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giovedì, 23 agosto 2007

Lou Reed - Metal Machine Music (1975)



LOU REED
METAL MACHINE MUSIC
ovvero "cantiamo e balliamo in allegria con Lou Reed"

Consigliato per chi ha voglia di distendersi con musica tranquilla ideata da una mente non disturbata.

Sempre che la vostra idea di rilassamento sia trastullarsi l'apparato uditivo con un martello pneumatico in funzione in mezzo ad un'orgia di clacsons, esplosioni di vetri infranti e stridìo di lamiere.

Dice l'autore che dopo un tot di ascolti consecutivi puoi cominciare a sentirci dentro, tra una distorsione e un fischio, qualcosa di Vivaldi o Beethoven, per pochi secondi... ma nessuno, nemmeno Lou Reed, è mai riuscito nell'impresa. Anche un tossico che si abbrustolisce i neuroni nei modi più creativi tiene tanto al suo cerebro da capire che non è piacevole sano e costruttivo ascoltare MMM per più di mezza facciata, cioè il tempo che ci metteranno membrana timpanica martelletto e gangli a puzzare di bruciato come i fumi dell'amplificatore rotto sulla base dei cui principi entropici scaturiscono i suoni dell'opera in questione.

Ah, buon ritorno dalle vacanze a tutti!

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ecco un remix che rende MMM più melodico...
postato da: feelglass alle ore 18:16 | link | commenti | commenti (popup)
categorie: lou reed
lunedì, 16 luglio 2007

Lou Reed plays Berlin - Live teatro degli Arcimboldi, Milano - 10.11.2007



LOU REED PLAYS BERLIN
Live Teatro degli Arcimboldi, Milano, 10.07.2007


L’occasione è pomposa, il piatto è ricco, e mi ci ficco. Sul piatto c’è “Berlin”, un classico del Rock incompreso nel 1973, un ensemble di fiati ed archi di sette elementi, un’ottima corista soul circondata da un coro di dodici voci bianche, c’è l’immancabile band di Lou Reed con l’aggiunta del chitarrista originale Steve Hunter, per un totale di quasi trenta esecutori, c’è un film girato appositamente da Julian Schnabel e la direzione musicale di Bob Ezrin. Il tutto nella futuristica cornice del Teatro degli Arcimboldi di Milano. Vedo già Lester Bangs correre dietro le quinte per dire due paroline a Lou Reed, se non fosse che è scomparso più di venti anni fa e tutto quello che può fare è scuotere la testa da lassù o da laggiù o da dovunque si trovi. Per fortuna, o purtroppo, le mie vedute sono diverse e ho sempre approvato l’evoluzione verso forme più complesse, le contaminazioni teatrali, la musica che si fa multimediale. L’idea di ascoltare “Berlin” riveduto e corretto mi ha eccitato: ero curioso di sapere fin dove poteva spingersi Lou Reed nell’abbattere i luoghi comuni del rock dopo il tour tra musica e poesia di “The Raven”.

Vorrei mettere in chiaro fin da subito la mia opinabilissima impressione: in questo spettacolo c’è tutto tranne “Berlin”. C’è l’orchestra, il coro di bambini, il rock e un allestimento scenico che ricorda le opere del pittore simbolista Gustave Moreau, ma quello di cui personalmente sento la mancanza è l’idea di “Berlin”. Ho sentito lunghe code strumentali martellanti e distorte (“Men of good fortune”), ma non ho sentito la sporcizia delle bettole dove canta la protagonista del disco. Ho ascoltato ballate acustiche appena toccate dagli archi (“The kids”, “Caroline says II”) ma non ho percepito la disperata solitudine della coppia di antieroi. Ho notato imponenti sezioni di fiati intrecciarsi con parti corali (“Lady Day”, “Caroline says I”) ma non ho avvertito il Muro simbolo di incomunicabilità. Ho assaggiato la voce bassa di Lou Reed avvolta nel jazz del pianista Rupert Christie (“Berlin”), ma non ho annusato la perdizione e il fumo dei locali della città mitteleuropea. Ho distinto i bisbigli e i fantasmi (“The bed”) ma non ho riconosciuto le stesse angosce spettrali. Forse l’unico momento che mi ha fatto realmente sussultare è stato la chiusura prima dell’encore: una “Sad song” sublime e ispirata che raggiunge un climax esplosivo tra fiati e chitarre lancinanti, archi incalzanti, bassi vigorosi e cori angelici. La band ci lascia con un trittico di successi parzialmente riarrangiati, identici in scaletta per tutta la durata de tour: “Sweet jane”, “Satellite of love”, “Walk on the wild side”.

Spettacolo perfetto, curatissimo, mai edulcorato o autoindulgente; Lou Reed, abbastanza gigione in alcune situazioni, rispetta quasi sempre gli arrangiamenti originali riuscendo anche a sorprendere e non annoiare mai. La band è affiatata eppure la messinscena è così attenta a ricostruire il concetto da far mancare la depravazione (lungi da me un giudizio morale) che sta alla base di questo; certamente l’ambiente circostante non aiuta, ma quello di cui ho sentito l’assenza è lo spirito d’insofferenza che ha mosso l’artista a scrivere questi brani. Non si può pretendere che, passati i sessanta, il musicista di New York si senta come il tossico che ha scritto l’opera, per fortuna aggiungerei, ma allora perché mettere mano ad un progetto simile? A mio avviso il tentativo di regalare sacralità ad un album del genere gli toglie proprio uno dei suoi principali meriti, cioè quello di non essere sacro ma decadente. Come se Lou Reed avesse bisogno di giustificare la sua arte presso un pubblico di tromboni e classicisti annoiati. Nel 1973 la rivista Rolling Stone criticò l’album scrivendo “Ci sono alcuni dischi che sono così apertamente offensivi che si desidera prendersi una sorta di vendetta sugli artisti che li hanno perpetrati”. Vero: un disco malato, ossessionante, offensivo, negativo, nichilista. Chi si vuole offendere rendendo il disco solenne e pulito, se non il disco stesso? La scelta di portarlo nei teatri secondo queste modalità a mio avviso significa snaturarne il concetto sottraendogli le atmosfere che lo rendono un classico. Cosa sarebbe successo se avesse asciugato gli arrangiamenti oppure optato per una rappresentazione più umile? Per chiudere sottolineo che la mia visione non vuole imporsi come critica oggettiva ma esprimere una sensazione che porta a chiedermi: dove sono le anfetamine e le paranoie? Berlino, dove sei?

Feel-Glass aka Dune Buggy

SETLIST


BERLIN
1) Sad Song Overture
2) Berlin
3) Lady Day
4) Men Of Good Fortune
5) Caroline Says I
6) How Do You Think It Feels?
7) Oh, Jim
8) Caroline Says II
9) The Kids
10) The Bed
11) Sad Song

BIS
12) Sweet Jane (cantata in parte da Katie Krykant)
13) Satellite Of Love (cantata in parte da Fernando Saunders)
14) Walk On The Wild Side

VIDEO
Sad Song Overture + Berlin + Lady Day (Arezzo)
Men of good fortune (Arezzo)
Men of good fortune (Amsterdam)
Caroline says I (Arezzo)
How do you think it feels (Berlino)
How do you think it feels (Arezzo)
Oh, Jim (live Arezzo)
Oh Jim 2 (Arezzo)
Caroline says II (Amsterdam)
Caroline says II (Arezzo)
The kids (Arezzo)
The bed (Arezzo)
Sad song (Amsterdam)
Sad Song (Arezzo)
Sweet Jane (Amsterdam)
Sweet Jane (Arezzo)
Satellite of love (Arezzo)
Satellite of love (Amsterdam)
Walk on the wild side (Milano)
Walk on the wild side (Arezzo)
Walk on the wild side (Berlino)
postato da: feelglass alle ore 17:49 | link | commenti (1) | commenti (1)(popup)
categorie: lou reed