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mercoledì, 20 febbraio 2008

Davide Van De Sfroos - Pica (2008)



DAVIDE VAN DE SFROOS
"PICA", UNA MINIERA DI STORIE


Al grido di “pica!” (“picchia”) Davide Van De Sfroos segue i percorsi rocciosi dei minatori e affronta le abissali profondità di storie con la s minuscola, semplici e sempre più grandi dell’altra storia, quella che impariamo sui libri e che spesso ha la S maiuscola. Dopo le oscure magie di “Akuaduulza” il cantautore del Lario sembra tornare con i piedi per terra, una terra rocciosa e grezza come quella frantumata dal “Minatore del Frontale”, composita come il cajun, bagnata dalle acque folk che lambiscono i pilastri de “El Puunt”, nelle quali si lancia il “Cimino” per fuggire ai finanzieri, o solcata dai legni del “Costruttore di Motoscafi”.

“Pica” cammina su un sentiero forse abbandonato molto tempo fa o forse mai, e tutti i forse sono motivati dal fatto che con Van De Sfroos non si può essere mai sicuri, con queste canzoni inserite in un continuum fuori dal nostro abituale concetto di tempo ed evoluzione. Queste ballate, queste feste tradizionali, questi amori inquieti sono incastonati in un loro tempo che non scorre tranne che per i protagonisti reali, i soggetti che ispirano l’autore. Lo spazio del “Furestee”, delle onde e delle montagne descritte vive in un’immaginazione collettiva parallela e intrecciata al semplice spazio dove abitualmente inseriamo il concetto di memoria, memoria storica o folclore. La consapevolezza e la realtà che traspira da questi quattro accordi è la stessa di “E semm partii”, è quella di chi siamo e di chi siamo stati, è quella dell’italiano che deve essere costantemente afferrato per i capelli per non dimenticare, e per fortuna c’è qualcuno che a volte lo fa al posto nostro e ci presenta la tavolozza dei ricordi davanti agli occhi, come in un film, su una pellicola di chitarre acustiche, violini, fisarmoniche, per non parlare del banjo e dell’organo, che ci aiutano ad afferrare una memoria altrui relativamente trascurata, sto parlando degli amori alluvionati di “New Orleans”, città dove Davide ha suonato e raccontato qualche anno fa, e nei loro volti ha ritrovato gli stessi solchi della sua gente, la coda frusciante di un disco di vinile, il finale live di “Loena de Picch”. Ad ascoltar bene puoi sentire i racconti esagerati dei nonni, “la leggenda che conserva integri i fatti”, sgualciti margini omerici dove all’esperienza si mescola un gusto per l’epica rustica del bar di piazza (ma senza la presunzione di Ligabue), dove alla calda elettricità di un “Cavaliere senza morte” di retaggio medievale subentra un’orchestra e una lirica mai ascoltate prima nelle opere del cantautore. Se nei tratti de “Lo sciamano” e in quelli reggae de “La Grigna” fa capolino il fervido animismo di “Akuaduulza” è solo perché l’uomo poggia i piedi su una natura che merita di essere celebrata come protezione per l’anima lacustre ed elemento cui la scienza trae i primi passi, l’alchimia che collega Faust a chi la vita invece l’ha bevuta subito e in fretta, come “L’Alain Delon de Lenn” o i protagonisti di “40 passi”, coscienze sbriciolate all’ombra del Duomo di Milano, e sguardi ormai annacquati sul fondo di un bicchiere di vino, quello di troppo. Questo disco è l’ennesima conferma che Davide Van De Sfroos sa come narrare di tutti e dopo le formule magiche di “Retha Mazur” resta solo qualcosa che non può essere raccontato, ed è il silenzio che rimane nella stanza alla fine dell’ultimo solco, dell’ultimo volto, dell’ultima foglia. E’ la stessa voglia di pioggia che galleggia sotto “Le Nuvole” di De Andrè.

“E adèss che canzon te canti, che la chitàra l’ha purtada via el fioemm
E adess che canzon te soni, che la mia trumba l’ha bufàda via el veent
Le nostre lacrime sul Mississipi son difficili da far vedere
Le nostre urla dentro l’uragano e queste assenze da lasciar tacere
E come mai piovono aghi da lassù e siamo bambole voodoo
Trafitte in ogni punto ormai…”

(“e adesso che canzone ti canto, che la chitarra se l’è portata via il fiume
E adesso che canzone ti suono che la mia tromba l’ha spazzata via il vento”)


MEDIA
Il minatore di Frontale
La ballata del Cimino live
Il minatore live
Il costruttore di motoscafi live

WEB
Cauboi
Van De Sfroos official

Feel-Glass
postato da: feelglass alle ore 18:12 | link | commenti (6) | commenti (6)(popup)
categorie: folk, cantautori, davide van de sfroos, musica in dialetto
sabato, 09 febbraio 2008

8 febbraio, Milano: il cantautore presenta il nuovo album




DAVIDE VAN DE SFROOS PRESENTA "PICA"
Presso la Libreria Feltrinelli di Piazza Piemonte a Milano
Davide Van De Sfroos presenta alcuni brani del nuovo album "Pica"


È uno strano pubblico quello che si riunisce sotto il palchetto della Feltrinelli alle 19.30 di venerdì 8 febbraio. Trovi ragazzini punk, universitari, signore attempate, lunghi baffi usciti dal Bar Sport e altri esempi tratti da quella variegata umana fiumana che per convenzione ed abitudine usiamo chiamare società. Società che si è formata grazie ad un fattore essenziale, un elemento mai spento, una matrice iscritta nel nostro dna, la stessa attività che il cantautore lariano Davide Van De Sfroos porta avanti da anni su e giù per l’Italia e non solo. Sto parlando del racconto, del piacere del narrare, e Van De Sfroos sembra un fiume, o meglio un lago, straripante di queste capacità. Creare canzoni che rimangono iscritte in un loro universo di legno, fondi di bicchiere, foglie magiche e onde che non aspettano, suonare una musica che si suona dai primordi dell’umanità, quella folkloristica, fatta sempre degli stessi rapporti tra gli accordi e tanto evocativa da riuscire a riunire la colorata folla di cui parlavo all’inizio.

Il giornalista Marco Mangiarotti parla di Storia e spinge Davide a parlare di storie, quelle con s minuscola, i destini incrociati o forse no dei personaggi che affollano questo disco, incastrati tra passato e futuro, paesi che riconosciamo in sogno tra il Lago di Como e New Orleans, per trovare impensabili lineamenti comuni tra i volti dei peccatori nostrani, come “L’Alain Delon de Lenn”, e quelli trascinati via dall’uragano Katrina. Si parla del bisogno di viaggiare, e il cantautore parla di punti di partenza conosciuti e punti di arrivo misteriosi, per lasciarsi la possibilità di svolte brusche o di grandi occasioni come quella del concerto che si terrà al Datchforum di Assago in aprile; si parla di viaggi che portano lontano, sulle rive del Mississippi, dove si intrecciano sonorità cajun, così influenti nel disco, e nuovi sciamani. Giù in Louisiana una donna cerca di vendere a Davide acque miracolose o presunte tali, e tutto ciò non può che ricordare le antiche streghe nostrane, o semplicemente la “Nona Lucia” di “Akuaduulza”. Si parla di parallelismi che fanno pesare meno le distanze e le differenze tra i continenti, ma anche di ritorni in cui la distanza e il tempo pesano troppo e allontanano affetti di cui qualunque “Furestee” sente il bisogno. E ancora: i nostri Klondyke, i nostri paesi isolati, i nostri territori sacri, la Val Chiavenna, la Valsassina e i loro elfi della notte, e al centro di questo carosello di monti e bocche che parlano ci sono i minatori, che all’urlo di “pica!” forano il pianeta e sono sempre gli stessi, al nord come in Abruzzo, in Africa come in Sud America. Popoli che si mescolano, disertori che portano un po’ di Spagna e di Francia in Valtellina, usanze che richiamano lo stesso sincretismo dove non si distingue l’animismo dal cristianesimo. Questo e molto altro (alpini di lago, motoscafi Abbate, moto Guzzi, chitarre come remi, jazz come metal…) viene tirato nel discorso da Van De Sfroos e Mangiarotti, ma ciò che tutti aspettano è il momento in cui si sfoderano le armi, penne di suoni, storie di note, il momento in cui il nostro accompagnato dal violinista Angapiemage Galiano Persico e dal chitarrista blues Francesco Piu presenta cinque brani tratti da “Pica”: “El Puunt”, storia di un ragazzo che tra amore e rabbia attende il suo amore su un ponte, e alla fine se ne va lasciando alle acque sia la rosa che il bastone; “Il Minatore di Frontale”, working class hero del nord-italia; “New Orleans”, ballata di un amore trascinato via dalle onde impazzite; “Il costruttore di Motoscafi”, in bilico tra politically correct e filologia biografica, e infine “L’Alain Delon De Lenn” in cui si nasconde l’identità di un Jean Gabin del Lario.

Semplicemente una serie di storie, ovvero la cosa più grande e popolare allo stesso tempo, e sicuramente la più speciale se incastonata tra la penna e il plettro di Davide Van De Sfroos.

MEDIA
You shook me all night long
YouTubegrafia

WEB

www.cauboi.it
www.davidevandesfroos.com
www.myspace.com/davidevandesfroos
www.myspace.com/cauboi 
postato da: feelglass alle ore 17:34 | link | commenti (1) | commenti (1)(popup)
categorie: folk, cantautori, davide van de sfroos, musica in dialetto
martedì, 05 febbraio 2008

il mio primo (e anche ultimo?) post a punti

POST A PUNTI*
ovvero alcune novità imprescindibili
 (*si dice così in gergo trendy-blogger, vero?)



PUNTO NUMERO 1
: finalmente dopo 5 anni di attesa arriva il nuovo album studio di Elio E le Storie Tese. In uscita il 20 febbraio anche come allegato su riviste e giornali, "Studentessi" sorprende per la lunghezza della tracklist, che riporto fedelmente qui di sequito. Il primo singolo, "Parco Sempione", sentito dal vivo nel precedente tour, si scaglia contro i suonatori di bongo disturbatori di pennichelle altrui e sarà possibile ascoltarlo in radio già nel weekend. Stay tuned for samples and mp3, come dicono nella gelida Albione! (Dettagli e anticipazioni)

1. Studentessi
2. Plafone
3. Ignudi Fra I Nudisti
4. Tristezza
5. Effetto Memoria (Inverno)
6. Heavy Samba
7. Gargaroz
8. Suicidio A Sorpresa Allegro
9. Suicidio A Sorpresa Allegretto
10. Suicidio A Sorpresa Andante Con Moto
11. Suicidio A Sorpresa Allegro
12. Suicidio A Sorpresa Allegretto
13. Effetto Memoria (Primavera)
14. La Lega Dell’amore
15. A Caval Donando
16. Effetto Memoria (Estate)
17. Buco Nero Super Massiccio
18. La Risposta Dell’architetto
19. Parco Sempione
20. Il Congresso Delle Parti Molli
21. Single (Feat. Luigi Piloni)
22. Effetto Memoria (Autunno)



PUNTO NUMERO 2: venerdì 8 alla Feltrinelli di Piazza Piemonte il nostro Davide Van De Sfroos presenterà "Pica". Ecco le canzoni che formano la nuova opera del cantautore lariano.
1.El puunt (3:50)
2.Lo Sciamano (3:46)
3.L’Alain Delon de Lenn (4:42)
4. New Orleans (6:10)
5.La ballata del Cimino (4:41)
6. Il minatore di Frontale (4:26)
7.40 pass (5:22)
8.La terza onda (3:32)
9.La grigna (3:12)
10.Il costruttore di motoscafi (5:57)
11.Fiil de ferr (3:17)
12.Furestee (3:58)
13.Il cavaliere senza morte (6:51)
14. Loena de picch (6:36)
15. Retha Mazur (3:37)



PUNTO NUMERO 3: altro che Pumpkins, Led Zeppelin, Queen, Pooh e chi più ne ha più ne metta, ecco un vero grande ritorno: i Beehive. Sì, proprio la band di Mirko versione italiana è pronta a sfornare un nuovo album e a iniziare un nuovo tour. Entro l'estate dovrebbe uscire il singolo "Don't say goodbye", titolo che già promette bene.



PUNTO NUMERO 4: las-ma-no-de-lis, è uscita in free download, proprio come fanno i Radiohead della gelida Albione, una compilazione di cover degli Smashing Pumpkins proposte da alcuni utenti del forum del sito italiano dedicato a Billy Corgan. Sul blog della neonata Cashopoli Records trovate i due file rar, scaricateli entrambi altrimenti non si possono aprire. Ne sentirete delle belle, insomma ce n'è per tutti i gusti, come dice quello là: dalle divagazioni acide alla rabbia dark, dai sofferti blues alle riletture folk, dal minimalismo per organo alle folgorazioni elettriche. E se tra un brano e l'altro capita il nome di un certo Feel-Glass mi raccomando di skippare per evitare commenti imbarazzanti!

E con questo è tutto, linea alla regia.
giovedì, 05 luglio 2007

Davide Van De Sfroos - Akuaduulza (2005)


DAVIDE VAN DE SFROOS - AKUADUULZA
Fantasmi blues sulla riva del lago


Chi è Van De Sfroos ormai lo sanno un po’ tutti, dalla Sardegna al Salento, dal Giappone a New Orleans. Cantautore dialettale proveniente dal Lario affetto da una profonda curiosità per tutte le forme musicali che esulano dal semplice folk nostrano: nativi americani, jazz, Springsteen, punk, mescolati a musica da balera, De Andrè e taranta sono la formula vincente del nostro menestrello, senza scordare i suoi testi poetici e tragicomici. Dopo “Breva e Tivann”, “E semm partii…” (disco che l’ha portato al successo e a mio parere miglior episodio della sua discografia) e “Laiv”, registrato dal vivo come si può capire dal gioco di parole, il 2005 vede l’uscita di “Akuaduulza”, forse la meno convincente tra le prove studio.

Per non essere frainteso vorrei precisare che con meno convincente non intendo dire che l’album è pessimo ma che preso nella sua interezza rischia di deludere. “Akuaduulza” viene costruito come un concept album “dark” su streghe, fantasmi, boschi, prostitute e, ancora più oscuro, animo umano. Il fil rouge “halloweeniano” ha sicuramente una facile presa sui giovani “alternativi”, ma il modo in cui Davide tratta il tema non è banale e nemmeno trito.

Togliamoci subito il dente affrontando i punti deboli, ovvero quei brani che risultano dispersivi per la continuità narrativa e musicale. In apertura c’è uno di questi, e partendo male si rischia di compromettere l’assimilazione dell’opera. “Madame Falena”: ballo tzigano e spagnoleggiante dai ritmi indiavolati, troppo lungo, alla lunga irritante. “Caramadona”: ripetitivo lamento sostenuto da decise pennate acustiche. “Preghiera delle Quattro Foglie”: autocompiacimento sciamanico, ennesima poesia per chitarra e voce, il Davide ne ha partorite di migliori, una su tutte “Ventanas”.”Il corvo”: chi aveva bisogno di un hard rock ridondante tra feedback e voce rabbiosa in italiano? “Rosanera”: la storia di una chitarra che passa di mano in mano diventa un inno pacifista dal finale retorico, con tanto di citazione di Dylan. Perché Davide, perchè?

Tutto il resto merita di essere incensato, anche se si sente la mancanza di genuinità del passato… d’altra parte prima riempiva i palazzetti dello sport a Vergate sul Membro, ora riempie i locali a New Orleans. Il nostro apre una ruvida valigia piena di blues, malinconia, tremori e danze e quasi sempre il risultato è notevole, se non da brivido, come nella potenza sonora del ritornello strumentale della title-track o nella fusione panica dell’infervorata “Shymmtakula”. Poi ci sono le contagiose feste pagane di “Nona Lucia”, in cui Davide torna in splendida forma con il suo solido country per chitarre e violino, “Fendin”, tenebrosa vicenda di un traghettatore di streghe e “El baron”, dal ritornello cantabilissimo e appiccicoso. “Il paradiso dello Scorpione” è il veloce e coinvolgente blues di un galeotto indeciso tra la fuga e la tentazione (quale? Scopritelo!), ma la prova migliore arriva circa a metà disco, dopo la rossa marzialità de “El fantasma del Ziu Gaetann” (inizialmente pensata per far giocare i figli). Stiamo parlando di un luogo situato tra sognanti steel guitar alla Neil Young e rimorsi che non vanno via, stiamo parlando de “Il libro del Mago”. Fatta di scèndra, scìla e foemm, ovvero cenere, cera e fumo, la canzone racconta di un mago anziano e un po’ fasullo che negli ultimi istanti della sua vita ricorda “quando avevo tredici anni, in braccia all’universo e non nella sua prigione”; tra Voodoo, Mandragora e Conte di Cagliostro “la gente vuole sapere cosa c’è nel gerlo del destino, fissati con il domani e intanto il tempo gli sfugge dalle mani, e allora tutti dal Mago a rompere le palle, il mondo non gli va più bene e io devo cambiarlo, o fingere di farlo…”. Un po’ pentito, un po’ sclerotico il Mago capisce che “adesso che giro la carta, e istupidito guardo nella mia sfera, ho capito che la Magia ce l’avevo in tasca quando non sapevo nemmeno cosa fosse…”, offrendoci non poche riflessioni tra chitarre dalle mani tremanti e accordi puliti come lacrime. Se è scontato dire che il tempo scorre sempre più veloce, non è assolutamente scontato provare a vedere le cose dal punto di vista di qualcuno per cui il tempo non passa mai. Il Davide lo fa nell’ultimo brano, “Il prigioniero e la tramontana”, poesia acustica, utile in questi tempi di discussioni sulla pena di morte, da cui traggo la frase che chiude la recensione e riassume l’essenza inquieta del disco: “E’ un viavai di fantasmi e mi domandano tutti perché”.

Feel-Glass aka Dune Buggy

postato da: feelglass alle ore 19:45 | link | commenti | commenti (popup)
categorie: cantautori, davide van de sfroos, musica in dialetto
giovedì, 19 ottobre 2006

De Sfroos - Manicomi (1995)



NOI CHE SUONIAMO DI CONTRABBANDO
ovvero "La strada che la vusa"


1995, Tremezzo, Lago di Como: un ragazzo di nome Davide Bernasconi inizia a correre partendo dalla riva, stringe la chitarra tra le braccia, con i suoi De Sfroos al seguito ha già inciso due bootlegs autoprodotti ("Ciulandari" e "Viif"), ha un passato punk, tante nuove idee e una gran voglia di raccontare storie e personaggi nel dialetto del suo amato Lario. La band piano piano si fa un nome correndo da curiera a curiera, da sponda a sponda, qualcuno decide di credere in questi ragazzi ed essi un bel giorno riescono a pubblicare il loro primo album, "Manicomi". Come dice il titolo, ci ritroviamo nel bel mezzo di un concept album basato sulle storie e le identità frantumate degli "ospiti" di un manicomio. La musica è country, è folk, ma non solo: ci sono contaminazioni reggae come in "Ave Maria", il blues-swing de "La Furmiga", e non manca nemmeno il rabbioso punk di "Kamell" e "Spara Giuvann". Tra le canzoni-persone possiamo incontrare la drammatica ed energica "Anna", che apre il disco marchiandolo con il fuoco della poetica de-sfroosiana, oppure la vicenda comica (ma attenzione, la riflessione è dietro l'angolo) di "Lo Sconcio": qui la voce di Davide è quasi attoriale e i fiati creano un'eco irresistibile e ballabilissimo alla vicenda del pazzo salvatore. Inutile citare le due canzoni manifesto, sempre suonate in concerto e sempre attese da tutti i fan, ovvero lo ska-folk di "De Sfroos" e l'ironica "La Curiera".
Se la prima parte dell'album è apparentemente spensierata e incentrata sulla vita del manicomio, nella seconda l'orizzonte si allarga e le tematiche si spostano sulla critica sociale, come nella dimessa "Poor Italia"… e a chi accusa il Davide di parteggiare per la lega, la risposta arriva con "La Fruntiera". Nell'universo impazzito dell'esordio dei De Sfroos c'è anche spazio per le emozioni irlandesi di "Nonu Aspis", i venti dal sud di "El Teemp" e la chiusura dark di "El Diavul".
I racconti di Davide si inseguono senza stancarci mai, il disco suona ancora grezzo se confrontato a "Breva E Tivann", ma embrionalmente contiene già alcuni temi della poetica di Van De Sfroos: "Manicomi" è un pentolone infiammato dall'energia dell'atteggiamento punk in cui vengono mescolate molte delle ispirazioni , suggestioni e contaminazioni che Davide approfondirà nella sua produzione più matura.

da "Manicomi"

"Teste rasate mille punture siamo gli occhi delle nostre paure
non distinguiamo domani da ieri nelle urla dei nostri pensieri
vengono a trovarci, non sanno più chi siamo
vengono a trovarci, non li conosciamo
vengono a trovarci , non sanno cosa dire
Parlano strano e non possiamo capire"


Qualche mp3, ad esempio
L'unico video con una canzone di questo album è "La Curiera" live a Como, perciò vi regalo qualche mp3 in più, tra cui due canzoni-inno del Davide:
La Curiera
De Sfroos
Poor Italia
Furmiga
Nonu Aspis
El Diavul


Feel-Glass aka Dune Buggy
postato da: feelglass alle ore 17:42 | link | commenti (2) | commenti (2)(popup)
categorie: folk, davide van de sfroos, musica in dialetto
sabato, 16 settembre 2006

Davide Van De Sfroos - ...E Semm Partii (2001)



LE TEMPESTE DI MILLE VIAGGI
ovvero i ricordi da mettere in valigia prima di partire


Premessa: è impossibile parlare delle storie di Davide Van De Sfroos meglio di quanto faccia lui stesso, perciò invece di leggere questa "recensione" andate ad un suo concerto oppure acquistate un suo disco e leggete i suoi testi.

Davide Van De Sfroos è uno strano personaggio che si aggira sui moli e sulle spiagge del Lario, e che racconta tante cose. Racconta di personaggi da bar sport, di contrabbandieri, di allucinazioni temporalesche, di persone che fuggono e altre che tornano. Nel primo disco, "Manicomi", ha raccontato il manicomio e alcune piccole paranoie sociali, nel secondo, "Breva e Tivann", i sogni dei personaggi di una balera fantasma sul lago, e nel terzo, "E semm partii" (2001), il menestrello raccoglie la sua valigia di esperienze e la sua chitarra in dialetto laghee e parte per il mondo, alla ricerca di altre contaminazioni e altre storie.

Si parte in quarta con il folk-ska di "El Bestia", un leggendario figlio dei boschi temuto e innamorato (irresistibile la risata del Davide… castigh del signur… eheh!), poi c'è il "Sugamara", una specie di rapinatore-avventuriero (secondo me è sardo come le Balentes, coriste ospiti) che incontra il figlio aldilà dello sportello della banca che sta per rapinare. Per Sugamara la vita tutta di corsa come questa fisarmonica, quindi "che hai da guardare?" e via di corsa con il bottino in una mano, una pistola giocattolo nell'altra, e gli occhiali da tafano dell'autogrill di Fiorenzuola sugli occhi e sul passato. Non si può fermare un dado intanto che gira e non si possono fermare i trascinanti ritmi reggae portati dal "Kapitan Kurlash", supersalvatore alieno di questa società entrata in loop.

Siamo partiti e un "Trenu Trenu" ci porta fino al delta del Missi-fottuto-sipi, con un blues di valigie pesanti, di fotografie lasciate sui binari, di rose di plastica in mezzo ai rifiuti, e uno slide profondo, delirante, ubriaco (è lo slide del grande Gnola, bluesman del delta… di Pavia!). "E semm partii" su una nave di emigranti verso l'America portando con noi solo due cori di speranza, un mandolino, il vestito buono, tanti ricordi lasciati sul molo, tanta paura di fronte a una faccia che ci guarda dura da lontano, da New York, dove i nostri bisonnni si chiedono "sarem poi simpatici alla Libertà?". Si torna per un momento sul lago con "Me canzun d'amuur en scrivi mai", ironizzando sulla musica alla Ligabue con la storia di un giardiniere innamorato della padrona di casa, un giardiniere che non sa scrivere canzoni d'amore e, rosso in viso quando lei passa, si nasconde tra i fiori che vorrebbe donarle, magari con lo sfondo di un bel "sole che balbetta".

In controluce di quello stesso tramonto si muove "L'omm de la tempesta", brano più dylaniano del disco, e forse una delle mie canzoni preferite in assoluto, una canzone fatta di fughe senza guardarsi indietro, scappando come "una formica che si arrampica sul mappamondo", temporali trattenuti dietro le nuvole, futuri predetti e non accettati, occhi che tagliano cieli di paesi sconosciuti. Entrando invece al "Grand Hotel" ascoltiamo la banda di paese (la Banda Osiris per l'esattezza!) suonare con uno skapunk dai mille fiati indemoniati l'illusione di un amore e la storia di una famiglia rinchiusa nella prigione di un lavoro di corsa. Dalle finestre ska del Grand Hotel possiamo vedere un vecchio pescatore seduto sulla terrazza dell'ospizio che scruta con occhi bagnati un lago asciutto come la sua dentiera, aspettando che all'improvviso salti fuori "El mustru" visto tanti anni prima, mentre era ancora il re dei pescatori, e non dei rimbambiti. Ma è esistito veramente o è solo un ricordo nascosto nel bicchierino delle pastiglie?

Con questo interrogativo si calmano i ritmi ma non i ricordi, e la "Television" ne contiene tanti, quanti ne può contenere una scatola polverosa fatta di 50 anni di storia: l'assassinio di un presidente a Dallas, un goal dell'Italia, un discorso del Papa, un passo sulla Luna, e ancora guerre, telequiz, Sanremo, John Wayne… tutti i colori che questa chitarra ci dipinge sotto gli occhi, mentre affondiamo nella fossa sul divano modellata dalle nostre chiappe e ci beviamo tutte le cose che ci hanno voluto far credere, e forse è ora di spegnerla questa televisione per tuffarci nella notte (scusate l'espressione da Lucignolo-Bellavita) di "San Macacu e San Nissoen". Veloci emozioni acustiche in questa notte di assurdità e deliri, notte di angeli e diavoli, madonne stanche e gatti musicisti, ombre autonome e batman in galera.
Dopo aver giocato il nostro ultimo asso con "La ballata delle 4 carte", dietro la quale si nascondono fantasmi, candele e occhi pieni di fumo, è giunto il tempo di partire di nuovo, questa volta verso il cielo, lanciandosi insieme al "Ladro dello Zodiaco" tra le costellazioni, oppure di nuovo tra le canzoni di Davide Van De Sfroos, magari verso la stazione, o tra le giostre abbandonate, o semplicemente all'inseguimento d'El Bestia o di ricordi che non svaniranno nelle parole biascicate di un vecchio al tavolino del bar, se sapremo ascoltare con l'orecchio teso e il cuore aperto… che non svaniranno nel vento puro e acustico di "Ventanas", ultima traccia (intesa come sentiero), filastrocca sciamanica, respiro di pace e sollievo, ninnananna catartica.

da "L'omm de la tempesta"

"E puoi bere mille tazze di camomilla
rinchiudere i pensieri nella bottiglia di vino bianco
alla tempesta non basta una scodella
perché l'inchiostro di ogni viaggio è nel tuo sangue…
… andrai in giro, o forestiero, per tutto il mondo
ma anche il mondo da una qualche parte finirà
una tempesta è difficile da nascondere
resta con me, e la tempesta cesserà…"

Multimedia, ovvero un po' di cose da ascoltare e da guardare
Trenu trenu
L'omm de la tempesta
L'unico video trovato su youtube è tratto da un live a Codevilla.

Feel-Glass aka Dune Buggy
postato da: feelglass alle ore 12:05 | link | commenti (11) | commenti (11)(popup)
categorie: folk, davide van de sfroos, musica in dialetto
mercoledì, 06 settembre 2006

Teka-P - Caragna No (2005)



CARAGNA NO
ovvero "Milano e il blues, la tradizione e l'onda"


Molte persone pensano che è impossibile conciliare diverse tradizioni, soprattutto quando sembrano antitetiche. I Teka-P sono qua per smentire questa falsa credenza. Innanzitutto chi sono i Teka-P? I Teka-P sono un sestetto di Milano che da un po' di anni girano il nord proponendo la loro musica in dialetto milanese. Ma scordatevi il folk e il country, dimenticate Van De Sfroos, Luuf e Charlie Cinelli: questi ragazzi hanno il merito di aver convogliato la canzon milanesa verso i binari poco paralleli del blues, soul e r'n'b (di quello bello, che non ha nulla a che fare con i magnaccia che girano su Mtv). Immaginate un Enzo Jannacci traviato sulla strada per Chicago, un Nanni Svampa preso da frenesie psichedeliche, e ancora non potrete farvi un idea delle implicazioni musicali e culturali che tirano in ballo questi Teka-P. In "Caragna No" infatti non troverete solo rilettura dei classici, come "Ma Mi", "La Ballata Del Pittore", o salvaguardia della tradizione, o cabarettismo tipico, ma anche composizioni assolutamente originali che spaziano dallo scherzo vaudevillesco, come "Sgiaff" o "L'operari", alla riflessione, mai scontata, sullo scorrere del tempo e dell'età ("El Temp El Passa Mai", "Guardie E Ladri"). A mio avviso su tutti i brani si stagliano indimenticabili la coinvolgente apertura della title track e la vera storia di "CT", personaggio che girava dalle parti del Castello Sforzesco durante gli anni '70 (avete mai sentito parlare de "il clero vi uccide con l'onda"?).

L'originalità della scrittura di Andrea e Ivo, voci e mattatori del gruppo, sta nel dare ai "figli bastardi di Milano" una voce umana mai retorica, spruzzando i testi di ironia, facendo della coralità un gioco sempre perfettamente misurato, spostandosi dai percorsi tipici del blues verso ritmiche post-kraut (la strofa di "L'operari" è esemplare), lasciando proporompere chitarra e toni vocali come fuochi artificiali, facendo del pianoforte uno strumento dominante ma non soffocante.

E' tanto che dalle mie parti mancava un gruppo così, capace di sfornare un disco che si allaccia alla tradizione senza lasciarsene sottomettere e uno spettacolo dal vivo scanzonato e imperdibile. Te capì?

da "CT"

"la gent che la và, la gent che la vègn
che la te dà a trà per on moment
la gent che la voeur minga capì
che chi chi inscì sèmm adrèe a morì

Gh'era on tal cont on carr e tri can:
la Bella, l'Umanità e l'Amòr
parlava e vosava dentr'al castèll
parlava e vosava di ond in del ciel

L'hann trovaa
cont i can da fà pissà
disèn ch'el coeùr l'è s'cioppàa
ma l'è l'onda che se l'è ciappàa

il clero ti uccide con l'onda!...”


Per esempio, due canzoni!
Caragna No
CT

Feel-Glass aka Dune Buggy
postato da: feelglass alle ore 07:57 | link | commenti (5) | commenti (5)(popup)
categorie: teka-p, musica in dialetto