donateci ancora un po’ di questa “second grace”, perché il desiderio di uno splendido album con cui passare l’estate e l’autunno è alto e brucia come il sole in questo momento.

VIDEO
Antananarive
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Myspace
postato da: feelglass alle ore 06:23 | link | commenti | commenti (popup)
categorie: folk, indiepop, indie, new acoustic, second grace
mercoledì, 10 gennaio 2007

Paolo Cattaneo - L'Equilibrio Non Basta (2007)



PAOLO CATTANEO: "L'Equilibrio Non Basta"
Il lieve respiro del nuovo cantautorato

Anno nuovo, disco nuovo per l'etichetta indie OmarGru. Ora è la volta di Paolo Cattaneo: compositore polistrumentista bresciano, ha esordito nel '97 con "L'Anima Del Cipresso", si è occupato di contaminazioni teatro e musica, ha aperto i concerti per Cesare Basile, Perturbazione, Hugo Rage (ex-Bad Seeds) e con la partecipazione di quest'ultimo ha pubblicato nel 2004 "Nero EP". Torna nel 2007 con un nuovo disco, "L'Equilibrio Non Basta", prova di ulteriore maturità e originalità compositiva.
L'incipit pop di "Incastri" inganna, ma per poco, perchè già da questa prima canzone abbiamo un'idea generale di come sarà il disco, con i suoi delicati inserti di fiati di ispirazione classica, voce filtrata e appena accennata, elettronica ambientale. "Neurovegetale" mescola in modo geniale le ispirazioni jazzistiche del pianoforte e del contrabbasso con la profusione di suoni stranianti ed elettrici. Ciò che colpisce del cantautorato sghembo e minimale di Paolo Cattaneo sono proprio le soluzioni che rendono inaspettata l'evoluzione delle sue canzoni, in particolare il sapiente uso delle basi elettroniche e del basso che spesso intrecciandosi arrivano a costituire tappeti leggeri e luccicanti su cui si muove l'intimità delle liriche, a cui collabora lo scrittore Giovanni Peli. Le composizioni crescono in modo delicato e insolito, ricordano la luce del sole filtrata attraverso tende di seta. La chitarra elettrica è distillata con una soffice rarità, talvolta si insinua il violino di Michele Gazich (collaboratore e produttore di Massimo Bubola). Come un aeroplano di carta velina sollevato dalle correnti, il lavoro di Cattaneo si allontana vertiginosamente dalla musica leggera ("Col Mio Ritmo") e si dirige verso zone che ricordano la sonorizzazione per videoinstallazioni ("Infinito") grazie ad avvolgenti onde di suoni soffusi, vaghi, essenziali.
Lascio a voi il piacere di scoprire altre singolari suggestioni che prendono vita nell'ascolto de "L'Equilibrio Non Basta", ottimo accompagnamento per questo inverno che tanto inverno non è.

"So che i miei sogni sono solo due accordi" (Neurovegetale)


Samples & infos
Paolo Cattaneo
Myspace

Feel-Glass aka Dune Buggy
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categorie: elettronica, indie, cantautori, paolo cattaneo
domenica, 26 novembre 2006

Intervista ai Sodastream (2006)




Una chiaccherata con i Sodastream


I Sodastream sono un duo acustico australiano che ho seguito e apprezzato molto fin dall'album "The Hill For The Company", con il quale sono diventati relativamente famosi in Italia. Propongono un new acoustic molto leggero, che ricorda il lume di una candela, una strada di montagna accarezzata dalla neve, una giornata piovosa da osservare dalla finestra. Ho scritto due recensioni sui loro ultimi album, e ho avuto modo di incontrarli al Bergamo in occasione del tour promozionale di "Reservations".

Dune Buggy: "Reservations" mi ricorda molto i vostri primi dischi, ci sono le stesse atmosfere molto sommesse. Com'è che siete arrivati a registrarlo? Avete seguito un metodo particolare?
Karl: Dal nostro ultimo album è passato molto tempo, siamo stati a lungo in tour e ci siamo ritrovati con molte canzoni da registrare. Abbiamo fatto anche un EP. Dopo i primi due dischi, che erano molto tranquilli, abbiamo registrato A Minor Revival che era più mescolato col pop. Dopo questo periodo di pausa ci siamo ritrovati a incidere canzoni più "silenziose".

DB: Sarete sempre fedeli alla musica acustica oppure in futuro ci asaranno contaminazioni con l'elettronica o altri generi?
Karl: aggiungeremo qualche strumento elettrico, betteria, arrangiamenti più corposi, ci saranno anche brani più veloci.

DB: Sentite molto il legame con la vostra terra? La vostra musica è molto coinvolta dall'ambiente e dall'atmosfera australiana?
Karl: certamente ci sentiamo legati al nostro paese, in Australia ci sono anche città molto "europee", ma noi veniamo da Perth, viviamo fuori dall'area desertica, dove ci sono spazi molto selvaggi. Tutte queste diverse influenze entrano in modo molto forte nella nostra musica.

DB: Quali sono i vostri artisti preferiti e quali vi hanno influenzati di più?
Karl: Ci piace tutta la musica acustica, chiaramente anche quella del passato, come Nick Drake, Johnny Cash.
Pete: a me piace la musica americana, per esempio tutta la scena di Chicago, anche i Lambchop

DB: cosa succederà alla musica indiefolk? Continuerà ad avere il relativo successo che ha ora oppure ci sarà un "ricaduta"? Qualcosa di questa musica alterrnativa entrerà nel panorama mainstream?
Pete: No, non penso che la musica prodotta dalle etichette indie potrà mai diventare famosa come quella delle majors, non è una musica che va bene per bere...
DB: ma secondo me dipende
Pete: No, la musica che spinge a pensare non sarà mai commerciale, di successo.
DB: Ora è così, forse trent'anni fa era diverso, ci poteva essere musica commerciale e intelligente insieme, mi viene in mente David Bowie...
Pete: Sì, sicuramente, ma non penso che la nostra musica potrà mai essere famosa o commerciale; ci sono delle eccezioni, dei gruppi che arrivano ad avere una grande fama, ma le band che propongono una musica come la nostra non saranno mai mainstream, non è questo che ci interessa.

Feel-Glass aka Dune Buggy
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categorie: indie, sodastream, new acoustic
domenica, 05 novembre 2006

Damien Rice - 9 (2006)


DAMIEN RICE - 9
elegia in re minore

Un nuovo disco folk cantautoriale non è certo una novità nel panorama musicale indipendente di questi ultimi anni. Potrebbere essere solo un album acustico in più. Ma non è così quando si tratta di Damien Rice. A ben quattro anni di distanza dal capolavoro "O", esce in questi giorni "9" (graficamente un po' come "O" ma con un una svirgolata in più).
Molti fan aspettano come l'illuminazione la nuova opera del cantautore irlandese... e non voglio deluderli. Forse mancano perle come "Delicate", "The Blower's Daughter" o "Eskimo", eppure ci sono alcuni brani -non tutti, sarebbe un miracolo- che non le fanno rimpiangere. Tanto per cominciare il brano d'apertura "9 Crimes": un pianoforte classico, la voce di Lisa Hannigan, contrappunti di voce e violino, infinita purezza che punta più in alto che mai. Poi la delicatezza del secondo brano "Animals Were Gone", con la sua finale processione di spettri, e la sussurrata limpidezza di "Elephant", che verso i 4:20 esplode spinta dal rullante in un'afflizione orchestrale urlata e sincera. Purtroppo secondo me dal quarto brano l'originalità del songwriting cala un po': "Rootless Tree" cede leggermente al giovanilismo delle liriche, mentre "Dogs" e "Coconut Skins" sono onestissimo mestiere country arpeggiato o ritmato. "Me, My Yoke, And I" è un tentativo forse fallito di sperimentare un blues leggermente rumoristico: è lo scivolone del disco, alla lunga risulta monotono se non fastidioso. Con "Grey Room" il tono artistico si rialza, nella mite "Accidental Babies" ritroviamo le tipiche atmosfere sognanti e "Sleep Don't Weep" chiude in modo mesto e nostalgico questa seconda prova studio, appena sotto il livello della prima, comunque di altissima qualità se confrontata con le decine di dischi folk degli ultimi anni.
Probabilmente dopo l'ascolto viene da chiedersi se l'autore sia stato sopravvalutato, ma questo solo i prossimi album potranno dircelo: intanto che accantoniamo la domanda per altri quattro anni godiamoci questo "9".

da "Elephant"
"When you think you're safe
You fall upon your knees
But you're living in your picture
you still forget to breathe,
and she may rise if I sing you down
And she may drive me into the ground"


Multimedia, ovvero un po' di cose da ascoltare e da guardare
9 Crimes
Animals Were Gone
Elephant

Ci sono molti video live del singolo "9 Crimes", eccovene uno. E poi il clip ufficiale di "The Blower's Daughter", tratta dal precedente disco, una delle più belle canzoni scritte negli ultimi anni, usata anche in una scena de "Il Caimano" (Moretti) da far accaponare la pelle. "And so it is..."

Feel-Glass aka Dune Buggy
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categorie: folk, indie, damien rice, new acoustic
sabato, 14 ottobre 2006

Papa-M - Whatever, Mortal (2001)



PAPA-M - WHATEVER, MORTAL
un passaggio a nord-ovest per il post-folk di Pajo

La prima idea che ci si fa di David Pajo è quella di un ragazzo timido, discreto, apparentemente ininfluente. Intanto però lui nel suo angolino lavora. Con gli Slint. Poi con i Tortoise. Qualche volta si fa vedere con gli Stereolab. Sempre lì, in quell'angolo, pronto a cambiare la storia della musica americana. Se non cambiare, almeno a dare una svolta notevole. Anche con i suoi monikers: M Is The Thirteenth Letter, M, Papa-M, Aerial-M. E ancora con Bonnie "Prince" Billy, un'altro tizio che in quanto a cambiare nome non è da meno, anzi! Poi con gli Zwan, creatura fallimentare (nei risultati, non negli intenti) di Billy Corgan. Me lo ricordo ancora David Pajo in concerto con la band a Milano, nascosto dietro un'amplificatore a fare il suo semplice lavoretto piegato sulla chitarra, a guadagnarsi la pagnotta, il palco preferisce lasciarlo alla Zucca e a Sweeney.
La prima idea che ci si fa di David Pajo è quella di un ragazzo che alle feste se ne sta appartato, e probabilmente è così. Parla solo agli invitati che hanno orecchie per ascoltarlo, la pista preferisce lasciarla a personalità più appariscenti. David Pajo, una di quelle persone con cui è sorprendentemente piacevole parlare. Acuto, interessante, mai snob. Se decide di dare una sferzata all'underground negli anni '90, lo fa senza menarsela troppo. E lo dimostra sfornando con i suoi Papa-M un album lo-fi, acustico, estremamente piacevole. Che a guardar bene, non è solo piacevole, ma illuminato, geniale. Che a sentir bene, non è solo acustico, ma anche ben altro.

Mentre "Over Jordan", "Sorrow Reigns Blue" e "Roses In The Snow" sono lucide e delicate, "Krusty" (come il clown?) è costruita su arpeggi e divagazioni leggermente noise, e "Many Splendored Things" ricorda da molto vicino "He Was A Friend Of Mine" del giovane Bob Dylan più malinconico. In "Glad You're Here With Me" sopra le soffici tessiture chitarristiche e vocali si staglia un assolo di armonica combinato con qualcosa di sintetico (una chitarra trattata?) che da' una lieve sensazione dolorosa, ma niente di lancinante. "Sabotage" è inquietante come la purezza dei paesaggi de "Il senso di Smilla per la neve", e poi improvvisamente un intermezzo di sitar ci porta in Tibet, come a completare in un'atmosfera sacrale questo algido panorama... e se crediamo che la creatura multiforme sia alla fine ci siamo sbagliati: si fa più ritmata, la chitarra riprende il percorso velocizzandolo, i rapporti tra gli accordi ritornano convenzionali, e ci troviamo al cospetto dei Beatles lisergici. "Purple Eyelid" in tutta la sua orecchiabilità risulta comunque estraniante, perchè David Pajo sarà pure timido, ma gli piace stupirci con i mezzi che gli sono più congeniali, cioè il post-folk e un accennato rumorismo sullo sfondo, che si sublima nell'incanto strumentale dell'ultimo brano, "Northwest Passage".
L'opera è preziosa, non si esaurisce in pochi ascolti. Non è il tipico disco da assorbire al primo colpo o da sentire per un mese di seguito. "Whatever, Mortal" è un disco cui dedicare pochi momenti ma giusti: un viaggio verso le Alpi, un passaggio a nord-ovest. "Whatever, Mortal" è il suggerimento di un ragazzo conosciuto ad una festa, con cui ti sei soffermato a parlare in un angolo appartato, lontano dalla musica ad alto volume, dagli schiamazzi alcolici delle altre persone, da chi vuole il palco per sè.

"Sabotage"
"Sabotage, all the lights at sea
destroy your chances, sail in darkness
prove that you are free, sabotage
(I am the shepherd) all the lights at sea
(come you flocks to me) destroy your chances
(and the butcher) sail in darkness
(we work together)prove that you are free"


Multimedia, ovvero un po' di cose da ascoltare e da guardare

Over Jordan
Sorrow Reigns Blue
Many Splendored Things
Northwest Passage

David Pajo è il tizio nascosto dietro tra Billy Corgan e la giornalista in questa intervista a Mtv, mentre qua il videoclip ufficiale per la strumentale "Krusty".

Feel-Glass aka Dune Buggy
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categorie: folk, indie, papa-m